Il termine competenza è caratterizzato da un ventaglio semantico ampio e fa riferimento ad una molteplicità di concetti, prospettive e punti di partenza differenti.
1.
Secondo una concezione evoluzionistica, la competenza è la capacità di modificarsi, anche radicalmente, in rapporto ad un ambiente. È la possibilità di muoversi positivamente all’interno di una cultura ma anche al di fuori di essa per integrarla e superarla. La competenza è vista come una capacità e un sistema di abilità individuali, ma è dentro la cultura. I bambini sono esseri intelligenti e la scuola si dà il compito della gestione della conoscenza ‘obiettiva’, sociale. È il sapere fare e il sapere quello che si sta facendo e l’avere una ragione che giustifica ciò che si fa (ci si riferisce qui tanto alle azioni concrete, quanto al fare interiore, della mente). La competenza è anche la capacità di progettare, prefigurando ciò che ancora non c’è ma che ci potrà essere fra un po’. E, in questo senso, la competenza sa anche stare nell’incertezza, può cercare di orientarsi e muoversi anche all’interno di un ambiente non definito. È anche, in altre parole, il sapere elaborare delle strategie nell’immediato, è la capacità, anche, di reagire a situazioni non previste.
2.
Sul piano dei significati possiamo individuarne due che sono ad un tempo differenti e complementari.
Un primo livello rimanda a un insieme di capacità che ogni persona utilizza per la gestione di situazioni, soluzione di problemi, superamento di ostacoli della vita quotidiana (life skills). In questo senso sono intese come una sorta di “bagaglio attivo” teso a risolvere i problemi che immediatamente si presentano.
Un secondo livello richiama l’idea della “cassetta degli attrezzi” (o scaffolding): la persona attraverso la soluzione di un problema per così dire “fa tesoro” e “si attrezza” (cioè auto-costruisce proprie strutture profonde) per imparare a risolvere, attraverso la soluzione di quel determinato problema contingente, i problemi di quel tipo in generale. Secondo questa seconda accezione le competenze possono essere le più varie e complesse, come ad esempio l’autocontrollo, la volontà, ecc.
3.
Integrazione e competenza sono termini vicini che si spiegano a vicenda. Se da un lato l'integrazione può essere intesa come la capacità di ogni individuo di aderire alle regole ed agli stili della propria comunità di appartenenza non solamente adattandovisi passivamente, ma intervenendo attivamente in modo adeguato e funzionale, dall'altro la competenza può essere intesa come la padronanza di alcune abilità che renda possibile e favorisca l'integrazione. La competenza, dunque, è funzionale l'integrazione e viceversa.
Competente è, conseguentemente, chi è capace di progettare e realizzare corrispondenze fra intenzioni e risultati di una azione, e di scoprire e correggere gli errori o le eventuali mancate corrispondenze. Insomma, la competenza è una sorta di interazione (funzionale, appropriata, pertinente ed efficace) del soggetto con l'ambiente esterno.
4.
La nozione di competenza è particolarmente importante nel caso dell'educazione. Ogni bambino o bambina porta con sé qualche difficoltà che impedisce una o più interazioni funzionali con l’ambiente esterno. In questo caso la competenza funziona di meno o non funziona affatto. Così il circuito soggetto-ambiente sembra interrotto e l’inter-azione sembra diventare più difficile, se non addirittura impossibile. Si assiste in altre parole ad una separazione fra soggetto e ambiente: il soggetto è inadeguato in rapporto all’ambiente, oppure all'opposto, l’ambiente è inadeguato rispetto al soggetto. La piena consapevolezza di questo non è cosa di poco conto: siamo, in questo modo, avvisati che non è vero che l'integrazione dipenda esclusivamente dal soggetto ma occorre anche agire sull’ambiente (o meglio ancora su entrambi).
A volte la capacità d'azione viene mutilata dalla situazione di difficoltà in cui il soggetto viene a trovarsi perché il percorso si fa particolarmente impervio e di difficile attuazione. È lo stesso caso di una terribile fluttuazione subita dall'ambiente, come quando accade un terremoto o si verifica una situazione estrema. In condizioni estreme, in situazioni fuori norma, è necessario avventurarsi nella ricerca di un agire che, per così dire, nasce dal vuoto ed è orientato all'attivazione di nuovi contesti possibili.
5.
Gli inglesi usano il termine di Negative Capability, richiamando l'idea di abilità potenziali di cogliere le molteplici dimensioni, i significati e le possibilità non immediatamente visibili della realtà che sta intorno. Più precisamente, "[...] la Negative Capability è la capacità di "essere" nell'incertezza [...], di accettare momenti di indeterminatezza e di assenza di direzione [...]. Essa implica anche una disposizione cognitiva: proprio questo stato di indeterminatezza [...] permette di prestare attenzione ad aspetti della situazione che [...lo stato di tranquilla "normalità"...] non consente di vedere e di apprezzare (G.F. Lanzara, Capacità negativa, Bologna, Il Mulino, 1993).
