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Barriera
Lessico pedagogico

La barriera è un impedimento, un intralcio che è presente nell’ambiente e che l’azione educativa ha il compito di smuovere. Questo significa che in sé non è mai “sbagliato” il bambino, ma è incongruente rispetto al bambino il contesto che lo circonda e in cui è immerso. La barriera ha anche a che fare con le disuguaglianze, caratterizzate dalle condizioni di svantaggio di partenza.

1.

Maria Montessori utilizza questo termine per riferirsi al bambino quando trova delle barriere intorno a sé che gli impediscono di essere concretamente presente nel lavoro che deve svolgere ed appare svogliato, impigrito e la sua intelligenza appare deviata: compare una vera e propria “diminuzione dell’intelligenza”. In generale non è così e non è questione di mancanza di intelligenza o di cattiva volontà. Possono anche comparire delle tendenze artistiche e delle capacità creative, che tuttavia rimangono, per così dire, sulle nuvole e non si traducono mai in qualcosa di concreto poiché nessun approfondimento tecnico appare possibile, rimanendo così nella sfera della fantasticheria e nel desiderio mai realizzato nell’assenza di qualsiasi spinta propulsiva. Ci sono delle barriere psichiche che nascono nell’infanzia e che le persone possono portarsi dietro anche per tutta la vita: si pensi ad esempio all’odio per la matematica a causa di un’esperienza infelice a scuola in età infantile: la persona manifesta una vera e propria “ripugnanza” che è impossibile superare.
Comportamenti come la distrazione, l’aggressività, il rifugio nelle fantasticherie o l’incapacità di risolvere un problema anche relativamente semplice, non dipendono da cattiva volontà o da mancanza di intelligenza, ma sono piuttosto il frutto di errori fatti dagli adulti ed hanno una funzione essenzialmente difensiva, come be descrive la psicoanalisi. Sono barriere molto difficili a vincersi. Occorre portare il bambino alla normalizzazione, vale a dire occorre costruire una situazione di normalità che permetta al bambino di superare il suo bisogno inconscio di difesa dalla situazione di disagio nel quale si trova.
Qualcosa di simile avviene anche nell’ambito della più vasta società: vi sono anche le barriere nazionali che dovrebbero essere superate perché “… non sono fatte per separare un gruppo unito uniforme (…). Un’ansia di isolamento e di difesa rinforza le barriere fra nazione e nazione, e ostacola la circolazione degli individui (…). Le barriere sono forse anche per le nazioni un fenomeno psichico, che consegue a una grande sofferenza, a una grande violenza sopportata? Il dolore si è organizzato: ed era così immenso, che barriere sempre più dure e più fitte hanno rattrappito la vita delle nazioni” (Montessori, Il segreto dell’infanzia, 1936).

2.
La barriera è un ostacolo che si interpone fra il bambino e le sue possibilità di crescita. Può essere incontrata lungo il percorso e si presenta come un intoppo, una battuta d’arresto, una soglia difficile da attraversare. Spesso la barriera è un impedimento iniziale, caratterizzato dalle condizioni di partenza svantaggiate. Così come avviene per le barriere architettoniche che impediscono il libero movimento di una persona svantaggiata sul piano motorio o sensoriale, allo stesso modo si possono interporre le barriere sociali e/o culturali.
Va inoltre detto che non tutte le barriere sono uguali. Vi sono barriere che sono superabili con l’impegno e lo sforzo oppure con i comportamenti di chi sa avvalersi di risorse alternative che gli permettono di superare l’ostacolo.
Vi sono barriere che hanno a che fare con il punto di partenza: secondo Martha Nussbaum si tratta del focus informativo che una persona deve avere a disposizione: una persona deve avere le conoscenze necessarie per prefigurare la condizione di vita che desidera. Esiste una soglia minima al di sotto della quale non esiste per le persone la possibilità di sviluppo delle loro capacità (Nussbaum M., (1999), Coltivare l’umanità, Roma: Carrocci, Roma). Fra gli altri, ce lo ha spiegato bene Mohamed Yunius, l’inventore del microcredito (Yunius M., (2000) Il banchiere dei poveri, Milano: Feltrinelli) e ce lo ha spiegato altrettanto bene Martha Nussbaum nei suoi studi sullo sviluppo delle capacità. L’attenzione si sposta da ciò che le persone sono costrette a fare a ciò che sarebbero effettivamente in grado di fare, ma non lo possono fare per la mancanza di una formazione (non solo tecnica) sufficiente. L’accento è qui posto sulla considerazione che non sono sufficienti i funzionamenti, non è sufficiente cioè che una persona possegga i mezzi (conoscitivi, operativi), ma che sia anche nelle condizioni di poter scegliere.

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