La disciplina è un controllo artificioso del bambino.
È importante che il bambino sappia distinguere il bene dal male (laddove il bene non coincide con l’immobilità, con la passività o l’obbedienza, ma con l’attività e il lavoro) (M-09). La disciplina non è, perciò, coercizione ma è attiva (M-09). Si tratta inoltre di un’idea di disciplina che non si limita a essere esercitata a scuola, ma anche nella vita: è estesa dunque alla vita sociale futura. La maestra ha il compito di impedire tutto ciò che può essere «indecoroso o sgarbato» o che danneggia gli altri, mentre ogni altra manifestazione deve essere consentita e osservata.
Si tratta di un concetto che viene ripreso più volte da Maria Montessori. Viene comunemente usato per indicare un’azione di controllo artificioso del bambino, finalizzato a bloccarlo, ridurlo al silenzio e imporre la volontà dell’adulto. Alla disciplina verrà contrapposto in modo sempre più netto, nelle diverse opere, il concetto di autodisciplina, secondo cui la libertà del bambino è la forma più alta di autocontrollo.
Quel che è certo è che per ottenere la disciplina non servono i rimproveri o i discorsi persuasivi, tutto dipende dall’interesse incessante per il lavoro sul quale il bambino è concentrato, sull’intensa attenzione all’esercizio o alla mansione che sta svolgendo (M-26). Ovviamente tale interesse non è occasionale, ma riguarda l’intero processo educativo (vale a dire, l’intera applicazione del Metodo). I bambini sono disciplinati perché sono raccolti in se stessi a svolgere il lavoro in modo calmo e silenzioso e non come costrizione o obiettivo esteriore.
La disciplina attiva
C’è però anche una disciplina attiva (o autodisciplina), non facile da comprendere, che è connessa a un elevato principio educativo, ed è la libera scelta. Essa si compie quando il bambino si controlla e si autogoverna volontariamente e per propria decisione, come atto autonomo di volontà, ed è per lui un fatto naturale. È, inoltre, un segno di libertà. «La calma nelle classi dei bambini al lavoro era impressionante e suscitava commozione. Nessuno l’aveva provocata, anzi mai nessuno avrebbe potuto ottenerla dall’esterno» (M-36).
La disciplina attiva, secondo Maria Montessori, si muove in una duplice direzione. L’adulto ha il compito di porre un limite al bambino quando la sua azione entra nella sfera della comunità e danneggia gli altri. L’adulto ha il dovere di impedire al bambino tutte quelle azioni e quei comportamenti che danneggiano gli altri. Ogni altra azione gli deve essere invece permessa perché riguarda la manifestazione psichica personale della vita del singolo bambino. Il bambino è spontaneamente attivo perché questa è la sua natura. In questo modo, egli ha la possibilità di manifestare la sua umanità. L’adulto ha contestualmente il compito di osservare attentamente e insieme armarsi di pazienza e di curiosità scientifica (M-36).
Questo non significa che non vi siano delle difficoltà nella dimensione scolastica. È difficile per la maestra arrivare alla consapevolezza che la vita va da sé secondo natura e che è quella che bisogna osservare e conoscere. I bambini, se si trovano in un ambiente adatto e preparato, cercano spontaneamente l’ordine: lo manifestano attraverso i movimenti che cercano di migliorare e perfezionare sempre di più.
L’osservazione permette di notare le grandi differenze che esistono fra un bambino e l’altro: attraverso le differenze, il bambino manifesta e rivela se stesso.
D’altra parte, egli aderisce spontaneamente alla disciplina quando ci sono le condizioni e le scelte giuste. I comandi e gli ordini, così come qualsiasi imposizione, hanno ben poca efficacia in questo senso. La disciplina è piuttosto il frutto di un’adesione interiore e di un bisogno intimo di rispettarla.
Si può dire che un bambino osserva la disciplina — e lo fa con piacere — quando si concentra a svolgere un lavoro che desidera fare e che fa volentieri. Ma questa affermazione, per quanto vera nella Casa dei bambini, è incompleta. Non è in realtà sufficiente, per un bambino, concentrarsi per svolgere un lavoro che fa con piacere. Occorre anche un contesto che gli permetta di rimanere concentrato senza che vi siano disturbi, interferenze e distrazioni. Serve anche però che tale «momento di piacere concentrato del bambino» non sia qualcosa di episodico e isolato, ma faccia parte di un sistema globale e di un clima condiviso da tutti i partecipanti: è questo che intende dire Maria Montessori quando parla di «lavoro libero» nel Metodo. Il Metodo, in altre parole, non è solamente un sistema di pratiche fra loro organizzate e concatenate in modo razionale, ma è anche una struttura, una meta-condizione che permette al bambino (a ogni bambino) di riconoscersi all’interno di esso. Il bambino è concentrato sul lavoro che sta compiendo perché sta elaborando la catena ordinata di azioni che intende svolgere, perché sta controllando i movimenti fini necessari per compiere i singoli atti, perché i suoi muscoli sono impegnati a dosare i movimenti secondo la sua volontà, perché la mente sta progettando tutte queste cose e perché egli «ordina», per così dire, al corpo di eseguirle. Osserva la disciplina perché passa da azioni più o meno casuali e sforzi più o meno scomposti a scelte intelligenti e ad atti organizzati e rivolti a un fine. Tutto questo avviene perché egli di norma sa far bene il suo mestiere di crescere, perché ha «lo scopo inconscio di sviluppare se stesso» (M-50) e prova piacere nel farlo, perché prova soddisfazione nel fare le cose e nel ripeterle fino a quando ha voglia di esercitarsi. È per questo che i bambini sono pazientissimi e dedicano molto tempo ai loro atti: stanno crescendo, e lo stanno facendo da soli.
Essi amano compiere azioni anche molto complesse (ad esempio lavarsi, preparare la tavola, vestirsi, ecc.), sono superano con pazienza, una ad una, tutte le difficoltà che si presentano loro. Non hanno lo scopo di raggiungere un risultato (ad esempio riuscire a vestirsi), ma di provare piacere nel fare da soli e nel farlo bene.