Accademia Naven
Le parole dell'educazione
Bambino (1)

Bambino persona

L’idea di persona rimanda ad una molteplicità di significati: ci limitiamo perciò qui ad affermare che ogni soggetto, in quanto persona, gode non solo di alcuni diritti fondamentali quali l’alimentazione e la salute, l’integrità fisica e lo sviluppo dei sensi, e così via, ma anche altri diritti quali l’autodeterminazione, l’appartenenza, la libertà di pensiero, la possibilità di partecipare alla vita comune, ecc.). Un individuo è trattato come persona quando sono rispettati i suoi diritti, ma anche quando è riconosciuto come essere umano in senso pieno e si prova rispetto per le sue preferenze e le sue scelte. Uno dei diritti fondamentali è la formazione. È ovvio che in questo caso non possiamo riferirci ad una formazione qualsiasi, poiché non tutti i contenuti formativi hanno lo stesso peso e non portano allo stesso risultato. Ci riferiamo, in questo caso, ai ‘saperi della vita’, alle conoscenze utili non solo per essere tecnicamente preparati in qualche ambito, ma per preparare ad essere in grado di vivere ‘una vita buona’. È evidente, perciò, che i contenuti fondamentali dei processi formativi al nido riguardano gli strumenti necessari per ‘vivere bene’ in rapporto all’età dei bambini. È ovvio che per vivere bene servono molte cose: noi ci limiteremo qui a proporre alcune linee di azione (aperte ad integrazioni e miglioramenti) che possono contribuire a realizzare un nido di qualità (secondo il principio del vivere una vita buona).
Partiamo dall’idea che dovremmo vivere in una società in cui tutte le persone dovrebbero essere messe in condizione di poter fare ciò che sono capaci di fare (e in questo senso le prime esperienze di vita sono rilevanti), in cui cioè ognuno è considerato degno di rispetto ed ognuno è messo nelle condizioni di vivere in modo veramente umano. Una simile società tratterebbe ogni persona come fine e guarderebbe la singola persona (il singolo individuo) come depositario delle proprie capacità individuali. L’azione (competente) è finalizzata diventa valida in sé stessa, in quanto permette alle persone di rendere la propria vita pienamente umana.

 

Bambino competente

L’idea di bambino competente è ormai universalmente accettata per il nido e il suo significato assume uno spettro talmente largo da generare possibili ambiguità. In merito vorrei fare due osservazioni. La prima riguarda il significato del termine ed è questo il motivo per il quale lo vorrei cambiare. La seconda concerne le sue attribuzioni semantiche.
Etimologicamente parlando, la parola competenza deriva dal verbo competere e significa careggiare, contendere, contrastare. Sul piano etimologico, quando parliamo di bambino competente, dovremmo pensare a rigore di logica ad un bambino che eccelle in qualcosa a differenza degli altri. Il bambino competente emerge perciò, da questa prospettiva, emerge dal confronto con gli altri. È questo il criterio fondamentale su cui si basa questo concetto: il confronto con gli altri.
Alla parola “competenza” vorrei sostituire quella di “capacità”. Sempre sul piano etimologico la parola capacità fa riferimento alla possibilità di ‘contenere’ qualcosa. In altri termini, richiama a ciò che “può stare dentro”. Gli antichi romani, quando dovevano intraprendere lunghi viaggi in mare, utilizzavano anfore diverse per l’acqua e per l’olio. Quelle per l’acqua erano più grandi, quelle dell’olio più piccole, ma non per questo il contenuto delle anfore più piccole era meno prezioso di quelle grandi. La parola capacità fa riferimento alla possibilità ed allo sviluppo delle potenzialità di ognuno. Non serve confrontare le anfore dell’acqua con quelle dell’olio perché sono utili entrambe e quindi non vi è competizione fra cose differenti.
Gregory Bateson ha ragione a dire che quando si parla di capacità bisogna dire a che cosa ci si riferisce. Si può dire che quando un bambino entra in un laboratorio didattico ha l’occasione di sviluppare delle capacità, ma non sempre sono chiare quali capacità sviluppa ed in quale misura. Ad esempio, nel laboratorio di falegnameria impara ad usare il martello per piantare un chiodo. Nel frattempo, quel chiodo, piantato nel modo giusto, serve per realizzare una scatola di legno. Non è forse vero che quel bambino, avendo imparato a piantare un chiodo ha, in qualche misura anche imparato a realizzare una scatola di legno? E realizzando una cassetta di legno, in quale misura ha imparato a realizzare cassette in generale? Quello che intendo dire è che le capacità dei bambini (e delle persone) non sono facilmente misurabili. Un ragazzo impara ed eseguire più o meno bene un brano al pianoforte (e lo ha imparato a memoria, può perciò ripeterlo all’infinito). Un altro ragazzo imparando un brano al pianoforte impara nel frattempo a superare le difficoltà tecniche che quel brano nasconde e può così trasferire le capacità tecniche appena acquisite ad un altro brano, diverso ma che presenta difficoltà tecniche simili. Un altro ragazzo ancora imparando un brano al pianoforte, scopre nel frattempo le regole interne, nascoste nella partitura, vale a dire apprende le regole dell’armonia ed acquisisce perciò la capacità di comporre un brano diverso che presenta le difficoltà e le regole appena esperite. Questo per dire che quando parliamo di capacità dobbiamo dire che cosa intendiamo: possiamo parlare di apprendimento come acquisizione di una tecnica o di una procedura, acquisizione di un processo o anche acquisizione di una struttura. Per questo Bateson parla di apprendimenti e di deutero-apprendimenti: la questione non è indifferente.

Amartya Sen nei suoi studi sul principio di giustizia parla di capability che in italiano potrebbe essere tradotto con il termine un po’ dissueto di capacitazione e che rimanda all’idea non tanto di avere acquisito la capacità di fare una cosa, ma di avere acquisito le strutture per farla. Anche questo sguardo sullo sviluppo delle capacità ci può essere utile perché rimanda all’idea che per sviluppo di una capacità si deve intendere l’acquisizione si quegli strumenti e di quelle strutture che siano in grado di permettere di padroneggiare a fondo un certo sapere o una certa pratica. Questo significa, ad esempio parlando di scrittura, non tanto di saper scrivere delle parole, quanto di padroneggiare concettualmente le strutture e le prammatiche della lingua scritta. La stessa cosa vale ad esempio per il movimento: imparare a camminare significa essere capace di fare dei passi oppure di muoversi liberamente e secondo un’intenzione consapevole in un ambiente? 

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