(Figura di rigerimento al nido)
Come già aveva fatto Bowlby e Pikler, anche Elinor Goldshmied si occupa dei problemi derivanti dalla deprivazione della figura materna e, nel riconoscere il bambino come “persona”, pone in primo piano la relazione fra adulto e bambino. Il termine “relazione” è per Elinor Goldshmied una parola chiave sulla quale si snoda il lavoro degli educatori del nido e sottende l’idea che il nido d’infanzia è insieme un contesto di cura e un luogo d’incontro sociale: sono questi due elementi che, insieme, offrono al bambino sufficiente sicurezza per sopportare il distacco temporaneo dalla madre e permettergli di vivere una buona vita al nido. Il nido della relazione è perciò un contesto educativo nel quale la prossimità fisica e la vicinanza emotiva dell’adulto che instaura un rapporto di cura permette e crea le condizioni per uno sviluppo sano del bambino. Quando il bambino entra per la prima volta al nido d’infanzia ha bisogno di avere una figura di riferimento chiara e stabile, in grado di rassicurarlo e di aiutarlo nel primo ambientamento, poi a mano a mano che il suo rapporto si consolida con il nuovo ambiente, tale figura di riferimento, pur senza scomparire completamente, è destinata a sfumare per lasciare spazio ad una molteplicità di relazioni sia con gli altri adulti presenti nella struttura sia con gli altri bambini.
Quando infatti un bambino entra per la prima volta al nido incontra un adulto che lo “prende in carico” ed è il primo referente per il bambino e la sua famiglia. Si preoccupa di stabilire un raccordo con le modalità di accudimento della famiglia e di mediarle con il nuovo ambiente in cui il bambino sarà inserito. Si tratta di un passaggio cruciale complesso: da un lato è necessario che costruisca rapidamente un legame con il bambino e la sua famiglia, dall’altro che tale legame si faccia nel tempo sempre meno esclusivo per permettere al bambino di aprirsi ad altre relazioni. L’educatrice di riferimento ha il compito di fornire garanzie di benessere del bambino attraverso un legame affettivo ed emotivo nei suoi confronti in grado di costruire un rapporto di fiducia, ma nello stesso tempo deve essere sempre meno indispensabile e sempre meno insostituibile. Deve predisporre gli spazi e gli arredi in modo che siano accoglienti e gradevoli, rassicuranti e stimolanti. E la stessa cosa vale per gli oggetti.
Si può perciò affermare che la figura di riferimento si basa sulla capacità della persona adulta di offrire cure specifiche e non generiche, caratterizzata dall’attenzione alle caratteristiche specifiche, alle abitudini e alla sensibilità di ogni singolo bambino. I bambini riconoscono le differenze nel modo di essere accuditi, toccati, manipolati, spostati, accarezzati, ecc. È un rapporto di cura che per l’adulto non ha solo una valenza fisica, diviene, di necessità, un abbraccio mentale.
Si tratta di un ruolo molto vicino a quello materno e inevitabilmente destinato ad essere molto coinvolgente. La figura di riferimento non può avere un ruolo troppo distaccato (potrebbe ad esempio ricevere un giudizio negativo dalla famiglia, o almeno destare qualche preoccupazione), ma nemmeno troppo vicino o implicato (potrebbe mettere la famiglia per ragioni opposte).
È un ruolo che non si può improvvisare e non può basarsi sul buon senso, ma richiede molto equilibrio e controllo di sé. Altrimenti si può correre il rischio che i bambini diventino troppo intimi dell’educatrice e questo comporta un disagio se quest’ultima deve staccarsi da qualcuno di loro, ma soprattutto diventa un problema per i bambini in caso di una sua assenza. L’adulto non è mai, infatti, totalmente e permanentemente a disposizione del bambino, nemmeno quando si tratta della madre. E, nel caso della figura di riferimento, può insorgere la tentazione, pur involontaria, di sentirsi insostituibile, oppure il bambino stesso potrebbe arrivare a sentirla tale.