Accademia Naven
Appunti sull'educazione infantile
La cura di sé attraverso il sumi-e. Un'esperienza di formazione

Il contributo presenta e analizza un’esperienza di corso di formazione incentrato sulla cura di sé attraverso la pratica del sumi-e.

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Recentemente le educatrici del nido, le insegnanti della scuola dell’infanzia ed il personale ausiliario del Servizio Integrato Zerosei della Fondazione Ferrero di Alba hanno aderito alla proposta di formazione di un corso di Sumi-e, promosso e sostenuto dalla cooperativa Or.sa di Bergamo.

Ciò che forse più sorprende, a differenza dei corsi di formazione tradizionali, si tratta di un progetto formativo essenzialmente incentrato sul silenzio: il formatore si limita esclusivamente alle parole indispensabili per impartire le poche istruzioni necessarie e i partecipanti svolgono il loro compito in assoluto silenzio.

Di che cosa si tratta?

Il termine sumi-e è la combinazione di due parole giapponesi: “sumi” significa inchiostro nero e “e” vuol dire pittura. Il sumi-e è dunque l’arte della pittura – per così dire - minimalista che si basa sull’utilizzo di inchiostro e acqua, di un pennello e di un foglio di carta, e di una mano che traccia sul foglio segni a gradazione variabile. 

Il sumi-e non si riduce però ad una tecnica che solo all’apparenza può sembrare semplice. Il fatto è che nella semplicità e sobrietà dei segni il disegno deve risultare vivo e questo richiede una fase preparatoria non semplice in cui il disegnatore deve imparare via via a tralasciare tutto ciò che è superfluo. L’obiettivo è perciò quello di spogliare, di ridurre l’espressione del reale alla sua forma pura, alla sua essenzialità. Pochi segni costituiscono il risultato di molte prove, di lunghe meditazioni in silenzio, per arrivare all’essenziale. 

È evidente che la proposta di un corso di formazione accompagnato da un monaco zen e praticato nel silenzio è qualcosa di molto diverso rispetto alle tradizionali pratiche formative offerte ai professionisti dei servizi per l’infanzia. Di solito la formazione pedagogica rivolta agli educatori e agli insegnanti riguarda l’approfondimento di principi pedagogici o psicopedagogici, oppure lo sviluppo di pratiche rivolte ai bambini e tese a migliorare le professionalità degli operatori. 

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Le persone che hanno partecipato al corso di formazione su base volontaria si sono rese conto che si tratta di una proposta tutt’altro che semplice. Non era un corso di disegno, non riguardava l’apprendimento di una particolare tecnica da riproporre in seguito per i bambini, non consisteva in una pausa dal lavoro o in un momento di sospensione temporanea delle pratiche quotidiane. Non era insomma una divagazione e non era nemmeno uno dei tanti laboratori che spesso vengono proposti al personale educativo per acquisire un nuovo strumento da applicare in seguito in situazione educativa con i bambini.

Si trattava piuttosto di una proposta che nella sua apparente semplicità rimandava a qualcosa d’altro. È per questo che alla fine del corso abbiamo proposto al gruppo alcune domande. E le risposte non hanno attardato ad arrivare. 

Qualcuna si è dichiarata impacciata e non in grado di tracciare la pennellata nel modo giusto e ogni tentativo che faceva le sembrava insoddisfacente. 

Un’altra era presa dall’incertezza su quale fosse la combinazione giusta fra inchiostro e acqua per cercare la sfumatura adatta e si trovava perciò nella necessità di cambiare continuamente il foglio di carta. 

Non mancava chi proprio non riusciva ad osservare il silenzio e doveva continuamente accompagnare i gesti con le parole con il rischio evidente di creare disturbo, ed era evidente che il silenzio in specifiche situazioni a qualcuno provoca una certa sensazione di “vuoto”. Al silenzio non siamo più abituati e per qualcuno il silenzio appare come qualcosa di inquietante e che perciò richiede la necessità urgente di essere colmato. 

Ogni persona insomma ha affrontato il problema della pittura dovendosi confrontare con sé stessa, cercando di assumere la giusta postura, di misurare il gesto, di spalmare l’inchiostro sul foglio con un unico tratto e con la giusta pressione, di imprimere al braccio la direzione giusta. Per tutte le partecipanti è risultato presto evidente che per fare un buon lavoro il problema era principalmente quello del controllo di sé, del respiro, della postura, della scioltezza del gesto. 

Del resto, è proprio questo che segnalava Arianna, la formatrice, pronta ad affiancare ognuno e limitandosi a sostenere le partecipanti al corso con lo sguardo e con il gesto, restringendo l’uso delle parole al minimo indispensabile. 

