È passato più di un mezzo secolo dalla nascita del nido d’infanzia in Italia, un servizio per la popolazione infantile di età compresa fra tre e trentasei mesi, inizialmente basato su una concezione assistenziale – era rivolto agli strati più poveri della popolazione e per questa ragione era gratuito – e incentrato per lo più sulla salute del bambino e sul sostegno alle famiglie più fragili.
Tuttavia, ben presto ha visto una sorprendente evoluzione. In poco tempo si è diffuso in buona parte del territorio italiano (soprattutto al Nord e al Centro) ed altrettanto rapidamente è stata superata la concezione assistenziale e pediatrica dei primi tempi per trasformarsi a pieno titolo in un servizio educativo. I primi trent’anni di vita del servizio hanno visto da un lato un grande impegno delle pubbliche amministrazioni che hanno effettuato grandi investimenti in questo settore e questo ha portato ad una grande diffusione del servizio, dall’altro una riflessione pedagogica importante e supportata da molta e qualificata sperimentazione che ha permesso di raggiungere vette significative. Oggi alcune esperienze pedagogiche italiane sono ampiamente riconosciute anche al di fuori del nostro paese; ci basta ricordare in merito, fra i molti altri, due nomi molto noti anche in Spagna: Loris Malaguzzi ed Enzo Catarsi.
Ora la situazione è difficile in Italia così come in Spagna e in altre realtà europee e lo è per diverse ragioni che non è possibile riportare qui nel dettaglio. Ci limitiamo perciò qui a prendere in considerazione solamente una delle questioni secondo il nostro punto di vista più cogenti: fino alla fine del ‘900 i nidi funzionanti erano, salvo rarissime eccezioni, pubbliche e gestiti dalle amministrazioni comunali; poi, con l’inizio del nuovo secolo, si è assistito, e si assiste ancora, ad una corsa sempre più marcata nella direzione del privato. Negli ultimi vent’anni le pubbliche amministrazioni che gestivano nidi d’infanzia in forma diretta sono molto diminuite e la maggioranza dei servizi per l’infanzia zero-tre è affidata con gare e appalti a cooperative, enti e società private. L’abbandono della gestione diretta ha un’evidente spiegazione ed è essenzialmente quella economica: per dirla in modo schietto, lo scopo essenziale è quello dell’abbassamento della spesa pubblica. La gestione del nido d’infanzia comporta un costo importante che, se in precedenza era interamente a carico della pubblica amministrazione, ora nella stragrande maggioranza dei casi viene affidata a enti ed organizzazioni private, mentre l’ente pubblico si limita a contribuire finanziandone una parte, lasciando il resto è a carico delle famiglie che sono a chiamate a pagare rette mensili variabili in funzione del proprio reddito.
Le principali conseguenze di questo nuovo assetto sono due.
La prima ha a che fare con le politiche regionali e con le relative disponibilità economiche: vi regioni che, a differenza di altre, hanno sviluppato politiche per l’infanzia più accurate e hanno adottato norme e regolamenti tesi a garantire una certa qualità del servizio erogando contestualmente le necessarie risorse.
La seconda è che nei diversi territori si è visto lo sviluppo cooperative sociali e imprese economiche interessate a investire in questo settore in modo disomogeneo.
E il problema non è circoscritto solamente alla situazione italiana. Con l’obiettivo di Lisbona, che prevedeva per i pesi europei il l’offerta di un numero di posti non inferiore al 33% del totale della popolazione infantile, si è aperta la strada alla progressiva universalizzazione del nido d’infanzia. Mai come ora le difficoltà, pur con le specificità di ognuno, sono comuni grosso modo a tutti i paesi europei.
L’universalizzazione del servizio è senza dubbio una buona notizia ma comporta anche dei rischi perché non va mai dimenticato che la qualità ha un costo e le scelte richiedono sempre qualche compromesso: il problema è stato (ed ancora è) quello della definizione dei criteri di soglia al di sotto della quale non si può andare per la conservazione della garanzia di standard condivisi accettabili.
In un panorama di espansione del servizio e nello stesso tempo di contenimento della spesa è stato inevitabile che ci si affacciasse al libero mercato e questo comporta inevitabilmente vantaggi e svantaggi. Se la gestione viene affidata al miglior offerente le variabili di valutazione dei progetti sono molte e molto dipende dal peso che si dà all’una o all’altra. È frequente in Italia il caso nel quale si sono fatte avanti grandi aziende (anche costitute da capitali internazionali ed essenzialmente incentrate sul business) che avevano la capacità di abbassare i costi attraverso la standardizzazione dell’organizzazione e delle procedure. E questo ha significato e significa in certa misura anche l’inevitabile depersonalizzazione delle relazioni. Se inizialmente il buon funzionamento dei nidi d’infanzia era affidato a ciò che in un certo senso possiamo definire come un buon “artigianato locale” attento alla cultura e alle caratteristiche di un determinato territorio, ora stiamo cominciando ad assistere a una certa “industrializzazione” del nido d’infanzia, nella misura in cui le amministrazioni pubbliche a corto di risorse puntano sulla minore spesa possibile e le famiglie, soprattutto se di basso reddito, hanno capacità ridotte di contribuzione.
