Accademia Naven
I corti di Naven
Il bambino tecnologico di Bruno Ciari

 

 Le nuove tecniche didattiche di Bruno Ciari, pubblicate nel 1961, rappresentano un contributo che, in quegli anni, fu destinato ad incidere profondamente sul rinnovamento della scuola di base in Italia.
Bruno Ciari era un maestro elementare, ammiratore della tenace attività di Célestin Frainet ed attivista del Movimento di Cooperazione Educativa, che si proponeva di offrire agli insegnanti uno strumento che voleva essere un aiuto concreto per i maestri nella loro pratica educativa e formativa quotidiana. Il libro è organizzato in 7 capitoli. Il volume si muove nella scia, in quegli anni non ancora certamente esaurita, dell’attivismo pedagogico. Il libro si presenta, a prima vista, come u repertorio di proposte di attività: il disegno e la pittura, la lingua, la ricerca scientifica e la matematica.
Le tesi di fondo di Bruno Ciari sembrano essere due: da un lato egli sostiene che occorre partire sempre dal bambino, dall’altro è indispensabile, per una scuola valida, puntare sui saperi. Si tratta di due assunti solo apparentemente inconciliabili. Da una parte incontriamo un bambino inteso come ampiamente disponibile alla conoscenza ed all’esperienza. Dall’altro si può correre il rischio che l’insegnante, che incontra quello stesso bambino, abbia già nella testa un proprio metodo, abbia già individuato a monte un proprio percorso che il bambino dovrebbe limitarsi a seguire. Il rischio, temuto per la scuola di allora era che l’insegnante non sentisse il bisogno di conoscere a fondo i singoli bambini per portare avanti il proprio progetto.

“In verità, purtroppo, … non si parte affatto dal fanciullo; il maestro … ha già pronto, se è diligente, tutto il suo programma di esercitazioni; ha in testa il suo ‘metodo’ … Il ragazzo diventa subito schiavo del ‘procedimento’; la sua personalità, la sua esperienza di vita, è rimasta fuori, …” (1). 

Più oltre, Ciari dichiara, a proposito delle scienze, che “La conoscenza scientifica ha inizio con l’atto stesso della nascita. … Che vuol dire conoscere scientificamente il mondo se non prendere atto dell’esistenza dei fenomeni, per utilizzarli e trasformarli?” (2).

Insomma, secondo Ciari, da un lato occorre puntare sul protagonismo del bambino, dall’altro sulla validità del contenuto. 

Il bambino è, in altre parole, artefice della propria crescita. La scuola, compresa quella dell’infanzia, è perciò, essenzialmente e inevitabilmente, un luogo di azione. Un luogo nel quale i bambini e le bambine fanno continuamente delle cose. Il bambino di età della scuola dell’infanzia avverte il bisogno delle attività più svariate, di provare e di provarsi. E’ continuamente in movimento, in ogni istante è impegnato a fare qualcosa. E il compito della scuola è di trasformare l’esperienza dei bambini facendola passare da un movimento disordinato e  dispersivo a un ritmo ordinato e costruttivo. La scuola dell’infanzia aiuta il bambino ad organizzarsi e ad organizzare la realtà che gli sta intorno.

Dal testo di Ciari emerge un’attenzione forte alle nuove ricerche di quegli anni sullo sviluppo psicologico; la conclusione alla quale arriva è che il contenuto conta: le abilità e le conoscenze specifiche sono paganti sul piano dello sviluppo in generale. In altre parole, le esperienze che vengono proposte ai bambini non sono indifferenti: i bambini imparano soprattutto quando fanno le cose, quando vi si immergono, quando riescono ad essere concentrarsi per la soluzione di un problema. I bambini non risolvono mai un problema in generale, ma sempre quel determinato e specifico problema che li coinvolge in quel determinato momento. E’ solo risolvendo un problema specifico che crea un habitus, una predisposizione a lavorare per soluzione di problemi. 

Per molto tempo il dibattito pedagogico ha messo in discussione – sul piano antinomico – questi due assunti. 

Vi è chi ha puntato tutto sull’attenzione al bambino correndo il rischio di non riuscire ad andare avanti. La scuola dell’infanzia è diventata in qualche caso un luogo di attesa in cui, in nome del rispetto del bambino, non gli venivano formulate proposte e fatte richieste. In nome del benessere del bambino, si è vista come pericolosa l’idea di raggiungere qualche traguardo.  

Vi è chi ha condannato il piano dei contenuti di attività, cercando un ‘senso’ pedagogico che andasse al di là, e considerando i contenuti indifferenti rispetto allo sviluppo. Tutto questo sulla base del timore di costruire un bambino solamente ‘sociale’ rispetto ad un necessario sistema di ‘valori’ che dovevano trascendere le singole esperienze di apprendimento. il bambino, proiettato nell’attività, corre il rischio di diventare essenzialmente un prodotto sociale. Su questa scia non sono mancati gli inni alla spontaneità e le critiche ad un presunto eccesso di richieste ai bambini. 

Questi problemi sembrano essere ben chiari a Bruno Ciari. Le nuove tecniche didattiche affrontano sistematicamente entrambi questi aspetti e, da questo punto di vista, non sembrano avere perso la loro attualità.

La scuola ha il compito irrinunciabile di fornire a tutti i bambini degli strumenti culturali come condizione indispensabile di sviluppo e di realizzazione di sé (e, se vogliamo, anche di realizzazione della persona): nulla più della cultura può favorire tale crescita. E, per fare questo, occorre un’attenzione individualizzata a tutti i bambini per garantire ad ognuno tale possibilità di crescere. Ciari più di altri sembra teorizzare il primato e l’autonomia della didattica sulla formazione del bambino.

Non va poi dimenticata l’organizzazione che costantemente emerge fra le righe. Basti rileggere le pagine dedicate al sorgere della comunità scolastica, al suo progressivo sviluppo, all’organizzazione del lavoro alle forme di articolazione  cooperativa, alle diverse forme di autovalutazione. Sono pagine che conservano ancora intatta una loro freschezza e una loro indubbia validità. 

 

[1] Bruno Ciari, Le nuove tecniche didattiche, Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 19.
[2] Bruono Ciari, cit., p. 150.

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