Il libro di Collodi offre una visione dell'infanzia ancora attuale.
È abbastanza emblematico che quando Carlo Lorenzini ha messo mano al suo romanzo “La storia di un burattino”, che uscirà a puntate nel 1881 sul “Giornale per i bambini”, decise di darlo alle stampe firmandosi con uno pseudonimo (sostituendo il proprio cognome in quello di Collodi, borgo in cui nacque la madre) e si affrettò a dichiarare che si trattava di una “bambinata”, una sciocchezzuola, una cosuccia che serviva giusto per divertire i bambini e che non doveva essere presa sul serio.
Ebbe tuttavia un imprevisto e strepitoso successo che sorprese lo stesso suo autore.
Perché una “bambinata”?
Carlo Lorenzini (che ne Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino si firmerà con il cognome di Collodi) era un giornalista serio e impegnato e con un occhio attento anche all’educazione. Non bisogna dimenticare che faceva parte della commissione ministeriale per i libri di lettura nelle scuole. Va anche per la verità ricordato che alcuni suoi libri erano stati bocciati perché troppo umoristicamente frivoli e perché non seguivano appieno la linea dominante di subalternità alla cultura dell'élite e borghese dell’epoca.
La stessa lingua utilizzata era ben diversa da quella che ci si aspettava: paradossale, trasgressiva, estranea alle rigide tradizioni grammaticali e espressive delle concezioni educative del tempo. Più o meno negli stessi anni Alessandro Manzoni aveva deciso di scrivere con linguaggio aulico i suoi “Promessi sposi” sciacquando per bene i suoi panni in Arno; Collodi, che era fiorentino, ha anch’egli utilizzato il toscano ma non quello nobile, bensì quello del popolo sagace, della quotidianità disincantata e ironica.
È un fatto, inoltre, che “Le avventure di Pinocchio” ignorano completamente i valori risorgimentali massicciamente presenti nei libri scolastici dell'epoca (e tanto esaltati dal quasi coevo “Cuore” di Edmondo De Amicis) e questo comportava un discostamento (se non una vera e propria trasgressione) dai valori del tempo da trasmettere all’infanzia.
È noto che, come ben evidenzia Emilio Garroni in un suo noto studio, le intenzioni di Collodi erano state di chiudere Le avventure di Pinocchio al venticinquesimo capitolo con la morte del suo protagonista che in effetti viene impiccato a un ramo della Quercia Grande.
Ma Collodi non aveva fatto i conti con i suoi lettori che protestarono vivacemente perché il romanzo non poteva finire così ma reclamavano la prosecuzione del racconto a puntate e che non accettavano la fine ingloriosa del burattino. Non vanno nemmeno taciute le rimostranze dell’editore che aveva ben notato come il racconto a puntate aveva decisamente aumentato la tiratura del periodico. Collodi dovrà cedere suo malgrado e si prenderà il tempo per far rivivere Pinocchio e i suoi personaggi facendolo resuscitare e riallacciando i fili di un’opera che considerava conclusa.
Si tratta di due storie in una, nella quale non poche cose cambiano di segno. Nella prima parte il Grillo parlante (vale a dire, la pedanteria pedagogica dei doveri del bambino perbene – ossia del bambino che deve essere così come lo vogliono gli adulti -) viene subito soppresso senza tanti complimenti, nel secondo improvvisamente riappare e vien ascoltato; la prima parte si conclude con il burattino impiccato ma che per nessuna ragione molla gli zecchini che ha in bocca, solamente nella seconda il Gatto e la Volpe riescono a derubarlo facendogli sotterrare le monete nel Campo dei Miracoli; non poche trasformazioni subisce la Fata dei capelli turchini che si presenta a volte come madre (adottiva), a volte come “bella bambina”, a volte come defunta (Pinocchio, benché non abbia frequentato granché la scuola, sa comunque leggere la sua lapide in cui giace morta per propria colpa), poi quando infine, nella seconda parte, assume di nuovo il ruolo di madre e gli prepara la “gran colazione” di caffè-e-latte.
Perché il romanzo di Collodi ha ottenuto un successo universale?
Pinocchio è innanzi tutto un diverso e non sa di esserlo: lo scoprirà solamente in seguito quando i burattini di Mangiafuoco lo identificano come un proprio fratello dandogli quindi un riconoscimento e, con esso, un’identità e un’appartenenza (da cui tuttavia si staccherà). Si comprendono da questo le ragioni per le quali Collodi lo aveva destinato, dopo un po’ di peripezie, alla conclusione tragica della morte per impiccagione.
