Accademia Naven
Ombre corte
Battesimo a Curarrehue

Curarrehue

Da una settimana in Cile, avevamo deciso di festeggiare l’ultimo dell’anno nella Regione dei Laghi (la X Regione) soggiornando fra Villarica e Pucón a poco meno di ottocento chilometri a sud di Santiago nella regione dell’Araucanía. Si tratta di due cittadine accoglienti e ben attrezzate per il turismo situate sulle due rive opposte dell’omonimo lago e ai piedi del vulcano (attivo) che porta lo stesso nome. Entrambe le cittadine si assomigliano per l’impronta turistica e per la miriade di piccoli alberghi e affittacamere per il turismo cileno: il clima, infatti, è buono tutto l’anno: non troppo freddo d’inverno e non troppo caldo d’estate. Diverse insegne dei negozi riportano scritte solo tedesco (metzgerei, bäckerei, apotheke), mentre altre sono bilingui. Se non fosse per il vulcano che sovrasta il lago a forma di cono perfetto, con la sua cima innevata e il permanente pennacchio di fumo, il paesaggio richiamava, nemmeno troppo alla lontana, certi paesaggi alpini della romantikstrasse dell’alta Baviera, con i suoi laghi, i prati verdi, gli alberi enormi e solenni e soprattutto la forma delle case che, benché in legno, hanno i tetti spioventi e le finestre colorate. Nel complesso, un contesto turistico che aveva la pretesa di assomigliare a un ambiente tipicamente nordeuropeo. 

Siamo arrivati alla sera del 30 dicembre dopo nove ore di pullman e il giorno successivo abbiamo potuto immergerci in un ambiente che sprigionava voglia di festa in un piacevole clima estivo: la gente era ovunque indaffarata per le ultime compere, i camerieri e i cuochi erano intenti a preparare i tavoli nei dehors per la cena all’aperto, gruppi di bambini che giocavano liberi, diversi cartelli annunciavano i fuochi d’artificio di mezzanotte lanciati dal centro del lago. 

Appena si esce dal centro abitato, tutto però cambia. È quello che abbiamo fatto il primo dell’anno, un’assolata giornata estiva in cui in giro non c’era nessuno. Con una giornata intera a disposizione ci siamo dati come meta il Paso internacional San Francisco, ai piedi del vulcano Lanín in cui si trova la frontiera fra Cile e Argentina. Immerso nei boschi infiniti di araucaria, è uno degli ultimi passi carrozzabili, benché quasi tutto di strada sterrata, che valicano le Ande. Più a sud si trova il Cruze Andino che Puerto Montt in Cile porta a San Carlos de Bariloche in Argentina raggiungibile via acqua percorrendo cinque laghi a diverse altezze sul livello del mare intercalate da tragitti su vecchi pullman in zone totalmente disabitate per i cambi di quota fra un lago e l’altro. 

Superato il vulcano Villarrica in direzione ovest-sud, dopo due ore abbondanti di boschi, radure, piccoli laghi e corsi d’acqua siamo arrivati a Curarrehue passando per il lago Calafquén, un piccolo comune isolato ed abitato da persone indigene. C’è un criterio sicuro per distinguere le popolazioni indigene: non è certo il colore della pelle o il modo di vestire, bensì la la mancanza di infrastrutture e servizi, una percezione diffusa di povertà e abbandono.

Siamo rimasti colpiti, appena fuori dal paese, da una chiesetta in legno dipinta a larghe pennellate di blu alla fine di un corto sentiero che la congiungeva con la carreggiata sterrata internazionale che portava in Argentina. 

Sull’unica porta d’entrata spiccava un cartello con su scritto, dipinto a mano, la parola “Templo”. La chiesa consisteva in un’unica stanza rettangolare con un altare semplice e una fila di banchi. Da un lato solo la statua, credo di ricordare, di San Giovanni Bosco ornata da un drappo appeso alla parete che si trovava alle sue spalle. La chiesa era affollata da non più di una quindicina di persone che riuscivano ad occuparla quasi tutta. Un sacerdote dal marcato accento argentino stava celebrando una messa che ha interrotto dopo la lettura del vangelo per celebrare un matrimonio. Gli sposi erano due signori non giovanissimi e vestiti con i normali abiti da lavoro di tutti i giorni ed abbiamo via via capito che i cinque bambini di età che andavano presumibilmente dai 2 agli undici o dodici anni erano i loro figli. Si trattava dunque di un matrimonio ex post, una cerimonia che sanava e metteva le cose a posto dal punto di vista della religione. La cerimonia è filata via abbastanza liscia salvo il momento in cui il celebrante ha chiesto allo sposo di esibire gli anelli. Lui però non li aveva e dopo un breve momento di sospensione il sacerdote ha deciso di soprassedere e la cerimonia ha proseguito il suo corso. Ha concluso il matrimonio, con un sorriso un po’ divertito, ad autorizzare lo sposo a baciare la sposa. 

Ha detto qualche parola veloce di auguri e poi, invece di proseguire con la messa ha proposto a tutti una pausa di una decina di minuti permettendo anche ai bambini di uscire nel sagrato per sgranchirsi le gambe. Poi si è avvicinato a noi che eravamo in fondo alla chiesa, sempre con paramenti sacri addosso, e ha voluto sapere chi eravamo. I presenti hanno così scoperto che al loro matrimonio erano presenti anche degli stranieri che provenivano dall’altra parte del mondo. 

Avevamo deciso di uscire dalla chiesa ma ci siamo resi conto che, richiamati i bambini nella prima fila dei banchi e mentre gli sposi erano seduti nel loro banchetto posto al centro davanti all’altare, il sacerdote non riprendeva la messa dal punto in cui l’aveva lasciata, ma ha fatto sedere tutti e ha cominciato a parlare direttamente ai figli della coppia. L’argomento era il battesimo perché tutti i figli della coppia non erano stati ancora battezzati ed abbiamo così compreso che l’obiettivo della giornata era quello di mettere a posto con i sacramenti tutta la famiglia. 

Ha iniziato parlando delle gocce (“gota a gota) che cadono dal cielo una dopo l’altra e che si depositano sulle cose e che bagnano la terra. Ha parlato dell’erba e degli alberi che crescono per merito della pioggia. Ha parlato delle nubi spesse e profonde e del vento trasparente. Ha parlato del tuono che accompagna la pioggia immensa del sud andino. Ha parlato della neve che si scioglie nelle cime dei monti e dei fiumi che trasportano le acque impetuose e travolgenti. Tutti ascoltavano incantati il racconto cosmico. Anche noi siamo rimasti a sentire. Le singole gocce dell’acqua si riuniscono insieme e si riuniscono nella terra e la rendono feconda. Ma quando la pioggia si fa immensa sulle montagne e nelle valli, lava e deterge nel profondo e rinnova la terra che ricomincia da capo il suo ciclo. In questo modo, il rito del battesimo veniva a far parte della natura, risultava un componente significativo insieme dell’ordine e del disordine del cosmo, il battesimo sembrava rappresentare una sorta di ammissione e di inclusione nella natura e della realizzazione di un nuovo rapporto con la terra, con l’acqua e con il cielo. 

I bambini rimanevano in silenzio incantati e i gli adulti accennavano un’adesione rispettosa e convinta a quelle parole magiche. 

Ho ricordato le parole di Neruda, anch’egli originario di quella stessa regione che si trova nel sud del sud del mondo nella quale la pioggia è immensa e viva. 

Ho ritrovato una sua poesia che dice:  

Todo lo arrastra el viento.
Canta y cuenta la lluvia.
Las letras de agua caen
rompiendo las vocales

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