Accademia Naven
Ombre corte
In viaggio con Cervantes

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La Spagna è una terra che ho frequentato e che ho ripetutamente percorso. Quasi sempre da solo.
Spesso sono atterrato a Madrid e non posso dimenticare che l’aeroporto si trova ai confini di Alcalá de Henares, il comune che ha dato i natali a Miguel de Cervantes. Più volte ho viaggiato in auto, soffermandomi spesso in qualche posada, una delle tante antiche locande spesso trasformate nei più moderni agriturismi.
Qualche tempo fa ho scelto di percorrere a piedi e in tutta la sua lentezza un buon tratto del Camino de Santiago francese. In passato ho letto il Don Chisciotte di Cervantes (entrambi i volumi, poiché si tratta di due romanzi di cui il secondo, scritto dieci anni dopo, è la continuazione del primo e si prone in modo diverso rispetto al precedente). Ho anche letto per curiosità parecchi capitoli nella loro versione originale, pur non riuscendo a comprendere tutto ma scoprendo con sorpresa che l’antico spagnolo cinquecentesco ha non poche similitudini con l’italiano coevo. Entrambi i don Chisciotte hanno il potere di immergere lo “sfaccendato” lettore (come lo chiama Cervantes nella prima riga dell’introduzione) in una dimensione insieme onirica ed affascinante.
Nei miei viaggi in Spagna più o meno lenti ho provato diverse volte ad immaginare i paesaggi descritti da Cervantes. Benché sia trascorso poco più di mezzo millennio indulgo sul pensiero impossibile che tali paesaggi esistano ancora. Mi riferisco a certi scorci dell’Andalusia con i suoi infiniti oliveti, le strade polverose, gli improvvisi ruscelli senz’acqua, i piccoli paesi dall’architettura antica. In occasione del mio viaggio lento in diverse tappe del Camino de Santiago francese ho a volte immaginato gli inutili viaggi di don Chisciotte (benché il romanzo non sia ambientato in quei luoghi) in quella campagna infinita secca e arida, cosparsa di case antiche, piccole rocche e castelletti abbandonati, piccoli villaggi d’altri tempi eppure abitati da genti laboriose.
Ora non sono poche le agenzie turistiche che propongono l’itinerario di don Chisciotte che di norma prevedono un numero più o meno grande di tappe tutte in Castiglia, a sud di Madrid. Prospettano soste in luoghi dove anticamente erano in funzione (o si presume che funzionassero) antichi mulini a vento, benché sia noto che la guerra personale di don Chisciotte contro i mulini a vento non è che uno dei primi episodi (che occupano un paio di pagine in tutto) che Cervantes racconta per non citarli mai più nelle parecchie centinaia di pagine che seguono.
Cervantes sorvola sui luoghi esatti attraversati da don Chisciotte, si limita a descrivere genericamente il caotico peregrinare dell’Idalgo per le contrade sperdute de La Mancha fra “nobili castelli” e umili osterie. Non bisogna dimenticare tuttavia i luoghi in cui immagina di andare o da cui arrivano e vanno gli altri personaggi del libro. Incontra un gruppo di Toledo, viene riportato a casa dal baccelliere di Salamanca, decide di ritirarsi in penitenza nei boschi della Sierra Morena per pensare alla sua amata Dulcinea, raggiunge Barcellona e così via.
Cervantes fa muovere il suo don Chisciotte in un territorio dai confini sempre assai incerti. Scrive in un periodo in cui la corte spagnola è impegnata in una duplice e pesante epurazione affidata al braccio impietoso della Santa Inquisizione: quella della cacciata dei mori (che se ne andranno dal sud della Spagna portando con sé le loro ricchezze e quella – non sappiamo dire quale sia stata la più pesante e cruenta – della pluridecennale persecuzione degli ebrei e delle conversioni forzate (i marrani e i conversi). Di tutto questo Cervantes non fa cenno esplicito perché sarebbe stato rischioso parlarne; non mancano tuttavia riferimenti alle persecuzioni dell’epoca attraverso l’accenno ad improvvise partenze, a saluti frettolosi, ad amori intensamente vissuti ma che non era possibile dichiarare. Cervantes nel suo romanzo manifesta una pur mascherata simpatia solidale per le persone che devono trasferirsi dall’altra parte del mare (cioè nelle coste nordafricane).
