Rousseau quando ha pubblicato il romanzo pedagogico "Emilio" aveva scritto contempororaneamente anche "La nuova Eloisa" e "Il contratto sociale" e, in seguito" le "Confessioni". Per comprendere la pedagogia di Rousseau è necessario prendere in considerazione le quattro opere insieme.
Sappiamo che i romanzi sono in generale opera di fantasia; anche quando sono ispirati alla realtà, i fatti vengono narrati in modo manipolato secondo il punto di vista e l’intenzione di chi li scrive. Eppure, ci affascinano e ci immergiamo volentieri in essi. Ci influenzano e a volte possono arrivare a guidare le nostre azioni. Alcuni romanzi ci colpiscono nel profondo perché sanno toccare le nostre corde più intime. Questo avviene soprattutto quando ci imbattiamo in un grande scrittore.
Desidero qui accennare brevemente a tre romanzi del passato e mi riferisco a Jean-Jacques Rousseau. Tutti sanno che Rousseau ha scritto l’Emilio[1], una grande opera pedagogica, ma forse in pochi sanno che Emilio non è mai esistito e che è un semplice parto della fantasia del suo autore. Non per questo il libro ha avuto minore fortuna: Rousseau è stato condannato per la sua opera ed ha dovuto fuggire prima in Svizzera e poi in Inghilterra. Può essere perciò sorprendente che una delle più grandi opere educative non sia il frutto della scienza sperimentale ma sia un’invenzione. Per la verità Rousseau si era trovato per un tempo relativamente breve a fare il precettore dei due figli di una famiglia nobile dei dintorni di Parigi, ma le cose non erano andate troppo bene e presto ha dovuto lasciare.
Chi legge l’Emilio ne rimane ancor oggi affascinato per la profondità delle riflessioni in esso riportate durante il corso dei fatti narrati e per la varietà e la complessità dei mondi che apre. È un libro su cui si può non essere d’accordo, ma è comunque un libro che ha fatto e ancor oggi fa discutere. Personalmente credo che per comprendere meglio l’Emilio occorrerebbe leggere prima Giulia o la nuova Eloisa[2], un altro romanzo di Rousseau che precede l’Emilio di appena un anno. Se l’Emilio sta sotto le settecento pagine, Giulia sfiora le novecento. Si tratta nella sostanza di un romanzo d’amore (un amore tribolato e contrastato) narrato attraverso 163 lettere che i cinque personaggi principali si scrivono nell’arco di una decina d’anni. Ugualmente Giulia rimane un capolavoro per le riflessioni che contiene sulla natura, sulla città, sulla vita rurale, sulle passioni, sul corteggiamento, sulla coltivazione dell’orto, sull’organizzazione di quella che noi chiameremmo oggi azienda agricola. Non solo. Contiene tutte le premesse di quel libro che verrà pubblicato due anni dopo e che avrà come titolo Il contratto sociale[3] (anch’esso amato da alcuni e pesantemente avversato da altri).
Tuttavia, per comprendere appieno l’Emilio è opportuno leggere anche le Confessioni, un altro libro che sfiora il migliaio di pagine.
Dei tre (Emilio, Giulia e Confessioni) è quest’ultimo ad assomigliare più degli altri ad un romanzo ed è quello che più degli altri si legge come un romanzo. Il titolo ne spiega bene il contenuto: Rousseau si confessa e lo fa pubblicamente, annotando con scrupolo anche le cose più intime e cercando di non censurare i comportamenti e le azioni meno nobili della sua vita. E parlando di sé racconta il mondo che gli sta intorno, il rapporto con la natura, con la società, con l’altro sesso, con la religione, con il potere. Nelle Confessioni Rousseau racconta i fatti della sua vita, è vero: ma, guardando più in profondità, non sono i fatti, sono i suoi vissuti, il suo modo di vedere e di reagire a quelli che credeva fossero i fatti oggettivi. Fino a rifugiarsi lontano dal mondo ed a richiudersi solitario – fino a che gli è stato possibile – nell’isoletta disabitata del lago svizzero di Bienne.
Che cosa ha veramente fatto Rousseau? Ha scritto di sé, si è raccontato, ha meditato su se stesso, ha redatto il dramma ed i momenti di felicità della sua vita ed in modo indiretto ha raccontato anche la nostra. Scrivendo di se stesso ha parlato anche di noi. Le Confessioni[4] sono il primo trattato sull’Inconscio e sull’Io. E quindi sull’uomo nella sua umanità, nelle sue esaltazioni e nelle sue contraddizioni. È anche per questo che Levi-Stauss[5] considera Rousseau il più etnologo dei filosofi, anche se non aveva viaggiato in terre lontane e quindi nostro caro fratello ingiustamente perseguitato e nostro maestro perché raccontando se stesso ha raccontato l’uomo universale, quello nel quale tutti gli uomini si riconoscono.
Ma veniamo ad oggi. I tre romanzi di Rousseau possono sembrare a noi contemporanei troppo distanti, troppo a noi estranei e soprattutto troppo lunghi. Eppure, se abbiamo il coraggio di prenderli in mano, se abbiamo il coraggio di darci il tempo per una lettura non affrettata, possiamo trovarli ancora straordinariamente attuali. Potremmo scoprire che ci parlano di noi.
I testi narrativi spiegano molto di più il mondo delle ricerche e degli studi teorici. La bibbia è un testo religioso potente perché racconta il rapporto fra l’uomo e Dio. Attenzione: lo racconta, non ne dà la definizione. Se Dio ha creato il mondo lo dobbiamo rispettare. Le popolazioni indigene che proclamano. La fede delle popolazioni indigene nei confronti della Pachamama (Madre Terra) intesa come una divinità costituisce un baluardo alla difesa della natura contro i predatori dell’ambiente. È la tradizione orale, è la narrazione che dà valore ed è attraverso di essa che gli uomini costruiscono le proprie cosmovisioni del mondo.
La narrazione è centrale nella vita degli uomini perché la mente umana è analogica, non digitale. Siamo dominati dalla fretta, dal bombardamento informativo di superficie, dagli scambi comunicativi rapidi e perciò non controllati e meditati, dalla formazione delle opinioni attraverso i semplici titoli dei telegiornali, le foto e le didascalie postate su Facebook, le notizie che si rincorrono incontrollate su Whatsapp. Siamo fiduciosamente (e ingenuamente) convinti di essere liberi e padroni delle nostre idee ed invece siamo i nuovi inconsapevoli schiavi di chi detiene il controllo dell’informazione. E quindi riusciamo a leggere un articolo se sta al di sotto di un certo numero di batture.
Rousseau ha provato per tutta la vita, come dice Augé[6], a rincorrere la felicità. E lo fa, nella narrazione, percorrendo i momenti della sua vita a ritroso, attraverso la memoria e il ricordo. Oggi noi disponiamo di imponenti contenitori di dati stoccati chissà dove. Viviamo schiacciati sul presente e sul vicino. La narrazione ci permette di guardare lontano. Di avere nostalgia del passato per guardare al futuro.
NOTE
[1] Titolo originale “L’Émile ou De l’Education”, 1762.
[2] Titolo originale “Joulie ou la Nouvelle Héloise. Lettres de deux amants, habitans d’une petite ville au pied des Alpes”, 1761.
[3] Titolo originale “Du contract social ou principes du droit politique”, 1762.
[4] Titolo orgininale “Les Confessions”, 1782-89.
[5] Lévi-Strauss C. (2015). Tristi tropici. Milano: Il Saggiatore, p. 334.
[6] Augé M. (2017). Momenti di felicità. Milano: Raffaello Cortina.