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Alla fine del ciclo di sedute una corsista ha dichiarato che praticare il sumi-e è come percorrere un sentiero di montagna: se si ha buone gambe non è difficile e quello che è importante è sapere sempre il giusto passo e e conservare sempre il giusto ritmo. A volte il percorso è tranquillo e non comporta problemi, poi d’improvviso occorre spostarsi di lato per prestare attenzione a un passaggio difficile o particolarmente esposto che richiede attenzione e cautela. Percorrere un sentiero significa prestare attenzione ai singoli passaggi che presentano qualche complessità e alle insidie che richiedono prudenza e controllo. 

Per un’altra corsista, la pratica del sumi-e richiede un atteggiamento sempre tranquillo e vigile e una consapevolezza serena che si conquista solamente con il tempo. Il sumi-e è quel percorso che porta gradatamente e attraverso la pazienza ad una migliore consapevolezza di sé. 

Ognuna delle partecipanti, dunque, si è confrontata con l’esperienza del sumi-e in modo personale e sia le motivazioni che gli approcci sono stati diversi. 

Molte persone hanno dichiarato che inizialmente avevano deciso di iscriversi al corso semplicemente perché si trattava di qualcosa di nuovo e che non avevano mai fatto. Non è mancato chi ha pensato che fosse un modo per imparare a dipingere. 

La maggior parte delle persone l’ha intesa come una possibilità di crescita personale in relazione alla consapevolezza ed al controllo delle proprie emozioni e come arricchimento del proprio stare con i bambini. 

È stato poi evidente che occorreva pensare al sumi-e come qualcosa che riguarda la scoperta del sé, un percorso di crescita personale e di sviluppo interiore. Scorrere il pennello sulla carta con la mano che si muove dal basso del foglio e dalla vicinanza del proprio corpo verso l’esterno e nella direzione del mondo che è al di fuori da sé è un segno della vita che scorre e del tempo che passa allo stesso modo con il quale il pennello scorre sul foglio di carta. Il pennello che traccia il proprio segno sulla carta simboleggia il percorso che ognuno di noi traccia della propria vita. Sono infiniti i modi di tracciare il segno sulla carta (e di vivere la propria vita): segni sicuri o incerti, segni sereni o preoccupati, tracce tranquille o tracce agitate e ansiose, pennellate di fiducia o pennellate di preoccupazione, strisce sincere o bugiarde e fittizie, sumi-e (nel senso originale di pittura con l’inchiostro e l’acqua) che corrispondono alla vita della persona che lo pratica o che sono una menzogna raccontata agli altri e a sé stessi. 

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Non per tutti una stessa esperienza esercita lo stesso impatto. Non tutti affrontano un problema nello stesso modo. E i problemi di ognuno non sono necessariamente gli stessi problemi degli altri. 

È stato inevitabile che la conclusione dell’esperienza producesse reazioni diverse. 

Per qualcuno l’esperienza è stata serena e tranquilla e l’ha considerata un buon momento e un buon strumento di distacco dalla vita e dalle preoccupazioni quotidiane. 

La maggior parte delle persone ha denunciato una certa fatica: c’è chi ha detto che era faticoso mantenere la postura eretta, chi ha dichiarato che è difficile e faticoso controllare il respiro, chi ha affermato che è difficile mantenere il controllo dei movimenti della mano e chi che la cosa più difficile è concentrarsi. 

Il sumi-e è insomma in realtà una strada in salita che richiede un forte controllo del corpo e dei movimenti e che nello stesso tempo la rigidità non paga e occorre scioltezza, che richiede concentrazione e presenza nel lavoro che si sta facendo e che, non ultimo, occorre un maestro che sia in possesso di una grande capacità osservativa e che svolga – nel silenzio - la funzione di guida per ognuno. Il sumi-e richiede serenità ed equilibrio ed esclude a priori qualsiasi ambizione artistica. 

Una partecipante, ad esempio, ha presto compreso che doveva fermarsi e concentrarsi per poter dipingere nel modo giusto e che non era sufficiente tracciare meccanicamente un segno così come la maestra del sumi-e indicava.

Un’altra si è resa conto che quando controllava il respiro (quando “pensava” al respiro) riusciva a concentrarsi e il lavoro risultava migliore. Ha compreso che il respiro guida lo stato interiore. Ha capito che quando riusciva a seguirlo, il gesto durante l’esecuzione del lavoro diveniva più fluido: “Rallentavo per controllare il movimento del pennello e mi accorgevo che questo lavoro di coordinazione mi produceva pace interiore”. Da qui la consapevolezza che, che lo si voglia o no, i pensieri condizionano i gesti e la mancanza per qualche ragione della serenità personale esercita inevitabilmente – anche se in modo inconsapevole - un’influenza anche nel proprio lavoro. 

