L’empatia è un’emozione che ha a che fare con l’ambiente esterno perché è trasferita nel sociale: ha importanti ricadute nel gruppo e costituisce la premessa per l’educazione alla cittadinanza.
John Dewey afferma che “il solo ambiente in cui ogni individuo può davvero svilupparsi normalmente fino alla pienezza della sua persona è costituito da una società di liberi individui, nella quale tutti contribuiscono con il loro lavoro alla liberazione ed all’arricchimento della vita degli altri”[1]. Lo stesso autore altrove afferma che “…La concezione della mente come possesso puramente isolato dell’io è agli antipodi della verità. L’io acquista la mente nella misura in cui la conoscenza delle cose è incarnata nella vita che lo circonda; l’io non è una mente separata che costituisca la conoscenza ex-novo per proprio conto”[2].
Individuo e società non sono separati, sono anzi in continuità e la cittadinanza è un’appartenenza che è necessario conquistare e tale conquista è compito – anche – dell’educazione. Essere cittadini significa avere il dovere e il diritto di partecipare alla vita pubblica, ossia al bene comune. L’educazione alla cittadinanza richiede perciò di insegnare e praticare la partecipazione.
Quando il bambino entra nella scuola non è solo ‘apprendista’ (disponibile cioè ad apprendere) ma è anche, in specifico, apprendista di comunità. Non solo è lì per imparare, ma anche per imparare a stare con gli altri, a riconoscerli, a condividere spazi e tempi, ad accettare regole comuni. È il primo passo per comprendere la necessità della solidarietà umana.
La scuola dell’infanzia rappresenta, in questo senso, una interessante palestra di esercizio insieme della libertà e della democrazia attraverso, anche, il lavoro di gruppo.
In relazione al bambino, i primi passi nella direzione della conquista di quella che in futuro sarà una cittadinanza consapevole sono rappresentati dallo sviluppo dell’empatia.
Le emozioni, di cui anche l’empatia fa parte possono essere definiti come stati della persona in relazione all’ambiente esterno. Più precisamente si possono intendere come una valutazione dell’ambiente esterno in rapporto a propri scopi.
La loro caratteristica specifica è di costituire una interazione fra il sé e il mondo esterno; è un modo di interpretare il contesto che ci circonda e di attivare con esso forme di interazione e di scambio richiedendo un adattamento fra il sé e l’ambiente.
Le emozioni sono insieme un processo interiore e un sistema complesso; inoltre, una loro classificazione non costituirebbe un’operazione semplice. Vi sono emozioni comunemente considerate socialmente ‘positive’ (come la gioia, l’amore, la compassione) ed altre ‘negative’ (come la rabbia, la vergogna, il rancore). Vi sono inoltre emozioni personali ed emozioni sociali: l’amore per l’arte, ad esempio, riguarda il secondo caso, mentre la passione per la politica fa riferimento al secondo. Non sempre, tuttavia, le cose sono così chiare: l’amore per la musica può essere personale (mi ascolto un cd in silenzio) oppure corale (partecipo ad un concerto, insieme agli altri fans, del mio cantautore preferito).
Che fare, in riferimento alla scuola dell’infanzia?
L’empatia ha a che fare con la vita stessa dell’uomo, e quindi anche dei bambini: l’inserimento, l’integrazione con i compagni, l’affetto per i propri cari, il gioco, ecc. costituiscono momenti nei quali essa gioca un ruolo importante. Più precisamente attraverso di essa i bambini divengono via via in grado di attribuire un valore a tali situazioni.
L’empatia come giudizio di valore nasce dal confronto fra il primitivo senso di onnipotenza che accompagna ogni bambino alla nascita e la successiva (non sempre accettata con facilità) scoperta delle proprie capacità e nello stesso tempo anche dei limiti.
Si tratta della scoperta di non riuscire a fare tutte le cose che si vorrebbero fare, il timore di non essere capaci e di non riuscire in un’impresa, o anche l’impossibilità di raggiungere un traguardo prefissato, la paura di perdere qualcosa di importante per sé e così via. La scoperta di non essere onnipotente genera inizialmente frustrazione e rabbia ma produce in seguito l’accettazione del senso del limite e la conseguente necessità di confidare negli altri. Il passo successivo e conseguente è l’insorgere dell’accettazione degli altri, delle prime forme di solidarietà, della partecipazione nel gruppo, delle prime forme di collaborazione, dello sviluppo di un atteggiamento cooperativo e di disponibilità fiduciosa nei confronti del contesto che circonda il bambino. La frustrazione e la rabbia possono così trasformarsi in fiducia e speranza, solidarietà e compassione.