Come dire: non necessariamente una situazione di particolare difficoltà o disagio porta all'impotenza ed alla mancanza di azione. Questo non significa che sia da preferire l'estemporaneità alla programmazione, l'improvvisazione alla previsione, l'effimero allo strutturato. Si vuole qui semplicemente dire che "contesti speciali" sono in grado, a volte, di produrre punti di vista innovativi, tentativi di soluzione ad hoc, modelli comportamentali ed organizzativi più adeguati alla situazione. Insomma, il caso estremo (così come l’imprevisto, il cambiamento improvviso di situazioni, ecc.) stimola ad individuare e trovare soluzioni nuove, più adatte ai nuovi contesti. Genera in altre parole nuovi punti di riferimento e, conseguentemente, nuovi tipi di competenze.
6.
L’idea di bambino competente è ormai universalmente accettata e il suo significato assume uno spettro talmente largo da generare possibili ambiguità. In merito vorrei fare due osservazioni. La prima riguarda il significato del termine ed è questo il motivo per il quale lo vorrei cambiare. La seconda concerne le sue attribuzioni semantiche.
Etimologicamente parlando, la parola competenza deriva dal verbo competere e significa careggiare, contendere, contrastare. Sul piano etimologico, quando parliamo di bambino competente, dovremmo pensare a rigore di logica ad un bambino che eccelle in qualcosa a differenza degli altri. Il bambino competente emerge perciò, da questa prospettiva, emerge dal confronto con gli altri. È questo il criterio fondamentale su cui si basa questo concetto: il confronto con gli altri.
Alla parola “competenza” si potrebbe sostituire quella di “capacità”. Sempre sul piano etimologico la parola capacità fa riferimento alla possibilità di ‘contenere’ qualcosa. In altri termini, richiama a ciò che “può stare dentro”. Gli antichi romani, quando dovevano intraprendere lunghi viaggi in mare, utilizzavano anfore diverse per l’acqua e per l’olio. Quelle per l’acqua erano più grandi, quelle dell’olio più piccole, ma non per questo il contenuto delle anfore più piccole era meno prezioso di quelle grandi. La parola capacità fa riferimento alla possibilità ed allo sviluppo delle potenzialità di ognuno. Non serve confrontare le anfore dell’acqua con quelle dell’olio perché sono utili entrambe e quindi non vi è competizione fra cose differenti.
7.
Gregory Bateson ha ragione a dire che quando si parla di capacità bisogna dire a che cosa ci si riferisce. Si può dire che quando un bambino entra in un laboratorio didattico ha l’occasione di sviluppare delle capacità, ma non sempre sono chiare quali capacità sviluppa ed in quale misura. Ad esempio, nel laboratorio di falegnameria impara ad usare il martello per piantare un chiodo. Nel frattempo, quel chiodo, piantato nel modo giusto, serve per realizzare una scatola di legno. Non è forse vero che quel bambino, avendo imparato a piantare un chiodo ha, in qualche misura anche imparato a realizzare una scatola di legno? E realizzando una cassetta di legno, in quale misura ha imparato a realizzare cassette in generale? Quello che intendo dire è che le capacità dei bambini (e delle persone) non sono facilmente misurabili. Un ragazzo impara ed eseguire più o meno bene un brano al pianoforte (e lo ha imparato a memoria, può perciò ripeterlo all’infinito). Un altro ragazzo imparando un brano al pianoforte impara nel frattempo a superare le difficoltà tecniche che quel brano nasconde e può così trasferire le capacità tecniche appena acquisite ad un altro brano, diverso ma che presenta difficoltà tecniche simili. Un altro ragazzo ancora imparando un brano al pianoforte, scopre nel frattempo le regole interne, nascoste nella partitura, vale a dire apprende le regole dell’armonia ed acquisisce perciò la capacità di comporre un brano diverso che presenta le difficoltà e le regole appena esperite. Questo per dire che quando parliamo di capacità dobbiamo dire che cosa intendiamo: possiamo parlare di apprendimento come acquisizione di una tecnica o di una procedura, acquisizione di un processo o anche acquisizione di una struttura. Per questo Beteson parla di apprendimenti e di deutero-apprendimenti: la questione non è indifferente.
7.
Amartya Sen nei suoi studi sul principio di giustizia parla di capability che in italiano potrebbe essere tradotto con il termine un po’ dissueto di capacitazione e che rimanda all’idea non tanto di avere acquisito la capacità di fare una cosa, ma di avere acquisito le strutture per farla. Anche questo sguardo sullo sviluppo delle capacità ci può essere utile perché rimanda all’idea che per sviluppo di una capacità si deve intendere l’acquisizione si quegli strumenti e di quelle strutture che siano in grado di permettere di padroneggiare a fondo un certo sapere o una certa pratica. Questo significa, ad esempio parlando di scrittura, non tanto di saper scrivere delle parole, quanto di padroneggiare concettualmente le strutture e le prammatiche della lingua scritta. La stessa cosa vale ad esempio per il movimento: imparare a camminare significa essere capace di fare dei passi oppure di muoversi liberamente e secondo un’intenzione consapevole in un ambiente?
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