Accademia Naven
Crescere con Pinocchio
Le avventure di Pinocchio: capitolo 14
Pinocchio, per non avere dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, si imbatte negli assassini

Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini.

Anche il presente capitolo è organizzato in due parti.
La prima ci racconta che Pinocchio, dopo avere salutato il Grillo-parlante, si trova da solo al buio a pensare. E parlando fra sé si lamenta del grullo-parlante per quel suo essere noioso profeta di sventure. Non crede per niente alle sventure profetizzate dal Grillo.
La seconda inizia nel momento in cui Pinocchio viene distolto dai suoi pensieri da un rumore che sente dietro le sue spalle. Sono gli assassini che vogliono rubargli gli zecchini. Il resto del capitolo si dipana in una lunga fuga a ostacoli (prima il salto del fosso, poi l’albero incendiato) fino a quando non viene acciuffato. Mette perciò gli zecchini in bocca deciso a non cederli per nessuna ragione ai ladri. 

 

L’infanzia ha bisogno d’amore

È evidente che le parole del Grillo sono sagge: è facile per lui prevedere ciò che accadrà. Tuttavia, Pinocchio non lo ascolta perché non crede alle sue parole. Il problema non è di chi ha ragione: la verità è interamente dalla parte del Grillo ma è una verità che non funziona perché pronuncia parole che non sono in grado di entrare nella mente di Pinocchio.
Ciò che Collodi sembra volerci dire è che non è sufficiente che gli adulti siano saggi, occorre anche che sappiano guardare la realtà dal punto di vista dei bambini, cosa questa che il Grillo – come rappresentante della figura dell’adulto – decisamente non sa fare. Per il Grillo il bambino (Pinocchio rappresenta nel romanzo l’emblema di tutti i bambini) è sostanzialmente un estraneo che egli considera oggettivamente e cioè dall’esterno. Il mestiere del Grillo è perciò un mestiere sbagliato perché considera l’infanzia semplicemente come qualcosa da raddrizzare e non da intercettare e comprendere. Si occupa per mestiere (le sue apparizioni nel testo hanno sempre di mira una funzione pedagogica) di educazione ma non intercetta il segreto dell’infanzia perché non ne tocca i punti delicati e vitali. Il suo intento è di raddrizzare l’infanzia, non di capirla. E questa, alla fine, può essere intesa come un’accusa alla pedagogia post-risorgimentale che, se da un lato era intenta ad educare la nazione promuovendo nel popolo l’attenzione civile e il senso di patria, dall’altro non si preoccupa troppo che il bambino venga amato (diremmo che il Grillo non ha conosciuto la lezione di Pestalozzi), né è attento alle potenzialità del bambino. Il Grillo si ferma al realismo e si muove sui suoi saperi del mondo, e su questo appare esserne esperto, ma tutto il suo sapere è incentrato sul governo del ragazzo incentrato sull’ordine, la disciplina e soprattutto sull’obbedienza.
A differenza del primo incontro (descritto nel capitolo quattro) il Grillo quanto meno ha imparato a non essere insolente e a non insistere inutilmente quando si rende conto che la posizione di Pinocchio non cambia.
Da parte sua, per non ascoltare i consigli del Grillo e per fare di testa propria, Pinocchio sta correndo un grande pericolo di cui non riesce ad avvedersi. La sua spavalderia è la sfrontatezza dell’infanzia ma la sua impertinenza e la sua tracotanza sono anche gli strumenti della fiducia in sé del desiderio di andare verso l’ignoto, della sicurezza tipicamente infantile di riuscire a superare gli ostacoli e di riuscire a districarsi alla meglio nelle difficoltà perché fiduciosa nella propria sorte. Insomma, il Grillo alla fin fine non è altro che un cattivo maestro, un maestro tutto realismo e niente cuore, un maestro che fallisce il proprio obiettivo perché manca dell’amorevolezza necessaria nei confronti dell’infanzia. Il grillo è esattamente l’opposto di Geppetto che sa ascoltare ed aspettare, che dà tempo e che nonostante i molti errori di Pinocchio – che sempre e immancabilmente gli presentano il conto – continua incondizionatamente ad amarlo. A sua volta Pinocchio immancabilmente ad ogni errore attribuisce a sé la colpa e si rammarica di non avere ascoltato il padre. In tutto il romanzo di Collodi non ci sono mai buoni maestri, così come non c’è una società buona. Fino a questo punto del romanzo l’unica figura buona è quella del padre. 

