Su una preoccupazione "ante litteram" di Rosa Agazzi
Il 12 ottobre 1947 Rosa Agazzi, in una lettera inviata a Carolina Gasperini, facendo un bilancio del proprio lavoro scrive: “… di quanto oggi si è solito chiamare ‘Metodo Agazzi’ (…) posso dire senza ostentazione, noi sorelle Agazzi andiamo un poco altere del nostro felice esperimento come una madre va orgogliosa della propria creatura. La piccola fonte, ammirata e tenuta limpida dal consiglio di un saggio educatore (Pietro Pasquali), fece miracoli finché non venne offuscata dal banale titolo di ‘metodo’, da noi chiesto a nessuno. (…)
Il canto, il lavoro, il giuoco, la recitazione, la vita pratica, la libertà, il giardinaggio e l’agricoltura, l’acquisto graduato del linguaggio con esercizi ricreativi, la vita affettiva, le abitudini generatrici di civiltà e di moralità … sono proprio un portato della Scuola Materna Agazziana? Macché! Ditelo ai tonti! Chi può credere che dal 1892 in poi le Agazzi si occupasse di queste cose!
Il mondo è un sacco di bugie d’averne ribrezzo. Per ciò me ne sto sola: la parola ‘Metodo’ mi fa paura.” (1).
A quel tempo, per le insegnanti che lavoravano in una scuola di metodo (agazziano o montessoriano che fosse) poteva essere una ragione di orgoglio. Operare in una scuola di metodo era un segno di appartenenza, significava possedere una connotazione specifica, un’identità visibile.
Oggi, la profezia di Rosa Agazzi, la sua paura del metodo, sembra essersi avverata. In Italia esistono, almeno ufficialmente riconosciute, 2 scuole dell’infanzia ad indirizzo agazziano e molte Case dei bambini, le scuole a metodo o a indirizzo montessoriano.
Fino agli anni Sessanta dello scorso secolo una grande quantità di scuole dell’infanzia si dichiaravano orgogliose di potersi definire di metodo agazziano.
Sicuramente l’evoluzione avvenuta in quegli anni ha imposto una rilettura ed un ripensamento del modello agazziano.
Una prima ragione è rintracciabile nel ripensamento complessivo della scuola che ha visto la diffusione di un certo sperimentalismo in Italia e che ha portato, fra l’altro, alla riforma della scuola media e la sperimentazione della scuola elementare a tempo pieno. Non possiamo dimenticare la portata della lezione di Don Lorenzo Milani e l’influenza esercitata dalle suggestive esperienze d’oltralpe che vedono come proprio principale campione il maestro francese Célestin Frainet.
Più vicino a noi, ed in riferimento alla scuola dell’infanzia, la figura più significativa è rappresentata da Bruno Ciari e dall’esperienza bolognese (2). La proposta di Bruno Ciari farà presto scuola e traccerà la strada per le altre successive esperienze di scuola comunale (ci riferiamo alle proposte di Loris Malaguzzi (Reggio Emilia) e da Sergio Neri (Modena).
Non va inoltre dimenticata l’istituzione della scuola materna statale avvenuta con la legge 444 e con i successivi Orientamenti. Se da un lato tali orientamenti hanno attinto a piene mani dalla lezione agazziana, non possiamo dimenticare, che il nuovo assetto, compresa la necessità di un nuovo sistema nazionale di scuola materna pubblica, decreta un definitivo cambio di rotta (3), certamente non per quanto attiene l’impostazione pedagogica agazziana di fondo, ma sicuramente nella tradizione diffusa, che da questo momento in poi rimane per lo più appannaggio della scuola materna autonoma.
Ora, entrando pienamente nel nuovo secolo è forse necessario un ulteriore ripensamento. In quegli anni, la presa di distanza da un metodo (peraltro auspicato dalla stessa Rosa Agazzi) coincideva con la nascita di una vera e propria era, caratterizzata dalla nascita e dalla diffusione capillare di un nuovo sistema scolastico pubblico. In quegli anni l’appartenenza ad una scuola di metodo poteva rappresentare, per qualcuno, un vincolo rispetto a nuove prospettive di apertura. Nella percezione diffusa l’idea di scuola di metodo non rappresentava più un segno di appartenenza ed un’identità dichiarata, ma una separazione, un isolamento.
Anche oggi le cose non sono molto diverse. Non sembra essere sentita più di tanto la necessità di riproporre, in diverse realtà del nostro paese, scuole di metodo.
Ugualmente, sono in campo, ben visibili, due fattori, fra loro contraddittori.
Da un lato ci pare di assistere al bisogno diffuso di appartenere a qualcosa. Mi riferisco alle varie professioni di appartenenza che alle quali in questi anni abbiamo assistito: si pensi ad esempio all’adesione ad una certa impostazione psicomotoria, a certe impostazioni ecosistemiche e così via. A volte tali approcci sono stati, per così dire, sullo sfondo, sono stati accolti come un fatto culturale da tenere conto. Altre volte sono state cercate in esse traduzioni operative ed elaborazioni che finivano per avere conseguenze anche nella pratica educativa quotidiana. Rimane, insomma ancora, anche se sopito, il bisogno di appartenere a qualcosa, di derivare da una teoria o da un modello culturale un sistema di pratiche del fare scuola. In questo caso, però, senza esitazione vorrei consigliare, per carità, Rosa Agazzi e Maria Montessori. Se non altro l’Agazzi non ha sviluppato un aspetto particolare e non enfatizza un’ottica di approccio specifico. E la sua proposta didattica, se si riesce ad effettuare una lettura storicizzata, è quanto mai valida anche oggi.
Dall’altro lato non va dimenticato che la nostra tradizione pedagogica è fortemente impregnata della lezione agazziana ed anche, indubbiamente, di quella montessoriana. Se guardiamo bene, ci pare di assistere, in una certa misura, ad una sorta di ‘continuum’ implicito che si muove all’interno di una tradizione consolidata. In altre parole, l’Agazzi è più presente nelle pratiche quotidiane delle nostre scuole dell’infanzia di quanto non si riesca a vedere. E, per molti aspetti, è così anche per la Montessori.
Il germe si è, insomma, ben radicato, ha germogliato e per questo non lo si vede più.
E allora, forse, vale la pena di fermarsi e pensare, di rendere palese quello che è implicito, di mettere meglio a nudo le ragioni nascoste che guidano molti stili educativi diffusi. Per chi è nuovo del mestiere, inoltre, ci sarebbe molto da imparare.
L’adesione formale ed ufficiale ad un metodo può rappresentare, a volte, una chiusura, può generare il timore di chiudersi in un mondo un po’ asfittico.
Bisogna stare però attenti a non buttare, con l’acqua, anche il bambino.
Per capire dove siamo e dove stiamo andando varrebbe forse la pena, appunto, di fermarsi e di rileggere alcune pagine – ancora oggi straordinarie – di Rosa Agazzi e di Maria Montessori.
(1) La lettera è riportata in Marilena Bagnalasta Bàarlaam, Scuola materna gioia di vivere crescere apprendere, Istituto Pasquali-Agazzi del Comune di Brescia, 1996, pag. 229.
(2) Bruno Ciari, Le nuove tecniche didattiche, Roma, Riuniti, 1971. Dello stesso autore si veda anche: I modi dell’insegnare, Roma, Riuniti, 1972, e La grande disadattata, Roma, Riuniti, 1973.
(3) Si veda la Circolare Ministeriale n. 170 del 9-5-70 “Trasformazione dei giardini d’infanzia in scuole materne statali”.