Le emozioni sono sempre "situazionali"
Innanzi tutto, è necessario distinguere le emozioni da altre situazioni del soggetto che emozioni non sono. Ad esempio, non sono assimilabili con gli ‘appetiti corporei’. Posso provare una certa emozione alla presenza di un cibo che mi è particolarmente gradito, ma provo fame automaticamente dopo un certo tempo trascorso dall’ultimo pasto: nel primo caso, il cibo particolarmente gradito, si tratta di un’emozione, nel secondo evidentemente no. Le emozioni non sono nemmeno assimilabili agli stati d’animo, agli umori del momento o di un certo periodo. In entrambi i casi si tratta, infatti, di uno stato puramente interno al soggetto.
Le emozioni sono sempre situazionali, vale a dire sono stati del soggetto in relazione all’ambiente esterno. Più precisamente si possono intendere come una valutazione dell’ambiente esterno in rapporto ai propri scopi. Implicano perciò la consapevolezza di un mutamento del rapporto fra il sé e l’ambiente tale da mutare la possibilità o di progredire nella direzione di uno scopo. Un esempio può essere dettato da un pericolo improvviso: fino ad un istante prima eravamo tranquilli nella strada che stavamo percorrendo, poi d’improvviso un inaspettato pericolo ci impone di cercare di cambiare direzione adattandoci alla nuova situazione di sfuggire un pericolo. Qualcosa di simile avviene nelle circostanze di un lutto: la perdita di una persona cara costituisce anche la perdita di punti di riferimento importanti per noi. Vi è perciò la necessità di una ristrutturazione e proveremo stati di prostrazione ed incertezza fino a quando non saremo riusciti, in qualche modo ed attraverso sostituzioni, a costruire una situazione nuova e soddisfacente. In ognuna delle due circostanze esemplificate è possibile provare emozioni solamente se si è dotati di una memoria e si è in grado di effettuare un confronto fra il prima e il dopo.
Gli esempi ci illustrano inoltre che esiste una sorta di apprendimento emotivo (nel caso del rischio dell’incidente, ho cercato immediatamente ed inconsapevolmente di evitarlo, senza il bisogno apparente di una riflessione razionale formale) e di memoria emotiva (il dolore per la perdita di una persona cara si prova in modo acuto quando la persona viene a mancare e possiamo sentirci colpevoli di avere dato per scontato che la persona amata potesse essere un nostro punto di riferimento costante e immodificabile in modo permanente: proprio per questo la perdita improvvisa si addolora e disorienta).
Damasio è un neurochirurgo ed ha dimostrato nei suoi studi che esse risiedono in punti precisi del cervello (in particolare in alcune zone della neocorteccia)[1]. È famoso il caso di alcune persone che, dopo avere subito lesioni in zone specifiche del cervello, potevano ugualmente ragionare, dialogare e discutere, compiere azioni concatenate secondo criteri logici coerenti. Non erano però capaci di prendere decisioni di nessun tipo, oppure non erano in grado di percepire il pericolo derivante da una particolare situazione di rischio, o anche di provare emozione nei confronti di situazioni emotivamente coinvolgenti (come, ad esempio, un lutto o la notizia di una grave malattia).
Le emozioni rappresenterebbero dunque la necessità di una valutazione della situazione e, conseguentemente, l’esistenza di una capacità cognitiva, anche se non sempre esplicitamente consapevole.
Martha C. Nussbaum[2] va oltre arrivando alla conclusione che sono tout court pensiero. La loro caratteristica specifica è di costituire un’interazione fra il sé e il mondo esterno; è un modo di interpretare il contesto esterno e di attivare con esso forme di interazione e di scambio richiedendo un adattamento fra il sé e l’ambiente. Io mi adatto quando modifico il mio comportamento in rapporto ad una situazione, quando ad esempio rielaboro un lutto o ricostruisco una storia affettiva. Adotto una forma di adattamento anche quando sono innamorato ed intendo conservare (e preservare) la situazione particolarmente felice nella quale vivo.
Le emozioni sono inoltre diverse fra loro ed è possibile classificarle. Vi sono emozioni comunemente considerate socialmente ‘positive’ (come la gioia, l’amore, la compassione) ed altre ‘negative’ (come il dolore, la rabbia, la vergogna, il rancore. Vi sono inoltre emozioni personali ed emozioni sociali: l’amore per l’arte, ad esempio, riguarda il secondo caso, mentre la passione per la politica fa riferimento al secondo. Non sempre, tuttavia, le cose sono così chiare: l’amore per la musica può essere personale (mi ascolto un cd in silenzio) oppure corale (partecipo ad un concerto, insieme agli altri fans, del mio cantautore preferito).
Tutto questo per dire che il vero rischio è quello del riduzionismo, ossia di semplificare le emozioni riducendole in qualcosa di meno complesso e più schematico. Coloro che pensano di smontare le emozioni (fosse anche per cercare di capirle) corrono il rischio di incorrere nell’errore sul quale è caduto il comportamentismo che ha preteso di descrivere l’apprendimento semplicemente sminuzzandolo nelle sue componenti elementari.
Le emozioni hanno a che fare con la vita stessa dei bambini: l’inserimento, l’integrazione con i compagni, l’affetto per i propri cari, il gioco, ecc. costituiscono momenti nei quali le emozioni giocano un ruolo importante. Più precisamente attraverso di esse i bambini attribuiscono un valore a tali situazioni attribuendo perciò loro un peso significativo ed implicante.
E, da questo punto di vista, gli obiettivi dell’educazione sembrano essere essenzialmente due.
In primo luogo, appare accettabile e giustificato che le emozioni siamo poste al centro del progetto educativo, in quanto l’educazione assume un ruolo importante nella misura in cui le affronta nel tentativo di renderle accessibili alla propria consapevolezza: è un modo per consentire ad ogni soggetto di scoprire la propria identità e per aiutarlo a formarsi ed a crescere.
Inoltre, la comunità educativa (nel nostro caso la sezione) consente la possibilità di trasferire le emozioni nel sociale (in modo simile a come fa la famiglia nel privato) trasformandole, adeguandole, condividendole ed attribuendo perciò loro un valore etico. Si pensi ad esempio al desiderio di solidarietà nei confronti degli altri (che significa riconoscere per sé dei confini da non valicare e la necessità dell’aiuto altrui per sopperire ai propri limiti) oppure alla reciproca condivisione (che significa accettazione di regole, adesione a principi comunemente condivisi, al senso di appartenenza ad una comunità, o anche al riconoscimento ed al rispetto delle differenze e così via). L’accettazione di forme sempre più ampie di comunità ed il riconoscimento della necessità della reciprocità porta ognuno a sviluppare una “dipendenza matura”[3] intesa come consapevolezza dei propri bisogni ed insieme dei propri limiti e la conseguente necessità di confidare positivamente negli altri.
NOTE
[1] Damasio A. (2012). Il sé viene alla mente. Milano: Adelphi.
[2] Nussbaum M., (2001), L’intelligenza delle emozioni. Bologna: Il Mulino
[3] Martha C. Nussbaum, cit. p. 286.