 

Il Calvario

La commedia ha preso la piega, in un crescendo graduale e continuo, della tragedia. Precisamente:

  • Vede due figure imbacuccate che paiono due fantasmi; 
  • Le due figure lo agguantano e gli dicono “O la borsa o la vita”. ma Pinocchio resiste e tiene la bocca chiusa;
  • Dichiarano di volerlo ammazzare, ma Pinocchio resiste;
  • Minacciano di ammazzare anche suo padre, ed è a questo punto che Pinocchio si dispera;
  • Lo prendono uno per il naso e l’altro per il collo e lo tirano “screanzatamente” per fargli aprire la bocca;
  • Uno dei due tira fuori un coltellaccio e prova a conficcarglielo per fare aprire la bocca a Pinocchio; Pinocchio d’improvviso reagisce e morde la mano di uno dei due e quando gliela stacca nota stupito che si tratta di una zampa di gatto;
  • Pinocchio si divincola e corre all’impazzata per la campagna (per quindici chilometri) sempre inseguito dagli assassini che non intendono mollare la presa;
  • Alla fine, troppo stanco si arrampica su un albero ma gli assassini danno fuoco all’albero; 
  • Non volendo fare “la fine del piccione arrosto” spicca un salto e si dà di nuovo alla fuga sempre inseguito dai due;
  • Fa una gran rincorsa e riesce a saltare un largo fosso: gli inseguitori si fanno il salto più corto e cadono in mezzo al fosso ma proseguono l’inseguimento;
  • Pinocchio continua a correre e guardandosi indietro si accorge che i due imbacuccati gli sono ancora alle calcagna. E qui il racconto si chiude lasciando il lettore in attesa della puntata successiva.

La costruzione del testo narrativo ruota intorno ad un elemento fondamentale di contrasto: da un lato Pinocchio sogna ingenuamente di diventare ricco e di fare ricco anche il padre; dall’altro i due incappucciati hanno uno scopo assai meno nobile e concreto che è quello di derubarlo. I due vogliono farlo parlare per fargli aprire la bocca ma non riescono fino a quando non minacciano di uccidere anche il padre ed è solo a questo punto che Pinocchio apre la bocca per parlare.
Collodi dissemina il capitolo della sua consueta ironia, quasi per richiamare continuamente l’attenzione del lettore che si tratta di una burla, che siamo ancora nella commedia e non nella tragedia (la bocca inchiodata del burattino, lo zampetto di gatto sputato, la corsa del Gatto con una gamba sola, il salto del fosso che vede i due compari completamente infradiciati e così via. I risvolti ironici però non abbassano la tensione ma sembrano anzi acuirla.
Quella in cui vive Pinocchio è una società in cui manca la pietà. Collodi descrive un mondo nel quale l’infanzia è tragicamente sola e gli adulti non solo non se ne fanno carico, ma la sfruttano e la violentano. È un mondo nel quale l’infanzia è abusata. Abbiamo qui la risposta al quesito iniziale che l’autore poneva retoricamente nel primo capitolo quando esordiva dichiarando che non si tratta di una fiaba (“C’era una volta un re” – diranno i mei piccoli lettori) e qui ne abbiamo la conferma. Nella fiaba i bambini sono vincenti, qui Pinocchio combatte con tutte le sue forze ma è un perdente; di norma i bambini delle fiabe hanno una loro saggezza, nel nostro caso invece il nostro protagonista nella sua ingenuità commette continuamente errori e la sua generosità non paga.
Quello di Pinocchio è un mondo capovolto, nel quale non c’è il trionfo del bene. Pinocchio rimane la figura positiva in un mondo di malvagi che usano l’infanzia a loro vantaggio in cui il povero aggredisce e sfrutta chi è più povero di lui. L’intenzione di Collodi quando si accingeva a scrivere le puntate del romanzo era quella di un gioco scherzoso (si trattava, secondo le sue parole, di una “bambinata”). A questo punto del racconto però la narrazione assume un risvolto tragico, in cui non c’è ora più nulla della bambinata promessa, cioè di un racconto divertente e leggero. Ora si è lasciato – per così dire – prendere la mano e il racconto prende una piega drammatica sulla dolorosa condizione dell’esistenza umana a partire dall’infanzia la cui innocenza non certamente paga.
Pinocchio è l’emblema dell’infanzia, di un’infanzia violata e tradita. La fuga costante dalla morte è il Calvario di Pinocchio. Pinocchio non è Cristo, ma senza dubbio è un povero cristo: ma come Cristo è anch’egli una vittima destinata al sacrificio. E, al contrario di quanto accade nei vangeli, i ladroni sono dei farabutti che proseguono nel loro malaffare e alla fine sono i vincenti. Collodi impiega questi primi quattordici capitoli per raccontarci un mondo senza misericordia e in cui per l’infanzia non c’è pace. 