La caratteristica fondamentale di Pinocchio è che ha una testa pensante, che pur a suo modo ragiona, che prova emozioni, che guarda alla vita con occhio innocente, che costruisce via via un suo modo di vedere le cose, che cerca la sua autonomia, che prova a far valere i suoi diritti, che va incontro alla vita con slancio infantile e con ingenua fiducia, che si fida dei grandi e nello stesso tempo non resiste alle tentazioni che via via si presentano nel suo cammino. Si butta con voluttà nel mare della vita inconsapevole delle conseguenze che ne derivano (soffre quasi permanentemente la fame, si brucia i piedi, rischia di finire nella stufa di Mangiafuoco, viene impiccato, si trova infarinato e pronto per finire in padella, rimane prigioniero con un piede conficcato nella porta, viene incatenato come un cane, gli crescono le orecchie e si trasforma in un somaro).
Eppure, si fida del mondo che lo circonda, le disavventure non lo scoraggiano e non si volta mai indietro.
Anche per questo non sopporta la pedanteria della scuola, è insofferente nei confronti dei precetti noiosi del mondo degli adulti, ama il gioco e l’avventura, è costantemente alla ricerca della sua autonomia.
È una storia di iniziazione umana di un personaggio che parte da una posizione insolita: Pinocchio è di legno (un pezzo di poco valore tratto da una catasta); c’è un padre (Mastro Ciliegia) che decide di disfarsene (tutt’altro che paterfamilias) e lo “regala” a un altro padre (Geppetto) perché non sa di che farsene e dopo avere scartato l’idea se farne una gamba per aggiustare un tavolo o semplicemente gettarlo nel fuoco; c’è una casa (al freddo con un camino dipinto) da cui scappare a gambe levate non appena Geppetto finisce di intagliargli le gambe e quindi tutt’altro accogliente, rassicurante e protettiva; c’è una Fatina/madre che non esita a traumatizzarlo scomparendo e non facendosi trovare oppure mostrandosi crudelmente facendosi credere morta.
È un estraneo in un mondo di estranei (è un estraneo anche nel teatro dei burattini) e la sua vita inizia scappando, correndo, sfuggendo i rischi continui che si presentano nel suo cammino. Intorno a lui tutto è miseria e la fame è costantemente presente.
Vive in un mondo spietato di ladri e assassini, di giudici che condannano gli innocenti e liberano i colpevoli, di adulti che lo ingannano, di contadini e pescatori egoisti e che non dimostrano nessuna pietà.
Nel libro di Collodi non c’è spazio per la compassione.
Poiché Pinocchio è un ribelle è sempre pronta per lui la severa punizione per ogni trasgressione e questo fa di lui uno sconfitto, umiliato e offeso, un vinto.
Pinocchio è continuamente sull’orlo dell’abisso. Rischia continuamente la morte. E, come un Cristo, è vittima della cattiveria e delle malvagità di un mondo che non lo accoglie, non lo accetta non lo include: Benedetto Croce dirà che il legno in cui Pinocchio è intagliato è l’umanità.
Da parte sua Pinocchio ha però la beffa, il riso innocente, l’ingenuità che lo porta inesorabilmente a farsi ingannare e lo fa cadere costantemente in trappola da chi è più furbo di lui.
Nonostante tutto è tuttavia fiducioso, testardo, ingenuo, reattivo al rischio continuo dell’insuccesso e della catastrofe che ha sempre davanti a sé. È anche coraggioso e generoso.
Pinocchio non può modificarsi e piegarsi di fronte al mondo incomprensibile e feroce degli adulti: è tutto di un pezzo come il legno di cui è fatto e questa è la sua condanna perché questo è il suo modo di essere. La scuola non funziona per lui, anche quando incontra un maestro che non lo rifiuta: impara da solo su un libro che non ha più la copertina e che non è il sussidiario scolastico.
Pinocchio è una figura positiva agli occhi dei bambini perché comprendono con chiarezza che gli adulti non lo comprendono e non si preoccupano di capirlo e perché rovescia con ironia e in modo grottesco i valori degli adulti. Pinocchio smaschera la pedagogia del consenso, livellatrice e normalizzatrice perché la riconosce fittizia, falsa, ingannevole.
Pinocchio è dalla parte dei bambini profana l’ordine e la normalità oppressiva. Lo fa perché rivendica la sua libertà e faticosamente la conquista. Lo fa perché va avanti per la sua strada e si fida di come vede le cose. Lo fa perché è refrattario alla normalizzazione che appiattisce. Lo fa perché non si adegua ma vuole capire, perché invece di farsi plasmare si vuole auto costruire.
Ugualmente, nonostante tutto le pagine di Pinocchio sono pervase di un ottimismo di fondo: dietro il racconto delle cattive strade che Pinocchio continuamente imbocca, dietro il costante rischio di perdizione di cui il libro è pervaso, si scorge la positività delle notevoli potenzialità positive che il burattino manifesta, attraverso i suoi innumerevoli e impulsivi gesti di generosità, di altruismo, di dedizione.
Pinocchio è un disobbediente per natura ma è evidente che la sua disobbedienza è di un tipo particolare che fa di essa una virtù.
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