(Maria Montessori)
Fin dalle sue prime opere M. M. affronta il tema del gioco e lo fa in modo diverso a seconda delle circostanze e dei significati che attribuisce a questo termine.
Il gioco come piacere e desiderio di fare
In M-09, Maria Montessori fa riferimento al gioco come un’attività che il bambino fa volentieri e vi si concentra per un tempo anche lungo: in questo senso, anche l’impiego appropriato dei materiali di sviluppo viene qualche volte definito, anche se in generale preferisce di gran lunga utilizzare la parola “lavoro”. Così il bambino gioca con le figure geometriche nel senso che ne osserva angoli e spigoli e ne riconosce le forme. In questa direzione anche l’apparecchiatura della tavola può essere intesa come un gioco nel senso che impara a mettere gli oggetti al posto giusto nella misura in cui riconosce le parole che la maestra gli suggerisce (la zuppiera al “centro”, il tovagliolo in un “angolo” e così via. Per altro, tutte le osservazioni dell’ambiente e lo svolgimento delle attività avvengono sotto forma di gioco. La stessa cosa vale per i disegni e le pitture, la scoperta dei colori e la loro denominazione. Ciò che caratterizza queste attività (chiamate anche “esercizi”) è l’entusiasmo del bambino e il piacere di fare e di rispettare le consegne (sotto forma di domande o asserzioni) della maestra. In questo modo il bambino si diverte conseguendo l’utilità importante dello sviluppo della sua mente. Gli “ingredienti” del gioco secondo la varietà degli esempi che M. M. suggerisce sono: il gradimento del bambino, la concentrazione o applicazione seria al gioco, l’introduzione di qualche regola (a volte intuita dal contesto dell’attività, altre volte indicata dall’intervento della maestra) ed il piacere del successo.
Il gioco come trastullo
In M-36 Maria Montessori afferma: “Benché ci fossero nella scuola a disposizione dei giocattoli veramente splendidi nessun bimbo se ne curava [...]. Allora capii che il giuoco era forse qualche cosa di inferiore per la vita del bambino e che egli vi ricorreva in mancanza di meglio [...]. Così si potrebbe pensare di noi: giocare a scacchi o a bridge è una cosa piacevole nei momenti di ozio, ma non lo sarebbe più se dovessimo essere obbligati a non fare altro nella vita [...]”. Queste reazioni l’avevano colta molto di sorpresa e, poiché voleva capire meglio, si mise a giocare con i bambini. “Questo mi sorprese talmente, che volli io stessa intervenire e usare i giocattoli con loro, insegnando a maneggiare il piccolo vasellame, accendendo il fuoco nella piccola cucina da bambola [...]. I bambini s’interessavano un momento, ma poi si allontanavano e non ne facevano mai oggetto della loro scelta spontanea” (M-36).
Secondo Maria Montessori, non solo del gioco si può fare a meno, ma è anche un passatempo di cui i bambini presto si stancano. M. M. attribuisce al giocattolo un significato specifico, si riferisce cioè a tutti quegli oggetti con i quali i bambini si trastullano per un momento, ma dei quali in breve tempo perdono interesse perché poco significativi, poco stimolanti, in una parola, deludenti. Con questo M. M. non vuole negare l’importanza del gioco (che richiamerà diffusamente nelle sue opere), ma fa riferimento ad un bambino che, se lasciato libero e non condizionato, sa fare bene il suo mestiere di crescere, e lo fa scegliendo le cose giuste e che gli servono. Fa anche, pur implicitamente presente, che il giocattolo, quando è un oggetto progettato e costruito dall’adulto, molte volte non è di interesse reale per il bambino, perché l’adulto non conosce veramente il bambino e realizza e propone giocattoli secondo le proprie concezioni e visioni, senza riuscire in realtà ad intercettare quelle del bambino.
Gioco e giocattoli
Ci sono altre ulteriori ragioni per le quali, secondo Maria Montessori, i bambini non sono interessati ai giocattoli. Una di queste è che in molti casi i giocattoli “sembrano essere la rappresentazione di un ambiente inutile” (M-36) e quindi non rappresenta uno scopo. Secondo questa concezione i giocattoli non permettono azioni reali (cioè azioni che hanno a che fare con la realtà) e per questo danno illusioni”. D’altra parte, i giocattoli rappresentano le poche occasioni nelle quali gli adulti lo lasciano libero, convinti che il bambino ami vivere nel suo mondo estraniandosi dalla realtà. È per questo che non riescono a comprendere come mai i bambini si stancano dei giocattoli, anzi a volte vogliono addirittura romperlo.
Gioco e adulti
Un altro motivo argomenta la presa di distanza di Maria Montessori nei confronti del gioco. Scrive Mario Montessori nella premessa alla ristampa dell’Autoeducazione (M-16) del 1965: “’Va e gioca’ era l’espressione più frequente sulla bocca di coloro che non volevano essere infastiditi dai bambini” e possiamo considerare questa espressione come un indizio del sostanziale disinteresse dell’adulto di tutto ciò che è gioco. È plausibile che anche questa sia una ragione che ha portato M. M. ad usare il termine “lavoro” per indicare le molteplici cose che i bambini fanno. Come dire: il lavoro cattura l’attenzione dell’adulto, il gioco no.
Gioco, movimento e mente
Tuttavia, in seguito, Maria Montessori assumerà sul gioco una posizione completamente diversa e vedrà in esso la manifestazione più autentica dello sviluppo infantile globale. Già in occasione delle sue riflessioni sul movimento si era espressa nei termini che movimento e mente fanno parte di uno stesso ciclo, nel senso che senza movimento non vi può essere sviluppo della mente, soprattutto nelle prime fasi della vita l’intelligenza è soprattutto intelligenza motoria. Anche per questo motivo è sbagliato separare la vita fisica da quella mentale, come avviene ad esempio per la ginnastica, poiché in questo caso: “Questo è un grave errore: la vita fisica è interamente separata dalla vita mentale, ed è necessario introdurre il gioco nei programmi scolastici, perché il bambino possa svilupparsi tanto fisicamente che mentalmente” (M-47). Il gioco è dunque qui visto come trait-d’ union fra mente e corpo, è un elemento equilibratore dello sviluppo.