Se l’adulto e il genitore considerano il bambino come persona
L’idea di persona rimanda ad una molteplicità di significati: ci limitiamo perciò qui ad affermare che ogni soggetto, in quanto persona, gode non solo di alcuni diritti fondamentali quali l’alimentazione e la salute, l’integrità fisica e lo sviluppo dei sensi, e così via, ma anche altri diritti quali l’autodeterminazione, l’appartenenza, la libertà di pensiero, la possibilità di partecipare alla vita comune, ecc.). Un individuo è trattato come persona quando sono rispettati i suoi diritti, ma anche quando è riconosciuto come essere umano in senso pieno e si prova rispetto per le sue preferenze e le sue scelte. Uno dei diritti fondamentali è la formazione. È ovvio che in questo caso non possiamo riferirci ad una formazione qualsiasi, poiché non tutti i contenuti formativi hanno lo stesso peso e non portano allo stesso risultato. Ci riferiamo, in questo caso, ai ‘saperi della vita’, alle conoscenze utili non solo per essere tecnicamente preparati in qualche ambito, ma per preparare ad essere in grado di vivere ‘una vita buona’. È evidente, perciò, che i contenuti fondamentali dei processi formativi al nido riguardano gli strumenti necessari per ‘vivere bene’ in rapporto all’età dei bambini. È ovvio che per vivere bene servono molte cose: noi ci limiteremo qui a proporre alcune linee di azione (aperte ad integrazioni e miglioramenti) che possono contribuire a realizzare un nido di qualità (secondo il principio del vivere una vita buona).
Partiamo dall’idea che dovremmo vivere in una società in cui tutte le persone dovrebbero essere messe in condizione di poter fare ciò che sono capaci di fare (e in questo senso le prime esperienze di vita sono rilevanti), in cui cioè ognuno è considerato degno di rispetto ed ognuno è messo nelle condizioni di vivere in modo veramente umano. Una simile società tratterebbe ogni persona come fine e guarderebbe la singola persona (il singolo individuo) come depositario delle proprie capacità individuali. L’azione (competente) è finalizzata diventa valida in sé stessa, in quanto permette alle persone di rendere la propria vita pienamente umana.
Il progetto pedagogico di Elinor Goldshmied, che si occupa essenzialmente del bambino piccolo che frequenta il nido d’infanzia, è centrato sulla quotidianità: la pedagogista inglese parte dalla presa d’atto che il bambino viene al mondo con un patrimonio genetico che lo contraddistingue e che è alla base della sua futura personalità.
Questa convinzione comporta una notevole responsabilità per l’adulto che deve accompagnare il bambino nel suo processo di crescita, ma che deve accudirlo rispettando la sua persona e nello stesso tempo vedendo il lui la persona che diventerà. Per questo, come già ha detto Maria Montessori e come ha sostenuto Emmi Pikler, l’adulto ha il compito di favorire (e non certo dirigere) le attività quotidiane del bambino. È fondamentale, perciò, un adulto che assuma costantemente un atteggiamento di negoziazione e di aiuto “discreto”, e perciò non invadente, non autoritario e prevaricante, ma accogliente, di dialogo, volto a generare meno conflitti (e sofferenze) possibili.
I genitori sono senza dubbio le figure più importanti per un bambino piccolo. Presso il nido d’infanzia gli educatori, pur senza essere genitori sostituti, devono intraprendere un lavoro attivo con i genitori, inteso come aiuto reciproco, alleanza e controllo condiviso, e non con un rapporto di potere sbilanciato. I bambini molto piccoli hanno, pur fra gli altri, due bisogni fondamentali: il bisogno costante di cure del corpo e lo sviluppo delle capacità (a partire da quelle comunicative). La presenza di un adulto di riferimento ha lo scopo di assicurare l’affetto ed un’attenzione vigile e sensibile nei diversi momenti della giornata, poi ad una relazione esclusiva si sostituisce via via quello della comunità dei pari e del gruppo di lavoro degli adulti.
L’impegno della Goldshmied nella sua attività riguardante l’educazione e lo sviluppo dei bambini, si è sempre dimostrato distante se non diverso rispetto alla mentalità accademica dl suo tempo, in quanto sosteneva che il progredire della conoscenza sulla crescita dei bambini può tradursi in buone pratiche quotidiane nei contesti di vita infantili.
A Elinor Goldshmied bisogna riconoscere il contributo fondamentale che ha apportato nel modo di lavorare nelle comunità infantili cambiandolo completamente. Infatti, nel suo approccio proponeva alcuni punti del tutto innovativi:
Goldshmied E. (1996). Persone da 0 a 3 anni. Crescere e lavorare nell’ambiente del nido. Bergamo: Junior. (2020). Il bambino nell’asilo nido. Bergamo: Zeroseiup.
Per Martha Nussbaum ogni soggetto, in quanto persona, gode non solo di alcuni diritti fondamentali quali l’alimentazione e la salute, l’integrità fisica e lo sviluppo dei sensi, e così via, ma anche altri diritti quali l’autodeterminazione, l’appartenenza, la libertà di pensiero, la possibilità di partecipare alla vita comune, ecc.). Un individuo è trattato come persona quando sono rispettati i suoi diritti, ma anche quando è riconosciuto come essere umano in senso pieno e si prova rispetto per le sue preferenze e le sue scelte. Uno dei diritti fondamentali è la formazione. È ovvio che in questo caso non possiamo riferirci ad una formazione qualsiasi, poiché non tutti i contenuti formativi hanno lo stesso peso e non portano allo stesso risultato. Ci riferiamo, in questo caso, ai ‘saperi della vita’, alle conoscenze utili non solo per essere tecnicamente preparati in qualche ambito, ma per preparare ad essere in grado di vivere ‘una vita buona’. È evidente, perciò, che i contenuti fondamentali dei processi formativi al nido riguardano gli strumenti necessari per ‘vivere bene’ in rapporto all’età dei bambini. È ovvio che per vivere bene servono molte cose: noi ci limiteremo qui a proporre alcune linee di azione (aperte ad integrazioni e miglioramenti) che possono contribuire a realizzare un nido di qualità (secondo il principio del vivere una vita buona).
Partiamo dall’idea che dovremmo vivere in una società in cui tutte le persone dovrebbero essere messe in condizione di poter fare ciò che sono capaci di fare (e in questo senso le prime esperienze di vita sono rilevanti), in cui cioè ognuno è considerato degno di rispetto ed ognuno è messo nelle condizioni di vivere in modo veramente umano. Una simile società tratterebbe ogni persona come fine e guarderebbe la singola persona (il singolo individuo) come depositario delle proprie capacità individuali. L’azione (competente) è finalizzata diventa valida in sé stessa, in quanto permette alle persone di rendere la propria vita pienamente umana.
Nussbaum M. (2001) Diventare persone. Donne e universalità dei diritti. Bologna: Il Mulino.