Appare perciò accettabile e giustificato che le emozioni in generale e l’empatia in particolare, siamo poste al centro del progetto educativo, in quanto l’educazione assume un ruolo importante nella misura in cui le affronta nel tentativo di renderle accessibili alla propria consapevolezza: è un modo per consentire ad ognuno di costruire la propria identità.
Inoltre, la comunità educativa consente la possibilità di trasferire le emozioni nel sociale trasformandole, adeguandole, condividendole ed attribuendo perciò loro un valore etico. Si pensi ad esempio al desiderio di solidarietà nei confronti degli altri (che significa riconoscere per sé dei confini da non valicare e la necessità dell’aiuto altrui per sopperire ai propri limiti) oppure alla reciproca condivisione (che significa accettazione di regole, adesione a principi comunemente condivisi, al senso di appartenenza ad una comunità, o anche al riconoscimento ed al rispetto delle differenze e così via). L’accettazione di forme sempre più ampie di comunità ed il riconoscimento della necessità della reciprocità porta ognuno a sviluppare un’indipendenza che si basa sulla dipendenza reciproca di chi è consapevole dei propri bisogni e limiti e la conseguente necessità di confidare positivamente negli altri.
Come educare quindi all’empatia?
Abbiamo detto che le emozioni sono una valutazione rispetto a ciò che avviene intorno a noi. Provare emozioni significa valutare la realtà ed effettuare un confronto fra la nostra situazione (o quella nella quale pensiamo di essere immersi) e la realtà (o come noi crediamo che sia fatto il mondo, compresa la gerarchia di valori a cui noi siamo legati ed a cui prestiamo fede). Anche l’empatia è una valutazione relativa a ciò che accade intorno a noi ed a cui aderiamo perché ‘ci tocca’, sentiamo cioè la cosa a noi vicina.
Provare empatia per qualcuno significa mettersi nei suoi panni. Vuol dire cercare di comprendere che cosa proveremmo noi se fossimo al posto dell’altro, come ci comporteremmo e come reagiremmo. Sul piano educativo, la capacità di decentramento assume un valore significativo. Si tratta di ciò che Gardner ha denominato intelligenze personali[3] che rimandano alla capacità di ognuno di sviluppare abilità che permettano di attraversare i contesti.
Il principio della classe come comunità, la costruzione di un pensiero solidale, il lavoro di piccolo gruppo (in cui i rapporti sono faccia a faccia, in cui ognuno impara a tenere conto dell’altro ed in cui ognuno scopre che coesistono punti di vista diversi ed abilità diverse) sono strumenti efficaci della scuola per educare all’empatia. Attraverso l’educazione alla comunità viene canalizzato l’interesse verso gli altri (compresi i diversi) facendoli sentire più vicini[4].
E, nella consapevolezza che l’empatia si può imparare, la scuola dell’infanzia molto può (e deve) fare nella direzione dell’educazione all’empatia che si sostanzia poi nell’educazione alla cittadinanza. La scuola ha il compito di proporsi quale ambiente facilitante per lo sviluppo non solo dei saperi formali ma anche di tutte le emozioni (compresa la loro gravitazione nella sfera cognitiva) necessarie alla formazione di un cittadino.
Possiamo pensare ad una didattica dell’empatia?
Una strada efficace può essere quella di aiutare i bambini al ‘decentramento’ cioè ad immaginare le esperienze di altri, il loro mondo interiore. Si tratta di attribuire pensieri ed emozioni alle altre persone che stanno vicino a noi. Sul piano delle azioni concrete, limitandoci ad alcuni semplici spunti, si può pensare a:
(a) abituare i bambini ad ascoltarsi l’un l’altro: attraverso l’ascolto è possibile provare interesse per persone al di fuori di sé ed immaginare il mondo interiore dell’altro;
(b) parlare di noi: nella comunità / sezione sono presenti tante storie personali che ogni mattina si incontrano e si intrecciano insieme; abituare i bambini a narrare le proprie esperienze ed a prendere atto – rispettandole – quelle degli altri;
(c) sviluppare un lessico emotivo condiviso all’interno della sezione attraverso narrazioni che rappresentano modalità diverse di vita, così come la vulnerabilità umana, l’altruismo, l’aiuto reciproco e così via;
(d) narrare storie (sia tratte da libri sia inventate, di animali e di uomini) come occasione per attribuire ai personaggi della narrazione pensieri ed emozioni come gioia o dolore, vergogna o compassione;
(e) ‘mettere in scena’ come capacità di mettersi nei panni di un altro (un personaggio) ed a congetturare come può essere la sua interiorità;
(f) educare all’interculturalità attraverso la presa d’atto di modi diversi (e spesso difficili) di affrontare le difficoltà della vita, apprendendo informazioni su classi sociali, condizioni dovute alla differenza di genere, lotte finalizzate al miglioramento della propria e dell’altrui vita;
(g) educare alla diversità prendendo atto che si può essere differenti l’uno dall’altro e che è possibile convivere insieme;
(h) educare alla cittadinanza attraverso il lavoro di gruppo.