Eppure, nonostante queste difficoltà, qua e là e in modo relativamente diffuso compaiono elementi virtuosi e in controtendenza. Spesso i nidi sono gestiti da cooperative di donne il cui scopo non è il lucro ma l’erogazione di un servizio di qualità. Ad un’economia che ragiona secondo le logiche del mercato si contrappone un’economia incentrata sulla solidarietà, sulla ricerca del bene comune e della qualità della vita della comunità.
È accaduto spesso in educazione che, nelle situazioni difficili, la pedagogia abbia coltivato l’utopia. Per utopia si intende tutto ciò che è impossibile, che non è realizzabile. Ma che è tuttavia desiderabile. Da sempre l’uomo ha avuto bisogno dell’utopia per riuscire ostinatamente a risolvere problemi che parevano irrisolvibili, per intravvedere una strada differente rispetto a quelle più note e praticate. È stata spesso l’utopia e la determinazione di alcuni uomini e donne ad aprire e percorrere strade che parevano impraticabili.
In altri termini, di fronte alle difficoltà assistiamo in questi ultimi tempi, a un cambio di paradigma. La qualità educativa costa e richiede che le risorse a disposizione siano adeguate. Non va per altro dimenticato che l’educazione fin dalla nascita è un diritto di tutti e uguale per tutti ma questo non avviene se possono accedere ai servizi migliori solo coloro che se li possono pagare.
Quando le situazioni sono difficili – per quanto possa essere scoraggiante - non bisogna fermarsi ma bisogna alzare lo sguardo e capire che cosa si sta muovendo, occorre leggere la crisi come una situazione in movimento, come preludio a qualcosa d’altro che è da intercettare e interpretare.
Si tratta di problemi complessi che richiedono un cambiamento di rotta da molteplici punti di vista. Uno di questi riguarda senza dubbio il progressivo cambio di funzione e di ruolo della figura pedagogica. Da sempre il pedagogista o il coordinatore ha dovuto fare i conti con la complessità, deve mettere insieme pedagogia e didattica, organizzazione e formazione, economia e politica.
Dobbiamo chiederci in quale misura il nuovo corso che progressivamente ha portato ad una trasformazione profonda caratterizzata dal passaggio dei nidi d’infanzia dalla gestione interamente pubblica a quella mista con un grande peso attribuito a quella privata ha portato anche ad inevitabili cambiamenti anche alla pedagogia. In quale misura la pedagogia riesca e possa tenere alta la propria bandiera e nello stesso tempo tenere d’occhio le spese e i ricavi.
Educazione e profitto fanno fatica ad andare a braccetto insieme. Nella misura in cui il nido d’infanzia entra nell’economia di mercato dovrà rinunciare ad essere un servizio come diritto per tutti basato sul principio di uguaglianza. Nato per dare di più a chi ha avuto di meno, la logica di mercato porta lo porta inevitabilmente per propria logica interna a dare di più a chi ha già di più aumentando la forbice delle disuguaglianze. Del resto, questo è già avvenuto – e il fenomeno sta aumentando – per la secondaria superiore e l’università in molte parti del mondo, in cui le scuole migliori e quelle che offrono le migliori opportunità sono quelle che costano di più e sarebbe auspicabile almeno i servizi educativi per i più piccoli ne venissero preservati.
Ed è qui che è possibile muoverci – e c’è chi ci sta provando – nella direzione dell’utopia. Occorre sostituire alla “economia di mercato” l’idea di “economia civile”: è un’altra economia che non ha per fine il profitto ma che pone al centro la comunità e la cooperazione, il bene comune e il benessere di ciascuno e di tutti. Se guardiamo alla storia dell’educazione e dell’infanzia, i grandi progetti si sono sempre mossi all’interno di una matrice solidale, di un intento donativo e di cura, in una prospettiva inclusiva e di attenzione agli ultimi. Nella realtà italiana è esattamente questo che ha fatto Rosa Agazzi e Maria Montessori; è in questa direzione che si è sempre speso anche Loris Malaguzzi.
