(Maria Montessori)
L’autonomia del bambino rappresenta un punto d’arrivo e la maestra ha il compito di aiutarlo a conquistarla. In questo senso, Maria Montessori vede l’indipendenza del bambino come un processo e non come un risultato. La libertà non è automatica, deve essere guidata, capita e poi interiorizzata. Il problema è di fornire l’aiuto giusto. L’adulto può commettere l’errore di servire eccessivamente il bambino che a sua volta si abitua ad essere servito e considera naturale che gli altri (ad esempio i genitori) facciano le cose per lui. Il rischio è infatti quello di “soffocare” il bambino rendendolo un po’ il “bambolotto” degli adulti quando insistono ad imboccarlo o a vestirlo. I bambini vorrebbero sempre conquistare la loro indipendenza, ma a volte non ne hanno la possibilità e poi, quando il tempo passa e insorgono le abitudini, non ne ha più la capacità e la forza. La conseguenza è che l’aiuto forzato dell’adulto si configura come “prepotenza” che a sua volta porta il bambino all’”impotenza”. Un bambino sempre servito arriverà a essere sempre dipendente dagli altri e avrà la pretesa che gli altri lo servano e facciano le cose per lui. E questa è evidentemente una forma di schiavitù, allo stesso modo per cui nella corte il principe ha bisogno continuamente di essere servito in tutto e non è in grado di risolvere da sé stesso i problemi della vita quotidiana. La persona che non agisce da sé, non si è perfezionato, non ha conquistato sé stesso. Il bambino dal canto suo vive con piacere l’autonomia e la vive come una liberazione interiore, ed è capace di abbandonare progressivamente i premi esteriori. La difficoltà semmai è dell’adulto che a fatica riesce a rinunciare ai suoi pregiudizi e al desiderio di sostituirsi al bambino, facendolo così permanere in uno stato permanente di bisogno (M-09).
Senza dubbio i materiali di sviluppo sono uno strumento fondamentale della conquista dell’autonomia interiore. Quando il bambino sceglie un materiale di sviluppo come libera scelta lo fa perché se ne sente attratto e non è costretto. Si concentra perciò volentieri ad eseguire gli esercizi e nel frattempo osserva ed analizza e così mettere ordine nella sua mente: è evidente, perciò, che l’intervento di un’altra persona per aiutarlo (compresa la maestra) è un’intromissione perché vuole rimanere da solo a risolvere il problema. In questo senso, è il materiale la chiave dello sviluppo del bambino. Il bambino normale non ha infatti bisogno di aiuto per osservare, ma è per lui una spinta spontanea, un impulso interiore che incontrerà tanto più successo quanto più si troverà in un ambiente preparato e adatto (M-09).
Il benessere per i bambini e le bambine non è solo ricevere cure ma anche avere la libertà di intervenire sul mondo circostante per esplorarlo e conoscerlo e adattarlo alle proprie necessità. La conquista delle autonomie rappresenta una delle regole fondamentali per determinare una crescita sana ed è costituita da azioni, reazioni e scelte corrispondenti alle necessità del momento o della situazione.
In una certa misura, gli organismi sono dotati di ‘capacità spontanee’ che permettono loro di agire in modo adeguato alla situazione, e la stessa cosa vale anche per i bambini. È altrettanto evidente però che la ‘dotazione di base’ che i bambini generalmente si portano con sé varia da soggetto a soggetto ed è insufficiente. Nell’età infantile la mancanza di autonomia (o la sua conquista insufficiente) è considerata normale, mentre nell’età adulta è sintomo o di disfunzione o di mancanza di maturazione. Deve perciò intervenire l’adulto che, attraverso l’educazione, offre un utile beneficio attraverso sostegni e aiuti che permettano uno sviluppo corretto. Di conseguenza, il mancato conseguimento dell'autonomia lascia il soggetto in una situazione di dipendenza.
Sul piano educativo, i dilemmi che possono emergere sono più di uno: quali sono le autonomie che, in un processo educativo, è opportuno attivare? Chi deve promuoverle? Le autonomie devono essere uguali per tutti o diverse per ognuno? In quale misura possono (o devono) variare con il variare delle culture? Quali sono le autonomie che è utile che i bambini sviluppino da soli e quali invece è importante che siano sostenute dagli adulti? Quali sono i rischi da un lato di un ‘eccesso’ di intervento degli adulti nei confronti delle autonomie dei bambini e dall’altro di un ‘difetto’ di azione di guida da parte del genitore e dell’educatore?
È chiaro che se tutti possiamo dichiararci d’accordo sull’importanza dello sviluppo dell’autonomia, potremmo avere posizioni assai diverse se ci trovassimo in situazione, ossia nel caso della loro concreta promozione nell’ambito delle azioni educative pratiche. Evidentemente non ci sono risposte definitive a queste domande, poiché, come avviene in tutte le cose praticabili (vale a dire, nel fare concreto) non esiste una soluzione sola (così come non esiste una verità unica). Non è perciò possibile fare altro che offrire risposte approssimative, finalizzate ad orientare la riflessione più che a proporre soluzioni normative.
Il significato del termine è molto ampio e rimanda ad una molteplicità di situazioni possibili. Ci sono delle autonomie ‘minime’ o di singole azioni e autonomie di processo. Quelle del fare si vedono, quelle del pensare molto meno e quindi gli indicatori di osservazione/valutazione lo devono precisare. L’idea di un’autonomia “nel pensare” è molto interessante perché richiama l’idea di una capacità “progettuale” nel bambino che è in grado di assimilare la cultura dei contesti e muoversi con una propria impronta all’interno di essi (è interessante, ad esempio, domandarsi che cosa fa un bambino quando … non fa niente). Le autonomie che si vedono sono invece quelle funzionali, come il rispetto delle regole ed il suo adeguamento ad esse. Gli esempi riportati appaiono riduttivi e non sembrano tenere conto di un’idea “alta” di autonomia.