Forse è anche per questo che nel don Chisciotte, benché si proponga come la cronaca di un continuo errare, sia quasi totalmente assente la geografia. Il cavaliere errante non ha mai bisogno di una mappa nel suo andare, e ha quasi sempre chiaro in mente dove vuole dirigersi. Nel don Chisciotte c’è sempre una meta che però è da “qualche parte”, in un luogo definito e non dichiarato.
Lo stesso suo scudiero, Sancho Panza, non si preoccupa di sapere se un’isola è un territorio circondato dal mare: per un breve periodo diventerà governatore di un’isola, senza però – che lui sappia – attraversare il mare per raggiungerla, dichiarando che se per caso per andare in un’isola si dovesse attraversare il mare è questione che a lui non interessa perché si è limitato ad andare dove il suo padrone – don Chisciotte – gli ha detto di andare; tutto il resto non ha importanza.
Tutto questo ha però poca importanza, perché il viaggio di don Chisciotte è, anche e soprattutto, ovunque e in nessun luogo, è un viaggio nella mente, un viaggio nel suo labirinto interiore. Si definisce un “cavaliere errante” perché – pur dichiarando di volta in volta intenzioni precise - non ha una meta veramente precisata, il suo obiettivo è il viaggio stesso con tutto ciò che accade durante il suo lento, imprevedibile e bizzarro realizzarsi. Il migliaio di pagine di cui il romanzo è composto non fa che descrivere due situazioni: il lento cammino da un luogo all’altro – con i molteplici personaggi che incontra, con le lunghe conversazioni con il suo scudiero e con le continue disavventure sempre dal protagonista equivocate - e le soste fra un percorso e l’altro, fatte anch’esse di incontri, eventi inattesi, situazioni impreviste e accadimenti inaspettati.
Il romanzo di Cervantes è un inno al viaggio lento.
Non per caso il suo cavallo, che considera fra i più belli e nobili cavalli mai esistiti (e benché impieghi quattro giorni per trovargli un nome adatto che chiamerà poi Ronzinante) non è altro che un ronzino svogliato e acciaccato che certamente non può correre. È un viaggio senza fretta di andare e senza intenzione di tornare, è senza una data di rientro. Don Chisciotte non ha mai fretta e solo in circostanze particolari corre, quando deve eroicamente combattere e in seguito alla sua ogni volta inevitabile disfatta.
Il Novecento ha prodotto innumerevoli studi sulla figura di don Chisciotte e sul suo viaggio psicoanalitico secondo cui l’eroe della Mancha sarebbe pervaso da un delirio di onnipotenza che non gli permette di vedere le cose come sono: un narciso che rincorre il proprio ideale di eroismo e di bellezza secondo i vecchi canoni cavallereschi fuori del tempo e questo gli procura immani disastri e lo porta immancabilmente a coprirsi di ridicolo. La psichiatria contemporanea riconoscerebbe in don Chisciotte un malato mentale per quella sua maniacale e instancabile manipolazione della realtà. Don Chisciotte fa coincidere la realtà con ciò che vuole vedere e trasforma il mondo che lo circonda secondo le sue interiorizzazioni dotte e bizzarre. Per qualche istante sospetta vagamente, quando ascolta le interpretazioni del suo compagno di viaggio (Sancho Panza) che la situazione in cui si trova non sia esattamente come gli appare, ma ogni volta imporrà la visione della sua mente facendo così vincere i suoi fantasmi bellicosi e ridicoli.
Senza entrare nelle complesse valutazioni della psicoanalisi, Cervantes è senza dubbio un grande maestro e insieme un grande poeta del viaggio. Decanta il viaggio lento, il viaggio inteso come un vagabondare senza l’ossessione del tempo.
