Accademia Naven
I corti di Naven
Il dubbio di Andrea

(Diaro di un'educatrice)

Un giorno avvenne un fatto curioso che ci sorprese. Eravamo all’inizio dell’anno educativo e ci trovavamo in piena fase di inserimento. Come d’abitudine, avevamo preventivamente organizzato i gruppi dei bambini affidando ognuno di essi ad un’educatrice. Ovviamente avevamo previsto che ogni gruppo il proprio spazio e ogni stanza (o sezione) ospitava due gruppi: in questo modo una sezione accoglieva, due gruppi dei piccolissimi, due gruppi di medi e così via.
L’episodio in questione riguarda un bambino del gruppo dei medi che chiameremo Andrea. Eravamo nel mese di ottobre e nella stanza erano presenti sedici bambini, tutti nuovi, che stavano completando l’inserimento. Andrea non era ancora pienamente inserito e periodicamente piangeva e si lamentava. Poi ha cominciato, facendolo per diverse volte nella giornata, ad allontanarsi dal proprio gruppo ed avvicinarsi all’educatrice che aveva in carico l’altro gruppo di bambini. Istintivamente abbiamo pensato che Andrea non avesse ancora le idee chiare e non avesse compreso che la sua educatrice di riferimento era l’altra. Così con gentilezza e tatto lo abbiamo invitato a stare vicino alla sua educatrice e non all’altra. Tutte le volte che si allontanava lo riportavamo, per così dire, con garbo all’ovile.
Qualche giorno dopo, in occasione di una riunione di verifica, abbiamo discusso dell’episodio prima con il pedagogista e poi fra di noi alla presenza della coordinatrice. Come bisognava comportarsi in una circostanza come quella? Di solito i bambini accettavano la figura di riferimento che era stata loro affidata e tutto filava relativamente liscio: era la prima volta che un bambino assumeva un comportamento del genere. Il confronto all’interno del gruppo ci ha portato a riflettere su un espetto che fino a quel momento avevamo trascurato: che cosa fare nel caso un bambino si leghi ad una figura diversa rispetto a quella alla quale è stato originariamente affidato?
La scelta, condivisa dal gruppo, è stata quella di lasciare spazio al bambino: abbiamo deciso che Andrea potesse andare da chi voleva e quando voleva. Per un certo tempo in effetti Andrea ha continuato a cercare l’altra educatrice e periodicamente la seguiva ovunque andasse e qualsiasi cosa facesse. Ad esempio, si fermava per il pranzo nel tavolo seguito dalla seconda educatrice, oppure la accompagnava e l’attendeva quando quest’ultima doveva cambiare il proprio gruppo di bambini. Nel frattempo, si era tranquillizzato, appariva più sereno. Per un paio di settimane ha manifestato in modo alterno la sua preferenza, rimanendo a volte con l’una a volte con l’altra. Poi, d’improvviso, ha deciso di stare permanentemente nel suo gruppo originario, senza più cercare la seconda educatrice. La nostra impressione è stata che Andrea abbia avuto un momento di certezza e che si fosse preso un po’ di tempo per decidere con chi delle due educatrici allacciare un legame primario, stabilire la relazione più importante.
È stato per noi molto istruttivo renderci conto che anche i bambini si prendono il loro tempo e, come dice Emmi Pikler, è fondamentale lasciare loro il tempo di cui hanno bisogno. A volte l’organizzazione efficiente può nascondere delle criticità. Inoltre, abbiamo avuto modo di constatare con una certa sorpresa e un certo stupore qualcosa che sapevamo già, ma che non avevamo pienamente presente nella nostra mente: anche i bambini molto piccoli manifestano delle preferenze ed occorre rispettarle. Quando un bambino manifesta una preferenza si suppone che eserciti un’opzione più alternative e quindi eserciti una forma pur elementare di libertà. La possibilità di poter scegliere fra più alternative è infatti alla base di quello che in futuro sarà chiamato pensiero critico. 
Con il tempo abbiamo avvertito dunque la necessità di ripensare al ruolo della figura di riferimento così come l’avevamo inizialmente impostato. La funzione dell’educatrice come figura di riferimento costituisce, come ci indica Elinor Goldshmied, un ruolo caratterizzato dalla prossimità emotiva rispettivamente con il nido e la sua famiglia e svolge dunque una funzione di garanzia, considerata importante, soprattutto quando il bambino è molto piccolo oppure quando il bambino non è ancora pienamente inserito.
