Accademia Naven
I corti di Naven
Uguaglianza. In che cosa?
Lo sviluppo delle capacità

Se è vero che la razionalità ci può aiutare a scegliere liberamente e ad agire (a tutti i livelli) secondo criteri di giustizia, un esempio ci può aiutare a cogliere la complessità (assai ardua) del problema.

L'impossibilità di una giustizia giusta

Amartya Sen si offre un esempio interessante. Secondo Sen, la necessità della ragione è indispensabile poiché i criteri di giustizia non sono affatto univoci, possono anzi essere concorrenti e contraddittori e quindi anche l’imparzialità non si muove in una prospettiva trascendentale, ma deve muoversi all’interno di una cornice comparativa.
   Sen fa l’esempio di tre bambini (Anne, Bob e Carla) che stanno litigando per il possesso di un flauto: ognuno lo vorrebbe per sé. Chi dei tre bambini ha maggiori diritti di venirne in possesso? Analizzando la situazione è possibile prendere atto che:
- Anne pretende il possesso del flauto perché è l’unica che lo sa suonare. È, perciò, indiscutibilmente l’unica persona in grado di utilizzarlo.
- Bob è talmente povero che non ha nulla: non possiede un giocattolo, mentre gli altri bambini non si trovano per niente in questo stato di deprivazione. È, perciò, indiscutibilmente l’unica persona che avrebbe diritto a possedere almeno un giocattolo se è vero che uno dei diritti dell’infanzia è il diritto al gioco.
- Carla fa notare che ha impiegato molto tempo a realizzare il flauto con le proprie mani e con il frutto del proprio ingegno e del proprio lavoro. Perciò il flauto indiscutibilmente le appartiene. Se uno degli altri bambini le sottraesse il flauto sarebbe giudicato alla stregua di un ladro.
A chi dei tre bambini dovremmo dare il flauto? Quale sarebbe la scelta più equa?
È evidente che nessuna delle tre possibili scelte soddisferebbe gli altri due e la situazione si presenterebbe assai problematica. Evidentemente dipende dal criterio che intendiamo adottare ed è evidente che una soluzione “in sé” (o trascendentale) non saprebbe come rispondere a criteri di giustizia. Dipende, in altri termini, dal tipo di ragionamento che fa il giudice (intendendo in questo caso per giudice colui che distribuisce le risorse in termini di equità o giustizia).

a.     Se affidassimo il flauto - pur con un certo imbarazzo - al primo bambino (perché è l’unico che sarebbe in grado di suonarlo) potremmo considerarci degli utilitaristi edonisti, nel senso che la nostra scelta privilegerebbe la funzione pratica (il sapere effettivamente suonare il flauto) ed il piacere derivante dal concreto produrre musica.
b.     Se affidassimo il flauto al secondo bambino (perché è il più povero) potremmo essere considerati degli egualitarismi, poiché agiremmo nella convinzione che è fondamentale partire dalla ripartizione delle risorse a disposizione attraverso l’impegno a colmare le differenze (economiche) fra le persone.
c.     Se affidassimo il flauto al terzo bambino (perché lo ha realizzato con le proprie mani ed è il frutto del proprio ingegno creativo) senza dubbio la nostra simpatia cadrebbe sulla concezione liberista, secondo cui, in un contesto libero ognuno deve godere il frutto delle proprie capacità e delle opportunità che gli si presentano senza incontrare intralci o impedimenti di sorta.