Disse una volta Tagore che i re hanno il compito di difendere il Paese e, quando necessario, andare in guerra, mentre pulire la cisterna dell’acqua è compito degli abitanti del villaggio. La pulizia della cisterna dell’acqua è troppo importante per gli abitanti del villaggio per essere delegata a qualcuno che è lontano. La pulizia della cisterna dell’acqua del villaggio è un impegno che la comunità si deve accollare, e questo significa che essa si deve assumere delle responsabilità condivise.
Non è detto che per l’amministrazione pubblica il risparmio costituisca il miglior servizio per il cittadino, e non è detto che i cittadini debbano delegare a chi governa qualsiasi cosa. C’è il pane industriale e c’è il pane del fornaio che fa il pane sotto casa. Ci sono i surgelati della grande distribuzione e ci sono i cibi preparati e cucinati in casa. La differenza la fa la prossimità. E questo vale anche per l’educazione e la pedagogia può fare la sua parte. C’è una certa pedagogia standardizzata (quella da rotocalco e spesso anche quella televisiva) che è standardizzata ma c’è anche la pedagogia personalizzata nella misura in cui è legata al contesto.
C’è chi, alla luce di come si stanno muovendo le cose, ormai da tempo ha provato a declinare insieme pedagogia ed economia, vale a dire a pensare a un’impresa economica non incentrata sul profitto e capace di muoversi su presupposti legati al benessere delle persone.
Diceva Aristotele che la ricchezza può essere goduta anche da soli, ma per essere felici occorre essere almeno in due. La felicità insomma è pubblica perché non riguarda il singolo individuo, ma il sistema nel quale si trova. Se il nido d’infanzia è un luogo di benessere per bambini e di conseguenza per le famiglie, occorre un tipo diverso di economia che non può essere quella del mercato e non può, d’altra parte, continuare ad essere quella del welfare.
Occorre pensare a un buon incontro fra impresa dei servizi e pubblica amministrazione per il benessere delle persone e tale buon incontro prende il nome di “economia civile”.
Sappiamo che non è vero che il libero mercato è in grado di autoregolarsi automaticamente come il liberismo ha voluto farci credere. Il libero mercato non ha generato equilibrio, ma ha aumentato ulteriormente le distanze. Nel tempo si è prodotta una disuguaglianza sociale che si è rivelata sempre più marcata e profonda, la forbice si è ulteriormente allargata. Oggi assistiamo a minore giustizia sociale, a sacche di povertà più elevate, a minori garanzie-diritti delle persone, a minore fiducia nella politica, ecc. in una parola, come gli stessi studiosi dell’economia solidale affermano, a un deficit di democrazia.
In questa situazione una rilevante importanza assume il principio di sussidiarietà. Sul piano etimologico, si tratta di un termine che deriva dal latino subsidium e significa aiuto, soccorso. Nell’ambito militare dell’esercito romano stava a indicare le truppe di riserva che rimanevano dietro le linee e che erano pronte ad intervenire laddove si presentava una necessità o un’urgenza impellente. Erano forze che subentravano a dare man forte all’ala dell’esercito che si trovava in difficoltà o manifestava segni di cedimento.
In modo generale, la sussidiarietà è intesa oggi come un affiancamento, un supporto collaborativo, un rapporto di tipo complementare. La sussidiarietà è anche intesa come un principio regolatore per cui se un ente, che sta per così dire "più in basso" è capace di fare bene qualcosa, l'ente che sta "più in alto" può lasciargli questo compito, affidando prestazioni che precedentemente erogava in modo diretto. Si tratta in qualche modo di un “investitore” ulteriore, che non intende sostituirsi al pubblico, ma che si pone al suo fianco, lo supporta, fornisce l’aiuto necessario. Ha una specializzazione, offre servizi specializzati in risposta a bisogni sociali, offre professionalità specifiche.
Ora serve qualcosa che non sia né stato né mercato, un soggetto che abbia come obiettivo di fondo non il profitto ma il bene comune, a partire dal benessere e dalla vita di qualità delle persone.
Pensiamo a un sistema di imprese responsabili, che abbiano un carattere etico, che sappiano muoversi con empatia, e che fondino la loro azione sull’aiuto reciproco e sulla fratellanza. E, per quanto riguarda il rapporto fra impresa sociale e pubblica amministrazione si tratta di un incontro che non può che essere virtuoso nel senso che l’impresa sociale non agisce in sostituzione della pubblica amministrazione ma a supporto, la prima non è subalterna alla seconda ma camminano fianco a fianco, nel rispetto dei reciproci ruoli e delle reciproche competenze.
Come oggetto economico il nido d’infanzia è essenzialmente la produzione di un bene per la comunità. Si muove nell’ambito della solidarietà, il suo focus è il benessere delle persone, non produce oggetti materiali da vendere al mercato, ma qualcosa che ha a che fare con l’etica perché si tratta della produzione di un “bene pubblico”, un bene che riguarda la persona, il suo “bien estar”. Parliamo di un’economia non a misura di prodotto (e di profitto), ma a misura di persona, in cui il lavoro non è finalizzato solo alla realizzazione di un prodotto, si propone come fine il benessere delle persone, vale a dire ha il ruolo civile di permettere alle persone una “esistenza buona”. Il nido è un bene per la comunità, è un “bene relazionale”.
