Accademia Naven
Le parole dell'educazione
Fare

Il fare ha a che fare con la vita pratica ed è un modo per scoprire le regole del mondo.

 

Il benessere non è qualcosa di passivo e si può stare bene senza fare nulla per breve tempo. Il piacere coincide sempre con il piacere di fare qualcosa che per qualche ragione ci risulta gradevole e che facciamo volentieri. Ciò che è importante e che nello stesso tempo fa provare piacere è fare una cosa (per uno scopo) ed avere il piacere di farla. È ciò che i teorici chiamano ‘la ragion pratica’, e fanno riferimento alle conoscenze che derivano dall’esperienza.
Se il nido d’infanzia si propone come un luogo nel quale i bambini possano vivere il meglio possibile, non va dimenticato che la conquista del benessere si basa essenzialmente sul principio della ragion pratica.
La ragion pratica ha due significati, uno più ristretto e l’altro più allargato.

Nel suo significato più ristretto, per ragion pratica intendiamo le cose praticabili, ossia le azioni che le persone compiono allo scopo di cambiare una situazione, di controllare un determinato fatto, di imprimere una certa direzione ad un processo in atto. Il fine immediato non è la conoscenza in sé, ma l’azione. È innegabile che se da un lato per compiere in modo efficace un’azione occorre basarsi su conoscenze, è altrettanto vero dall’altro che è proprio attraverso il fare che un bambino produce conoscenze ed accumula saperi.

Nel suo significato più allargato l’idea di ragion pratica è legata al principio della costruzione di ‘esperienze dense’. Ognuno di noi sa fare approssimativamente molte cose. Solamente di alcune possiamo dire che siamo in grado di farle bene, possiamo definirci esperti. Un bambino compiendo ripetutamente determinate azioni allo scopo, ad esempio, di risolvere un certo problema, diventa esperto di quelle particolari azioni, diventa cioè competente nel risolvere quel determinato tipo di problemi. Mentre compie tutto questo è tuttavia rintracciabile un secondo livello: mentre risolve un determinato tipo di problemi diventa anche, nello stesso tempo, esperto nel risolvere problemi in generale.  Tutto questo avviene perché le persone (e quindi anche i bambini) cercano di intervenire sulla realtà in modo ragionato ed efficace, individuando le soluzioni pratiche più efficaci. È evidente, perciò, che l’educazione assume un ruolo fondamentale quando aiuta a risolvere problemi.

Dal ‘fare’ i bambini scoprono le regole del mondo (come sono fatte, come reagiscono, quali sono le qualità percettive e sensoriali attraverso le quali si fanno conoscere) che si ripetono in modo costante e che creano le abitudini. Questo presuppone a sua volta situazioni organizzative favorevoli, ossia permettere sempre ai bambini di apprendere dalla realtà attraverso la proposta di esperienze concrete e centrate sul reale. Si tratta anche di un’attività che ha bisogno di essere, per quanto possibile, auto diretta: imparare dall’esperienza significa sapere immergersi in essa e diventare capaci di ‘nuotare’ nel grande mare della molteplicità delle occasioni offerte anche dall’esperienza di tutti i giorni.

L’uomo ha per fine la conoscenza; tuttavia, l’uomo non solo conosce, ma anche agisce e, da un lato trae conclusioni dal suo stesso proprio agire, mentre dall’altro il suo agire comporta una volontà, e questo implica a sua volta l’adozione di una direzione per l’azione. L’uomo effettua delle scelte, ossia si comporta secondo regole che gli permettano di uscire da modalità di comportamento che siano al di fuori della casualità. In altri termini, mentre agisce, il bambino imprime una direzione alla propria azione, cerca di darle un senso e nel fare questo trova strade che possono essere più efficaci e soddisfacenti, oppure più economiche o meno faticose, facendo nascere così ciò che a poco a poco diventerà il ‘bagaglio attivo’, ovvero il repertorio delle abitudini. È ovvio poi che dalle esperienze e dalle pratiche, una volta rielaborate all’interno della mente, nascono anche le vere e proprie conoscenze. In tutto questo, l’educazione assume un ruolo importante se è intesa come aiuto ad ogni bambino a ‘fare da solo’, a permettergli di risolvere da sé i problemi che si presentano nella vita quotidiana. Il punto di partenza non ha importanza, ciò che conta è che le conoscenze ed i saperi sono costruiti da loro stessi dalla loro ricerca attraverso le azioni pratiche e dalla ricerca di coerenza fra ciò che fanno e ciò che succede in seguito alla loro azione.

La consapevolezza che il bambino mentre lavora ‘elabora’ (mentre è concentrato sull’azione, attiva la sua mente esplorando, indagando e pensando) porta alla convinzione che, sul piano operativo, il benessere al nido coincide con:

  • a predisposizione di un ambiente nel quale sia offerto ai bambini un ventaglio ampio di opportunità esplorative, in cui possano cioè pensare ‘provare per pensare’ e ‘pensare per provare’;
  • la presenza di situazioni in cui i bambini possano trovarsi nella condizione di ‘risolvere problemi’; non pensiamo a problemi specifici selezionati dagli adulti, ma ci riferiamo all’atteggiamento mentale di cercare di affrontare i problemi (senza necessariamente doverli risolvere tutti) che si presentano dinnanzi al bambino, nel senso che egli si renda disponibile a cercare soluzioni e, di conseguenza, ad adottare cambiamenti per raggiungere i propri obiettivi;
  • la possibilità di tentare soluzioni basate su possibili ipotesi diverse (non tutte di necessità immediatamente adeguate), vale a dire agire per trovare metodologie accettabili;
  • la possibilità di sperimentare come opportunità per mettere alla prova le proprie conoscenze e nello stesso tempo accumulare nuove conoscenze derivate dall’esperienza;
  • la conseguente disponibilità di materiali e di spazi idonei per potere provare e provarsi.

 

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