A parte i momenti di incertezza, alla fatica di dovere assumere una posizione del corpo a cui non erano abituate e superata la preoccupazione che il loro prodotto potesse essere giudicato, alla fine la grande maggioranza delle persone ha interpretato il laboratorio del sumi-e non come un distacco dal lavoro o una pausa dalle fatiche quotidiane, ma un momento di concentrazione, un tempo che potevano dedicare a sé stesse, una sorta di moratoria e di sospensione in cui lasciare fuori i problemi per concentrarsi sul presente attraverso l’attenzione a ciò che ognuna stava facendo.

È avvenuto così che molte persone che all’inizio avevano deciso di partecipare al corso senza uno scopo preciso o per curiosità hanno alla fine apprezzato alcuni aspetti dell’esperienza a cui inizialmente non avevano pensato. 

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Gli aspetti significativi emergenti sono stati quattro. 

  • Il primo riguarda la postura, la posizione che il corpo deve tenere per impugnare il pennello nel modo giusto e imprimere sul foglio la traccia dell’inchiostro. Per assumere una posizione voluta del corpo occorre sentirlo, ascoltarlo, pensarlo. Essere presenti al proprio corpo significa essere presenti a sé stessi.
  • Il secondo riguarda il respiro. Il respiro è un riflesso spontaneo e controllare la respirazione significa essere presenti a sé stessi nel singolo momento; significa concentrarsi sul qui e ora e tralasciare ciò che è lontano e che è passato o futuro: significa sentirsi nel momento presente.
  • Il terzo è il silenzio. La vita in cui ognuno di noi è immerso è fatta di continue voci e suoni e le interazioni (verbali o virtuali) con il mondo vicino e lontano sono continue. Viviamo in un mondo nel quale il silenzio è una merce rara. E forse per qualcuno può costituire un peso troppo grande. Solo il silenzio permette ad ognuno di noi di guardare dentro noi stessi e non è una cosa che tutti per ragioni diverse siamo disponibili o vogliamo fare.
  • Il quarto riguarda il pensiero. Che cosa si pensa mentre si pratica il sumi-e? La testa rimane concentrata sulla cosa che si sta facendo (la buona postura, il controllo del respiro, la presenza a sé stessi, la concentrazione finalizzata all’esecuzione del proprio lavoro)? Oppure divaga e si perde negli infiniti rivoli lungo i quali la nostra mente è in grado di condurci? E inoltre: che cosa significa vuotare la testa? Che cosa vuol dire liberarla? La pratica del sumi-e richiede concentrazione e concentrarsi significa fare bene la cosa che si sta facendo e per farlo occorre allontanare da sé ciò non è pertinente, che non serve in quel determinato momento. E questo insegna che anche nella vita di tutti i giorni è importante per quanto possibile lasciar fuori il passato e il futuro perché molti problemi sono semplicemente quelli che sono nella nostra testa. Praticare il sumi-e significa “occuparsi” di ciò che si deve passo paso fare soffermandosi sulla presenza (al lavoro che si sta compiendo e a sé stessi) che è sempre orientata al momento presente. 

 

Il sumi-e non è solamente una tecnica di pittura: sul piano dei contenuti riguarda sempre la riproduzione della natura (il fiore, l’albero) che è nello stesso tempo realistica e metaforica. 

Dipingere la canna di bambù o un fiore vuol dire tracciare una “composizione” ossia mettere insieme le diverse parti di un tutto, nella consapevolezza che il mondo è costituito da parti costantemente e imprescindibilmente fra loro connesse. Ogni cosa è legata a un’altra, tutto si evolve e nulla permane. 

La funzione del sumi-e è di ricercare l’armonia nello stesso tempo dell’immagine e di noi stessi. E questo aiuta ognuno a distogliersi da proprio sé e di cogliere la sua natura impermanente e superare il proprio ego non significa non significa annullare la propria personalità e a vivere nella gioia di un sé liberato dai propri vincoli interiori. 

Lo sforzo di essere presenti, la concentrazione e la consapevolezza di sé avviene attraverso la meditazione è un esperimento (nel senso etimologico della parola, cioè dello sperimentare, del provare su sé stessi) ed ha una funzione terapeutica che impone di radicarsi nel presente (stiamo parlando della “presenza mentale”). Lo scopo è di trasformare la propria visione di sé e del mondo e muove verso ciò che la visione Zen chiama “risveglio” e “illuminazione”.

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Senza dubbio quella della pratica del sumi-e in relazione ai servizi per la scuola dell’infanzia è una formazione insolita.