Schematicamente possiamo tradurre l’educazione alla cittadinanza in sei ‘regole’.
Regola 1
Organizzare l’ambiente educativo (sezione, laboratori, ecc.) tenendo sempre conto che la scuola dell’infanzia è una comunità. È importante un ambiente nel quale i partecipanti sono coinvolti e partecipi, nel quale si sentono autenticamente protagonisti.
Regola 2
Privilegiare la produzione collaborativa rispetto a quella individuale. Non si tratta di negare o nascondere ciò che un bambino individualmente fa. È importante però renderlo partecipe anche delle cose che fanno gli altri ed aiutarlo a comprendere che ascoltare gli altri e collaborare insieme è in generale più vantaggioso. Inoltre, lavorare insieme significa organizzarsi per gruppi di lavoro specializzati: ogni gruppo può fare cose specifiche che possono poi essere integrate con le altre cose che hanno fatto gli altri. In questo modo è possibile comprendere che lavorare insieme significa trovare soluzioni migliori e più efficaci.
Regola 3
È importante valorizzare la diversità: essere diversi significa guardare il mondo con occhi diversi e perciò vedere cose diverse. Ognuno di noi vede le cose da una prospettiva ed ha bisogno degli altri per riuscire a vedere anche ciò che non è in grado di vedere da solo. Ci sono, in altre parole, diversi modi di partecipare ad un progetto, ognuno dei quali può avere una sua validità ed il risultato finale è quello di costruire conoscenza insieme.
Regola 4
Riflettere insieme. È importante introdurre nella scuola il rituale della riflessione comune come abitudine costante. È utile in questo senso inserire momenti di discussione e di confronto all’inizio ed alla fine delle attività. Servono a stimolare la riflessione collettiva ed a condivider quanto si sta facendo oppure a dare un senso comune a ciò che si sta per svolgere.
Regola 5
I bambini sono interessati alle cose che stanno loro intorno, amano stupirsi di ciò che accade, desiderano incessantemente conoscere e scoprire. Il mondo circostante è il loro primo vero grande libro di lettura. È importante per i bambini affrontare i problemi della realtà. Una didattica interamente fondata su esperienze artificiali che non ha a che fare con il mondo reale è debole. I bambini sono interessati ai problemi veri ed alle cose importanti. Il principio che sta alla base di questa idea è che quando il bambino è protagonista e partecipa in prima persona diviene anche l’artefice della costruzione delle proprie conoscenze e del proprio sapere. Provando e riprovando nel tentativo di risolvere un determinato problema, diviene anche esperto nella soluzione dei problemi in generale.
Regola 6
All’idea di dell’educatore e dell’insegnante come figura centrale è preferibile quella dell’aiuto discreto. Afferma Dewey: “Fa parte del mio credo democratico che l’intelligenza, pur essendo distribuita in modo disuguale, è abbastanza generale perché ognuno abbia da offrire un suo contributo il cui valore può essere determinato quando viene immesso nella finale intelligenza associata costituita dai contributi di tutti”[5]. In altre parole, la scuola è una comunità nella quale nessuno deve essere escluso e spesso accade che, in definitiva, i problemi si risolvano meglio insieme.
NOTE
[1] Dewey John, (1953) L’educazione oggi, L Nuova Italia, Firenze, pp. 379-380.
[2] Dewey, (1954) Democrazia ed educazione, La Nuova Italia, Firenze, p. 394.
[3] Si veda Gardner Howard, (1978) Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell'intelligenza, Feltrinelli, Milano e (2005) Educazione e sviluppo della mente. Intelligenze multiple e apprendimento, Edizioni Erickson, Trento.
[4] Martha C. Nussbaum, (2001) L’intelligenza delle emozioni, Bologna: Il Mulino p. 472.
[5] Dewy John, (1976) Il mio credo pedagogico, La Nuova Italia, Firenze, 1976, p. 252.