Fanno parte dei beni relazionali, fra gli altri, anche i servizi di cura alle persone e alle comunità, come è il caso dei nidi d’infanzia ed è a questo punto che economia e pedagogia convergono, si incontrano, camminano insieme. Per produrre servizi di cura è necessario sviluppare le “capabilities” delle persone che lavorano in questo ambito che non si propongono solamente come professionalità specifiche dell’ambito educativo (conoscenze tradotte in capacità di carattere pedagogico e psicologico), ma che si basano anche su principi quali l’uguaglianza, la solidarietà, il diritto delle persone di cui ci si prendere cura a vivere una vita buona e, in una parola, la democrazia.
Questo ci dice qualcosa anche per quanto riguarda il rapporto fra impresa sociale e pubblica amministrazione, poiché entrambi, ognuno con la propria identità e con i propri obiettivi, si muovono all’interno di economia che deve essere a misura di persona.
Le imprese sociali, e in special modo quelle educative, sono anche luoghi di cultura: il loro lavoro non è solamente “attività”, ma è anche “opera”, edificazione, partecipazione, costruzione sociale. È un rapporto fiduciario fra ente pubblico e d ente privato, così come fra il nido e le famiglie, un rapporto non solo basato sul rispetto delle regole e delle intese previste dal contratto, ma anche sulla qualità – nel nostro caso, educativa – del servizio erogato.
Il nido d’infanzia diffuso è un bene civile e un fattore di civiltà, rappresenta la prima risposta al diritto all’uguaglianza.
Ma che cosa dobbiamo intendere per uguaglianza? È una parola che porta in sé delle ambiguità e che ha bisogno di una definizione. È interessante a questo proposito la riflessione di A. Sen quando afferma che l’uguaglianza in assoluto non esiste: quando si parla di uguaglianza, è necessario precisare a che cosa ci si riferisce (uguaglianza di reddito? di diritti di giustizia? di salute? di istruzione?). É necessario porci la domanda “uguaglianza in che cosa?” perché presupposti diversi conducono a esiti differenti. Il concetto di uguaglianza è dunque ambiguo se non gli attribuiamo un valore etico, visto che il mondo è pieno di diseguaglianze e l’uguaglianza fra tutte le persone rappresenta un obiettivo in sé irraggiungibile.
La domanda “uguaglianza in relazione a che cosa?” assume qui un significato importante. In generale, l’uguaglianza riguarda il benessere sociale ed il metro di misura degli economisti e dei politici normalmente utilizzato è quello del reddito pro capite. A Sen afferma che l’uguaglianza presuppone lo sviluppo delle capacità ed il compito delle imprese sociali in raccordo con le pubbliche amministrazioni è quello, attraverso i servizi di cura, di promuovere (o di mantenere) lo sviluppo delle capacità. E questo ha a che fare con l’educazione. Educazione e formazione si occupano proprio di questo: la promozione delle capacità di ognuno. Non si tratta di capacità qualsiasi, non necessariamente delle stesse capacità uguali per tutti, ma delle capacità della vita, che garantiscano a tutti, ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie differenze, di sviluppare i saperi della vita attraverso la possibilità di vivere una vita buona.
In più di cinquant’anni dalla sua creazione, il nido d’infanzia è cambiato e si è evoluto da tanti punti di vista. Ci serve qui, in coerenza con il nostro discorso, indicarne uno: abbiamo la fiducia (è questa la nostra utopia) di pensare che sta compiendo quel lungo percorso di cambiamento che lo porta da “servizio sociale” incentrato sul welfare state qual era a un “bene relazionale”. Se da un lato i “beni” sono un oggetto dell’economia, i “beni relazionali” escono e vanno oltre l’economia, perché si basano sulla condivisione, sulla compartecipazione, sulla gratuità e sul dono. I nidi d’infanzia sono un bene pubblico che appartiene alla comunità e che ha la funzione di rispondere ai bisogni della comunità. Ha ragione Tagore ad affermare, come accennato più sopra, che la cisterna dell’acqua è una responsabilità del villaggio.
Il nido d’infanzia è un bene relazionale perché è incentrato sulla fiducia: la fiducia delle educatrici del bambino che cresce, la fiducia dei genitori sul buon lavoro delle educatrici, la fiducia della comunità nei confronti del nido come bene comune e come sistema economico che è basato sulla solidarietà responsabile e non sul profitto.