Tradizionalmente la formazione anche per quanto riguarda il segmento ZeroSei ha a che fare con aspetti eminentemente psicopedagogici e fa riferimento allo sviluppo di contenuti e metodi che concernono principi pedagogici o tecniche didattiche. Si tratta di un tipo di formazione che ha a che fare con modelli che in generale abbiano un impatto con la professionalità educativa di educatori e di insegnanti e con le pratiche da porre in atto nell’azione educativa quotidiana. 

C’è una certa pedagogia standardizzata che si fonda su principi enunciati e pratiche applicate conseguenti, che può essere attuata meccanicamente e che può peccare di una certa deresponsabilizzazione. È una pedagogia formale, uguale per tutti, poco legata ai contesti e che tende ad omologare al di là delle individualità e delle differenze.

Il sumi-e prende le distanze da tutto ciò che è inteso come adempimento non partecipato. Ed è per questo che riteniamo che il sumi-e abbia un proprio spazio e un proprio posto nell’ambito dell’educazione. Il lavoro nei confronti della prima infanzia è essenzialmente un lavoro di cura e la prima forma del “farsi carico” è quella di prendersi cura di sé. La cura di sé è il modo migliore (meno equivoca, meno ambigua e più autentica) per farsi carico degli altri. 

La cura è alla base delle attività umane, è il lavoro che si preoccupa di creare le condizioni che permettano alle persone (ai bambini così come agli adulti e agli anziani) di vivere bene rapportandosi a sé stessi e al mondo in modo positivo. 

Il sumi-e rientra pienamente nell’ambito del rapporto di cura nel senso che si prende cura di chi si prende cura, si fa carico degli adulti che si occupano dei bambini. Il principio fondamentale che soggiace alla pratica del sumi-e è che l’educatore deve stare bene con sé stesso per svolgere adeguatamente il proprio lavoro educativo. 

Non si nasce educatori e quello dell’educazione non è un semplice esercizio o un repertorio di procedure da mettere in pratica. Un processo educativo è sempre anche un rapporto umano e questo comporta coinvolgimento e prossimità emotiva. La pratica del sumi-e si configura come una pratica di cura che si prende cura degli adulti che si prendono cura dei bambini e, in quanto tale, ha a che fare con l’educazione degli adulti, attiene all’ambito della formazione dei formatori.

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Una delle caratteristiche fondanti del sumi-e come cura di sé vista da una prospettiva educativa è la natura discreta e non direttiva che lo caratterizza. Nel sumi-e l’insegnante (il maestro) è indispensabile. Il suo intervento no. Si basa però sulla parola o sulla trasmissione orale di un sapere. È piuttosto un modello silente che crea e produce modelli davanti ai partecipanti che concentrano tutta la loro attenzione sui gesti, sul modo di tenere il pennello e sulla traccia da imprimere sulla carta. Si tratta di una trasmissione di regole non dette e i partecipanti sentono via via sempre di più a doversi misurare con sé stessi. Ovviamente il maestro incoraggia il partecipante ripetendo lo stesso schema più volte e questo porta il corsista a lasciarsi andare, ad abbandonare le proprie emozioni per concentrarsi esclusivamente sul desiderio di fare bene. Va da sé che le emozioni sorgano durante la pratica: se manca la tranquillità il disegno non sarà sereno; se c’è incertezza anche il disegno sarà insicuro. Il compito del maestro è quello di aiutare il corsista a sperimentare spontaneamente le trasformazioni interiori che avvengono nel tempo. E il rapporto del maestro con l’allievo è nello stesso tempo cogente e non direttivo: da un lato si limita a “far vedere” senza interferire sul disegno dell’allievo, dall’altro è cogente in funzione della forte prossimità emotiva che si crea fra i due partner. In questo senso, il sumi-e è nello stesso tempo una terapia incentrata sulla scoperta di sé e sul controllo di sé.

In altre parole, il Sumi-e ha una natura essenzialmente etica. 

In un mondo competitivo e confuso come è quello attuale, questo metodo di pittura indica una “via”, indica un principio universale che è in tutte le cose e valorizza l’energia vitale presente in ognuno. La pressione del pennello sulla carta ha a che fare con la vita perché la vita preme ognuno di noi allo stesso modo di ciò che fa l’inchiostro nero sul foglio bianco. La vita imprime dentro di noi le nostre esperienze e noi diventiamo ciò che è stato impresso in noi. In questo flusso che a volte sembra inarrestabile il Sumi-e offre l’occasione di fermarsi e di essere presenti, qui ed ora, a noi stessi per comprendere chi siamo veramente al di là di chi pensiamo di essere stati o di diventare nel futuro.

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Nota. Tutte le immagini riportate sono particolari tratte da opere pittoriche uniche del maestro zen Beppe Mokuza Signoritti.

 

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Battista Quinto Borghi 
Ultimo aggiornamento 18 settembre 2026

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