 


Spunti e proposte di lavoro

  • Personaggi: Gatto, Volpe
  • Setting: campagna di notte
  • Le parole chiave: assassini, fosso, albero in fiamme, fuga, …

 

Il capitolo è incentrato prima sul monologo di Pinocchio che si dichiara di essersi infastidito dei consigli del Grillo-parlante e di essere certo della sua capacità di superare eventuali pericoli della notte e poi la lunga e rocambolesca fuga inseguito dagli assassini.

 

L’aiuto giusto e la necessaria autonomia

Il Grillo rappresenta l’adulto che indica la strada da percorrere e Pinocchio a sua volta rappresenta l’infanzia che fa fatica ad ascoltare gli adulti e che vuole fare da solo. È evidente che Pinocchio cerca la propria autonomia anche se non si rende conto dell’errore che sta commettendo nonostante il Grillo lo metta in guardia. L’episodio narrata da Collodi offre due elementi importanti che possono tradursi in altrettante attività in aula. da un lato abbiamo il rapporto fra l’infanzia e l’età adulta, fra il bambino e il maestro, dall’altra abbiamo il desiderio del bambino di fare da solo. Da qui la possibilità di imboccare strade differenti anche se fra loro complementari.
Il gioco è fra il bisogno che i bambini hanno del maestro e il bisogno di autonomia, in quale misura rappresenta un aiuto e un sostengo importante e in quale misura dovrebbe lasciare loro autonomia. È evidentemente un processo graduale che non è possibile definire una volta per tutte e che varia da bambino a bambino. È di conseguenza un lavoro di costante equilibrio dell’adulto che da un lato riconosce il bisogno di autonomia dei bambini e la necessità che imparino a fare da soli e l’importanza di fornire l’aiuto giusto al momento giusto.

 

La paura

Quella di Pinocchio è una paura coraggiosa. Paura della notte e paura delle due ombre che lo inseguono, ma anche coraggio di reagire: la paura non lo rende impotente. Il capitolo offre l’occasione per una ricognizione collettiva sulle paure di ognuno e su quelle di tutti.
La paura è una delle emozioni più precoci che si manifesta già nei primi mesi di vita. E le paure dei bambini sono sempre intense, non importa se reali o immaginarie. I bambini chiedono agli adulti protezione dalle loro paure. Le paure dei bambini di età della scuola dell’infanzia non riguardano solamente oggetti e persone reali ma anche personaggi della fantasia come i lupi e gli orchi delle fiabe, i mostri dei racconti e i fantasmi dell’immaginazione.
Pinocchio nel racconto di questo capitolo dichiara di non avere paura, poi però alla luce dei fatti se la dà a gambe levate. Bisogna peraltro ricordare che ai bambini piace essere spaventati un po’ (o anche spaventato per finta) per potere mettere alla prova il proprio coraggio e i propri meccanismi di reazione alla paura.
Le attività che si possono sviluppare in aula sono molte: della paura si può parlare, la si può descrivere, la si disegnare, la si può rappresentare in forma teatrale, è possibile riconoscerla nelle immagini, nei racconti, nella fantasia, ecc.
Alcune domande come possibile punto di partenza:

  • Di che cosa hanno paura?
  • Quali sono le paure di ognuno?
  • Quali sono le paure di tutti?
  • Come si affronta la paura?
  • Come si supera?

Un’attività interessante può essere quello di effettuare una rassegna della paura in alcune fiabe della tradizione popolare conosciute (Cappuccetto Rosso, Biancaneve, i tre porcellini, ecc.) che pare assente. Quella di Cappuccetto Rosso pare incoscienza in quel suo girovagare nel bosco senza sospetto, la stessa cosa vale per i porcellini, per Hansel e Gretel, ecc. Le fiabe hanno un forte valore simbolico per i bambini perché in esse i bambini vincono sempre.

 

Privacy e cookies

© Accademia Naven 2026
info@accademianaven.org
Accademia Naven srl, Piazza Venezia n. 6
38122 Trento. P. Iva 02708610221