Loris Malaguzzi in un suo scritto del 1977[1] racconta l’episodio di una bambina che si trovava in casa e che si divertiva a giocare con la sua ombra. Era un tardo pomeriggio e il sole ormai al tramonto che entrava dalla vetrata proiettava la sua ombra che via via si allungava contro la porta. Sembrava che tentasse ripetutamente di entrare nella stanza e chiudere rapidamente la porta nel tentativo di lasciarne l’ombra fuori. Tentava e ritentava ma era in difficoltà perché non riusciva nel suo intento. La luce arrivava alle sue spalle e proiettava l’ombra sul pavimento se la porta era aperta e non aveva ancora compreso il motivo per il quale l’ombra non rimaneva dall’altra parte se chiudeva la porta. Il padre la vide e smise immediatamente la sua prova perché non voleva spiegare quello che stava facendo per non correre il rischio di apparire ridicola ed essere presa in giro.
La breve scenetta raccontata da Malaguzzi ci sembra assai interessante per spiegare la fantasia e la creatività dei bambini e la loro sorpresa quando qualcosa funziona in un modo diverso da ciò che si aspettavano.
Il fatto è che la meraviglia e lo stupore nascono sempre da un’incertezza, da un inciampo, da una contraddizione. La meraviglia dei bambini riguarda sempre qualcosa che avviene quando non è previsto, o che non avviene quando previsto, o ancora che succede qualcosa di diverso rispetto alle attese.
I bambini osservano sempre con una certa attenzione ciò che accade intorno a loro e assorbono ciò che succede in modo straordinariamente veloce. È sufficiente che un fenomeno si presenti poche volte affinché venga assimilato in modo permanente come regola generale (a differenza, ad esempio, degli animali che per abituarli ad una reazione occorre che il fenomeno sia lungamente ripetuto). Poi si fanno le loro idee e si danno delle spiegazioni ai loro occhi plausibili in un misto inestricabile fra ragione e immaginazione.
In questo senso, la sorpresa, la meraviglia e lo stupore costituiscono semplicemente il punto di partenza di un processo che viene sviluppato a livello interiore senza che compaiano segni o manifestazioni particolari all’esterno. Anzi, molto spesso, come illustrato nell’esempio, i bambini tendono a dissimulare, a contenere la loro meraviglia a conservarla dentro di sé. Lo stupore è insomma, essenzialmente, un processo interiore.
Lo ha descritto bene Maria Montessori[2] quando si è dilungata a raccontare – non senza nascondere a sua volta sorpresa e stupore – di quella bambina che ha ripetuto per ben quarantaquattro volte (Montessori ha sempre avuto un debole per i numeri!) lo stesso esercizio, indifferente a tutto ciò che capitava intorno a lei in quella stanza della Casa dei bambini della prim’ora in cui gli altri bambini erano a loro volta affaccendati in attività diverse e rumorose. La bambina ha ripetuto quarantaquattro volte lo stesso esercizio perché aveva scoperto qualcosa e voleva andare fino in fondo. E ha potuto farlo perché gli adulti sono stati a loro volta discreti e non si sono intromessi nella faccenda, né con le azioni, né con le parole.
La meraviglia è la molla che spinge i bambini a farsi delle domande e a cercare delle risposte ma spesso vuole darsele da solo perché ha bisogno di capire con la propria testa. A volte chiede spiegazione agli adulti e le loro risposte gli bastano ma molto spesso non le trova sufficienti.
Anticamente si pensava che la mente del bambino fosse inizialmente vuota, fosse come un vaso da riempire o una “tabula rasa” (una pagina in bianco) su cui scrivere via via l’accumulo dei saperi e le esperienze della vita. Da tempo si sa non solo che, come si usa dire, il bambino è competente fin dalla nascita ma anche che è dotato di un’invisibile sapienza, ossia un sapere ampio nel campo della fisica, dei numeri, della geometria e anche della probabilità. Se un adulto lancia un sasso il bambino segue con lo sguardo la traiettoria, se un oggetto scompare dentro a un contenitore, si aspetta di ritrovarlo poi nello stesso contenitore. È per questo che i bambini amano i giochi di magia: perché i giochi di prestigio trasgrediscono le regole della fisica e la meraviglia del bambino compare proprio nel momento nel quale le sue intuizioni vengono contraddette.
