La parola "identità" è ambigua perché richiama l'idea di un'appartenenza a qualcosa da cui altri sono esclusi. Se invece fra le persone c'è una "somiglianza" vuol dire che sono vicine, vige fra loro un rapporto di prossimità, di familiarità e di fratellanza e possono perciò capirsi senza dire o essere la stessa cosa.
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La prima ha a che fare con i bambini. Uno dei primi passi che i bambini piccoli compiono è che prima sono in grado di notare (nel senso di accorgersi, di farvi caso) e poi di elaborare le somiglianze fra le cose. Quando un bambino nota che qualcosa assomiglia per qualche ragione a un’altra le mette insieme: le due cose non devono essere identiche, è sufficiente che abbiano qualcosa in comune e questo gli permette da un lato di sviluppare ciò che più tardi sarà definito un “criterio”, ma anche dall'altro di elaborare qualcos’altro di assai divergente e insolito che comunemente chiamiamo “immaginazione” o fantasia”. È questa la straordinaria capacità dei bambini di accatastare similitudini disordinate, miscugli confusi, intrecci che si accavallano, allusioni che stravolgono.
La somiglianza si colloca dalla parte della fantasia nel senso che appare solo grazie all'immaginazione. E a sua volta la fantasia si alimenta appoggiandosi alla somiglianza, somiglianza che può farsi via via sempre più distante, nebulosa, eterea e, per usare un altro termine, “simbolica”.
La mente del bambino non macina a vuoto e senza punti di riferimento. Ha il potere di fare apparire come simili due impressioni di cui una è presente mentre l’altra ha qualcosa di comune con la prima e nello stesso tempo ne è estranea ed occorre appunto l’immaginazione per riconoscerne i legami nascosti sulla base di una rielaborazione del tutto interiore e personale.
La complessità e le ricchezze potenziali della mente del bambino invitano a non trarre conclusioni affrettate e ogni traduzione meccanicistica non costituirebbe altro che un’ingenuità didattica.
Rosa Agazzi aveva a suo tempo suggerito che la cosa importante è rispettare la spontaneità e la vitalità dell’infanzia. Maria Montessori ha sottolineato l’importanza della preparazione preventiva dell’ambiente e ha descritto lo sviluppo psichico del bambino come “creazione”, “costruzione” dovuta all’attività esercitata dal soggetto sull’ambiente (embrione spirituale). Loris Malaguzzi ha largamente dimostrato che la bellezza è un atto di amore profondo nei confronti dell’infanzia.
Non è in nostro potere decidere anticipatamente come i bambini, una volta divenuti adulti, debbano essere. Abbiamo però la possibilità di offrire esperienze significative in un contesto di vita accogliente e in un ambiente affettivamente ricco. Dobbiamo garantire ad ogni bambino il massimo di creatività e di diversità, senza rinchiuderlo forzatamente in un modello. È importante muoversi nella piena fiducia che ogni bambino è in possesso di una dotazione personale straordinaria, di una possibilità aperta a diventare qualcosa che noi non siamo in grado di prefigurare. Dobbiamo pensare a un bambino disponibile e aperto a tutte le imprese, confortato sempre dalla voglia di conoscere e di inventare, dall’amore per la scienza e per la bellezza, dalla disponibilità di aprirsi al confronto con l’altro e con la realtà.
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La seconda riflessione ci è suggerita da un importante lavoro dall’antropologo ed etnografo torinese Francesco Remotti.
Oggi il termine di moda e utilizzato con ossessiva frequenza in funzione ideologica è quello di identità.
In senso letterale, quando due cose sono identiche significa che fra di loro non vi è nessuna differenza, sono la fotocopia l’una dell’altra. Questo rimanda all'idea di replicazione, che sono fatte in serie, che svolgono la stessa funzione e che sono perfettamente interscambiabili. In ambito sociale l’identità è il segno e fa riferimento a un’appartenenza (non importa se visibile e occulta) a un gruppo e pone l’accento sulle caratteristiche che accomunano ciascun individuo ad esso. In questo senso, l’identità costituisce insieme un riconoscimento e un rafforzamento di chi è portatore di tale identità all’interno del gruppo di coloro che hanno la stessa identità.
Il limite dell’idea di identità è quello di essere un concetto semplificato, poiché richiede di specificare “in che cosa” tale identità consiste: nell’appartenere al mondo occidentale o a quello orientale? nell’essere cristiani, mussulmani o ebrei? nell’appartenere a una certa classe sociale? Quando affermiamo l’esistenza di un “noi”, si presuppone dall’altra parte vi sia un “loro”, un “non-noi”.
La prima è che se la mia identità mi identifica come appartenente a un gruppo comporta l’esistenza di un confine all’interno dei quali alcuni sono dentro ma altri ne sono esclusi; in questo senso l’identità marca un’esclusione: nell’indicare un’appartenenza si dichiara anche contemporaneamente un’esclusione.
La seconda è che quando si afferma un’appartenenza identitaria si fa una semplificazione e, in quanto tale, limitata ed equivoca. Ognuno di noi è contemporaneamente molte cose: sono uomo o donna, giovane o vecchio, occidentale o orientale, ecc.; e inoltre amo la musica, il mare, la letteratura, ecc.
Non amo la parola identità perché accentua un aspetto particolare dell’esistenza (ad esempio un’ideologia politica che si differenzia dalle altre) mi chiude in una cerchia e si sa che il cerchio serve a delimitare non solo chi è dentro ma anche chi è fuori.
Non amo la parola identità perché fa riferimento a qualcosa di statico mentre nel tempo le cose possono cambiare e perché, determinando i confini, esclude la mobilità libera, il ripensamento, il cambiamento e, in una parola, è contro la possibilità che non è ancora non si vede ma che è in procinto di accadere.
Condivido con Remotti la proposta – profondamente ecologica – di sostituire il termine identità con quello di somiglianza (anzi – meglio – di “somiglianze”).
L’identità è divisione, dicotomia. Separa ‘noi’ dagli ‘altri’, tagliando alla radice i rapporti di somiglianza. Remotti al posto di identità suggerisce di utilizzare il termine da lui stesso coniato di “condividuo”, “un soggetto che, oltre a condividere con altri somiglianze e differenze, è esso stesso espressione di una vera e propria simbiosi interna, a partire dalla quale dovrebbe risultare più facile pensare alla convivenza con gli altri”.
BIBLIOGRAFIA
Remotti Francesco (2019), Somiglianze. Una via per la convivenza. Bari-Roma: Laterza