Si può affermare che la figura di riferimento si basa sulla capacità di noi educatrici di offrire cure peculiari e non generiche, caratterizzata dall’attenzione alle caratteristiche specifiche, alle abitudini ed alla sensibilità di ogni singolo bambino. I bambini riconoscono le differenze nel modo di essere accuditi, taccati, manipolati, spostati, accarezzati, ecc. È un rapporto di cura che per l’adulto non ha solo una valenza fisica, diviene, di necessità, un abbraccio mentale. Si tratta di un ruolo molto vicino a quello materno ed inevitabilmente destinato ad essere molto coinvolgente (come appunto ben sottolinea Elinor Goldshmied). Non possiamo assumere un comportamento troppo distaccato perché potrebbe ad esempio ricevere un giudizio negativo dalla famiglia, o almeno destare qualche preoccupazione), ma nemmeno troppo vicino o implicato perché potrebbe mettere la famiglia per ragioni opposte.
Siamo ben consapevoli che si tratta di un ruolo che non si può improvvisare e non può basarsi sul buon senso, ma richiede molto equilibrio e controllo di sé: si tratta di una capacità che si conquista con il tempo. Il rischio potrebbe essere che i bambini diventino troppo intimi per qualcuna di noi (soprattutto per le educatrici alle prime armi e che si avvicinano per la prima volta a questo lavoro) e questo è un problema se non riesce ad adottare la distanza giusta, ma soprattutto sappiamo per esperienza che diventa un problema per i bambini in caso di una sua assenza.
L’adulto non è mai, infatti, totalmente e permanentemente a disposizione del bambino, nemmeno quando si tratta della madre. E, nel caso della figura di riferimento, possiamo cadere nella tentazione, pur involontaria, di sentirci insostituibili. È importante invece che la figura di riferimento primaria sia sostituibile in caso di necessità. Inoltre, ha pienamente ragione Elinor Goldshmied quando afferma che un attaccamento prolungato ed esclusivo può apparire per qualche famiglia come una minaccia.
Senza dubbio quello della figura di riferimento rappresenta un elemento cardine che determina la qualità educativa del servizio: è un punto nevralgico dell’organizzazione del servizio con cui è necessario prestare la massima attenzione. Tuttavia, se da un lato è assodato che la figura di riferimento è irrinunciabile, è dall’altro evidente che esistono molti modi (e non per forza tutti buoni) di giocare tale ruolo.
Siamo arrivate alla conclusione che la figura di riferimento stabile non significa per questo unica e insostituibile: non lo è nemmeno la madre che, benché vicina al bambino, non lo è per tutte le 24 ore della giornata ed a volte può essere sostituita dal padre o da un’altra figura familiare senza arrecare disagi irreparabili per il bambino. Inoltre, va da sé che la frequenza del nido d’infanzia costituisce di fatto una separazione dalla madre, ma non per questo l’esperienza di inserimenti al nido deve essere considerata traumatica o negativa, anche se, senza dubbio, occorre adottare i necessari accorgimenti ed assumere opportune cautele.
All’inizio è importante che sia presente una persona che abbia costruito un rapporto speciale con ogni bambino individualmente inteso. In seguito, tuttavia, quando i bambini sono ormai ben ambientati, un’organizzazione che puntasse in modo rigido sulla quasi esclusiva figura di riferimento pensiamo sia un’inutile rigidità. Quando non vi sono più ansie e segni di attaccamento insicuro da parte dei bambini, non vi è più la necessità della stessa intensità del rapporto con la figura di riferimento come accadeva prima. Il rischio è che si potrebbe configurare una situazione in cui ogni educatrice accudirebbe i propri bambini, si occuperebbe esclusivamente di loro, le relazioni e gli scambi con gli altri gruppi sarebbero inevitabilmente sporadici ed occasionali, le educatrici finirebbero per parlare “dei miei bambini” e “dei tuoi bambini”. La figura di riferimento è importante perché rappresenta per ogni bambino una relazione in sicurezza e una base sicura, ma questo non deve avvenire a scapito della comunità, non si deve perdere di vista che il nido è un luogo di relazioni molteplici, è un sistema interattivo complesso.
Siamo arrivate insomma alla conclusione che la figura di riferimento costituisce un caposaldo fondamentale di un nido d’infanzia di qualità: essa ha l’importante funzione di garantire la necessaria sicurezza al bambino soprattutto nella prima fase dell’ambientamento; ha tuttavia anche il compito di accompagnare il bambino, gradualmente e progressivamente, alla conquista della propria autonomia e della propria emancipazione. 

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