 Vediamo da questo esempio come sia difficile liquidare la questione dell’uguaglianza e come gestire le differenze. Sen introduce questo esempio per evidenziare come sia in realtà difficile individuare principi generali sufficientemente adeguati a regolare la distribuzione (equa) delle risorse. È sempre Sen che, nell’intento di uscire dalle secche di una concezione ideale di società giusta, ci indica la strada:
 “L’esigenza di inquadrare la giustizia a partire dalla realtà concreta è legata all’idea che la giustizia non può essere indifferente alla vita che ciascuno di noi è effettivamente in grado vivere. L’importanza delle diverse vite, esperienze e realizzazioni umane non si lascia surrogare da qualche informazione sulle istituzioni e regole in vigore. Istituzioni e regole hanno senza dubbio un’influenza molto significativa su quanto accade e certamente sono parte integrante del mondo reale. Ma le realizzazioni concrete vanno ben al di là del quadro organizzativo e investono e investono la vita che le persone riescono - o non riescono – a vivere (1).
 Ed è qui che emerge la proposta di Sen: occorre di puntare sulle capacità delle persone, persone che hanno la libertà di scegliere la propria vita come condizione per dare un contributo al benessere; ognuno nello stesso tempo deve essere in grado di trovare le condizioni (materiali, umane, sociali) per star bene e può conseguentemente perseguire il ben-essere per sé e per gli altri, secondo un’idea - ben inteso - di ‘star bene’ che è differente per ognuno perché ognuno è diverso dall’altro e ha bisogni e preferenze differenti.
Il benessere non è condizione assoluta, ma esistono molti modi buoni di star bene senza che siano tutti identici. La necessità è perciò̀ che sussistano le condizioni affinché le persone perseguano la loro condizione di benessere. Evidentemente per fare questo occorrono - come si diceva - le condizioni ambientali favorevoli e gli strumenti (si tratta delle capacità) per poterlo perseguire in modo efficace. Per operare tutto questo è necessaria una condizione di libertà.
Occorre dunque, secondo Sen, (a) che le concrete realtà sociali vengano valutate in termini di capacità effettivamente disponibili per le persone e (b) che le persone si trovino in una condizione di libertà perché è solo in questo modo che ognuno si rende responsabile di ciò che fa.
Afferma, infatti, a questo proposito:
“La libertà di scelta ci offre l’opportunità di decidere ciò che dobbiamo fare, ma a tale opportunità si accompagna la responsabilità per ciò che facciamo, nella misura in cui si tratta di azioni che discendono da una scelta. Poiché capacità significa potere di fare qualcosa20, la responsabilità che da tale facoltà - da tale potere - deriva rientra nella prospettiva delle capacità; ...” (2).
Razionalità e libertà camminano insieme: senza le capacità razionali non esiste libertà, poiché se intendiamo la libertà come possibilità di scegliere, ne deriva l’inevitabile conseguenza che senza la possibilità di utilizzare la ragione non è possibile essere liberi (e questo è uno straordinario punto a favore dell’educazione, poiché uno dei suoi principali scopi, attraverso l’apprendimento, è quello di accompagnare lo sviluppo delle mente). All’opposto se manca per qualche ragione la libertà, se ciò una persona venisse privata della possibilità di scegliere, le sue capacità razionali - la sua mente - sarebbero non utilizzate o represse e questo rappresenterebbe una privazione di un diritto fondamentale.
Il concetto di uguaglianza è ambiguo, poiché il mondo è pieno di diseguaglianze e l’uguaglianza fra tutte le persone rappresenta un obiettivo in sé irraggiungibile perché è propria la diversità umana a renderla impossibile.
Non è insomma possibile parlare genericamente di uguaglianza ma occorre porsi la domanda: “Uguaglianza in che cosa?”
 In generale, gli economisti (e i governi) quando parlano di uguaglianza fanno riferimento al reddito pro capite ed è evidente che questo metro di misura ha portato ad accentuare le disuguaglianze e non certamente a ridurle.

 

Uguaglianza e educazione

L’uguaglianza è un termine che viene usato di frequente anche in ambito educativo e sta ad indicare molte cose diverse fra loro. C’è tuttavia un substrato comune: tutti i bambini a scuola dovrebbero stare bene, essere sereni, vivere uno stato di benessere e godere degli stessi diritti, essere trattati allo stesso modo, non fare differenze.
 La riflessione di Sen è importante perché propone, anziché fare riferimento sul pil, le sue riflessioni e le sue analisi lo hanno portato a teorizzare invece l’uguaglianza delle capacità.
Si tratta di una prospettiva interessante, perché se l’uguaglianza presuppone lo sviluppo delle capacità (capabilities), il compito delle imprese sociali in raccordo con le pubbliche amministrazioni diventa quello, attraverso i servizi di cura, di promuovere (o di mantenere) lo sviluppo delle capacità. E questo ha a che fare con l’educazione.
Educazione e formazione si occupano proprio di questo: la promozione delle capacità di ognuno. Non si tratta di capacità qualsiasi, ma di capacità specifiche, ossia di quelle capacità particolari, che non necessariamente sono eguali per tutti, ma che hanno lo scopo di garantire a tutti una “vita buona.”
Il benessere non è da intendersi come una condizione assoluta, ma esistono molti modi buoni di star bene senza che siano tutti identici. La necessità è perciò che sussistano le condizioni affinché le persone perseguano la loro condizione di benessere. Evidentemente per fare questo occorrono le condizioni ambientali favorevoli e gli strumenti (si tratta delle capacità) per poterlo perseguire in modo efficace. Per operare tutto questo vi è una condizione che, secondo Sen è assolutamente necessaria: la condizione di libertà.
Tale libertà si esprime in due sensi: il primo è quello dalla libertà dal bisogno (da qui l’importanza dell’attenzione ai bisogni delle persone) per cui una persona non sia incatenata alle necessità primarie, la seconda è la libertà di ogni persona di esercitare una funzione, vale a dire la persona dovrebbe avere la possibilità di poter fare qualcosa che è in grado di fare, che può imparare a fare, che è importante per sé e/o per gli altri fare.


NOTE

(1)     Sen Amartya (2010) L’idea di giustizia, Mondadori, Milano.
(2)     Sen, L’idea di giustizia, cit. p. 34.

 

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