Lo confesso: amo l’idea di viaggio che Cervantes propone. Oggi si parla di Slow Tourism per differenziarlo dal turismo di massa, dal turismo mordi e fuggi, dal viaggio a tappe forzate o anche il viaggio-pacchetto in cui tutto è organizzato e il viaggiatore non ha altro da fare che fare il consumatore del viaggio, cioè obbedire ai contenuti e ai tempi previsti dal programma preconfezionato. La vita quotidiana è frenetica e non dovrebbero esserlo anche le vacanze. Non ho mai partecipato ad un viaggio organizzato. Non amo, quando arrivo in un luogo, andare a vedere tutto quello che c’è da vedere. Amo lasciarmi guidare dall’ispirazione o dal desiderio del momento. Un po’ come don Chisciotte amo viaggiare con calma, senza obblighi, lasciandomi guidare dalla curiosità più che da un programma preconfezionato. Amo fermarmi nei luoghi senza un fine preciso e guardandomi intorno senza fretta e senza costrizioni.
Qualche anno fa all’Hermitage di Pietroburgo, a differenza dei miei compagni di viaggio impegnati diligentemente a guardare tutto quando previsto dal programma, mi sono limitato con piacere a visitare tre stanze. La stessa cosa ho fatto in un viaggio recente nella Patagonia Verde, una discesa giù verso il sud infinito senza misurare il tempo e senza decidere in anticipo le tappe. Credo che la cosa migliore sia immergersi nei luoghi.
Non penso al viaggio come relax e come evasione dalle fatiche quotidiane, quanto piuttosto come esperienza personale di attesa: amo apprezzare i luoghi, le persone e le atmosfere che si presentano lungo il percorso. Amo scegliere una destinazione senza tuttavia pianificare tutto quello che ci sta in mezzo per lasciare spazio anche alla casualità degli eventi, alla quotidianità delle persone che fanno la loro vita, agli incontri fortuiti, agli accadimenti casuali a cui capita di assistere.
Nel suo secondo viaggio, don Chisciotte decide di andare a Barcellona. Barcellona è l’unica città realmente descritta da Cervantes con una certa puntualità e ne parla come di una città ospitale, amichevole, bella (anche se, come di consueto, don Chisciotte vivrà anche lì qualche esperienza spiacevole). Don Chisciotte rimase colpito anche dal mare che gli sembrò più grande rispetto a quello che aveva visto nella Mancha. In molte altre circostanze don Chisciotte attraversa paesi e contrade senza vederle e filtrate dalle sue distorsioni oniriche ossessive; a Barcellona invece vede i luoghi, le persone, i paesaggi, compreso quel mare bellissimo che lo meraviglia per la sua immensità. È il punto del romanzo di Cervantes in cui compare in modo esplicito il paesaggio. Inizia in questo capitolo un cambiamento importante perché la lettura del paesaggio non richiede particolari strumenti ma necessita comunque di un “occhio allenato”: a Barcellona don Chisciotte guarda la città in sé stessa (le mura, le persone, le foresterie, ecc.) e non solo attraverso gli occhi della sua stralunata illusione di essere un cavaliere eroico.
È in questo capitolo e in quello che segue (il 59° e il 60°) che Cervantes, attraverso gli occhi di don Chisciotte (e di Sancho), ci dice qualcosa sulla lettura del paesaggio della città: riconosce i diversi elementi dei luoghi e delle relazioni che li legano, prova sensazioni ed emozioni dando significati emotivi al paesaggio, spiega in qualche modo i caratteri del paesaggio che vede.
Oggi non è praticamente possibile vedere le cose che ha visto Cervantes e che ha messo negli occhi del suo don Chisciotte. È possibile però visitare la cattedrale antica (la Catedral del Mar) e il suo affaccio al mare. Ci dice però, dietro le parole della sua straordinaria e acuta ironia, come è possibile ancora oggi intraprendere un viaggio.

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