Gli studi neuronali dei neuroscienziati ci confermano che il cervello dei bambini è – anche - instabile ma è proprio in tale instabilità che risiede il vantaggio. I bambini realizzando esperienze (quando sono dense e quando perciò sono concentrati) attivano processi neuronali caratterizzati da miriadi di sinapsi che a loro volta performano il cervello e lo rendono sensibile e plastico nei confronti di tali processi e per quel tipo di problemi. In altre parole, imparano e nello stesso tempo imparano ad imparare e questo costituisce un bel risparmio di energie per il futuro.
La meraviglia, tanto nei bambini quanto negli adulti, quando è veramente stupore, non è un fatto esterno (anche se da fuori si può cogliere – a volte e non sempre – un’espressione emotiva), né un sentimento estetico: è un processo interiore, un’attitudine cognitiva, un lavoro della mente che si manifesta in una sospensione che richiede di rendere ragione di ciò che accade che sorprende il bambino (ma anche lo scienziato) per la sua oscura incomprensibilità. Ma tanto il bambino quanto lo scienziato sanno che tale incomprensibilità è solo apparente che è destinata a scomparire attraverso la ricerca di una spiegazione, una volta che si arriva a conoscere il “perché”.
Non ci meravigliamo delle cose che sappiamo, né di ciò che succede così come noi ci aspettiamo che accada. Ci meravigliamo quando qualcosa non va nella direzione che ci aspettavamo che andasse, quando succede qualcosa i cui esiti non rientrano nelle nostre aspettative e nelle nostre previsioni. Ci meravigliamo insomma quando c’è qualcosa che contraddice ciò che sappiamo e che ci impone di farci delle domande a cui prima non avevamo pensato.
È inevitabile, perciò, che le meraviglie dei bambini siano diverse da quelle degli adulti. Il bambino è destinato a meravigliarsi più spesso perché la sua mente è in costruzione ed è aperta a tutto ciò che può capitare, mentre la mente dell’adulto è strutturata e meno disponibile alle sorprese.
La sorpresa è un punto di partenza del pensiero, della conoscenza, della fantasia, dell’immaginazione, della creatività perché è un modo per interrogarsi sulla realtà e superare l’ovvio. Coltivare la meraviglia significa mantenere una mente aperta, disponibile al nuovo, all’inconsueto e all’inaspettato. È un punto di partenza che si trasforma poi in attenzione e concentrazione, in un desiderio di osservare e di comprendere, in un piacere di interrogare le cose e di trovare spiegazioni soddisfacenti su ciò che accade.
Ha ragione, perciò, cento volte ragione la bambina che giocava con la sua ombra a ritirarsi non appena si accorge che l’adulto vorrebbe interferire sulla sua meraviglia. La meraviglia dei bambini è un fatto personale e intimo ed hanno le loro buone ragioni per tenerle per sé. L’adulto da parte sua dovrebbe assumere un atteggiamento di rispetto nei confronti delle meraviglie dei bambini, senza interferire, senza commentare, senza enfatizzare.
Di fronte alla meraviglia dei bambini la migliore reazione degli adulti è il rispetto che, nella pratica, si traduce nel silenzio.
[1] Malaguzzi L. “Quando l’ombra non sta fuori dalla porta” articolo pubblicato in “Zerosei”, Milano: F.lli Fabbri, pp. 54-57. Il contributo è riportato in Borghi B.Q. (2024) Loris Malaguzzi. Il gioco delle parti, Bergamo: Zeroseiup, pp. 50-52.
[2] Montessori M. (1950). (1950). La scoperta del bambino. Milano: Garzanti.
Battista Quinto Borghi
Ultima revisione: aprile 2026