Accademia Naven
Crescere con Pinocchio
Le avventure di Pinocchio: capitolo15

Gli assassini inseguono Pinocchio; e, dopo averlo raggiunto, lo impiccano alla Quercia grande.

Il capitolo inizia con Pinocchio che ormai si è perso d’animo poiché si rende conto che la sua corsa è finita. Ormai comincia a farsi giorno, ha corso tutta la notte senza riuscire a seminare i suoi inseguitori e, stanco, sta per darsi vinto. C’è tuttavia un’ultima speranza: intravede una casina bianca e confida di raggiungerla per chiedere aiuto. Ma l’aiuto non ci sarà. Dopo un lungo bussare si affaccia una bambina dai capelli turchini che tuttavia non può fare nulla perché è morta e sta aspettando la bara che la porti via.
Gli assassini lo agguantano e lo colpiscono senza tuttavia riuscire a farli aprire la bocca. È allora che decidono di impiccarlo alla Quercia grande e lo lasciano penzolare a lungo in attesa di una morte che fatica ad arrivare protraendosi in una lenta agonia.

 

Non è una fiaba

L’episodio della casina bianca appare d’improvviso come una parentesi che si apre e subito si chiude. Pinocchio intravede
“… fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.”
Prende perciò a correre di gran carriera con gli assassini che sempre lo inseguono.
La comparsa improvvisa della casina appare uno dei consueti espedienti letterari per dare una svolta alla narrazione e per fare in modo che Pinocchio ancora una volta se la cavi. Ma questa volta non sarà così.
Bussa alla porta ma non risponde nessuno. Solo dopo aver dato calci alla porta si affaccia la bella bambina dai capelli turchini per dirgli che non può aprire perché è morta e sta aspettando che la vengano a prendere con la bara.
Collodi presenta la casina nel modo tipico dei racconti di fate: compare improvvisamente dal mezzo del bosco e sembra proporsi quale “aiutante magico” così come appare in tante fiabe. Qui, tuttavia, l’autore imprime una scolta drammatica. La casina si rivela inefficace e inutile perché disconferma le attese tanto di Pinocchio quanto del lettore. E i due assassini l’avranno vinta perché, pur non riuscendo a sottrargli gli zecchini lo impiccheranno.
Allora è vero ciò che ci aveva annunciato all’inizio del romanzo che non si trattava di una fiaba: “C’era una volta un re – diranno i miei piccoli lettori”. Non c’era un re, ma un misero pezzo di legno. Non è una fiaba. E non è una storia a lieto fine.
La struttura del racconto – di qualsiasi racconto – ha delle regole ed anche le sue varianti. La semplice introduzione di un elemento nuovo rimette in moto l’intero meccanismo e Collodi ha dimostrato di essere un maestro in questo campo: le peripezie di Pinocchio dei capitoli precedenti dipendono da questo. In questo caso però le cose vanno diversamente perché la vista della casina bianca non sortisce l’effetto che ci si attendeva. Collodi introduce la figura della bambina dai capelli turchini in tutta la sua drammatica impotenza perché ce la presenta morta (non sappiamo null’altro di lei) e che per questo non può aiutare il burattino.
Collodi introduce una variante – l’elemento nuovo che permetta di imprimere una nuova direzione al racconto – che però non sfrutta come di solito avviene nei racconti in cui si presenta sempre un “invece” che cambia la direzione degli eventi e conclude questa quindicesima puntata del Giornale dei bambini, supplemento al quotidiano Fanfulla con la morte di Pinocchio per impiccagione.
Amen!
O forse no, perché sappiamo che il romanzo continua per altre ventuno puntate. 

 

Pinocchio uno e Pinocchio due

Emilio Garroni (1975) ha dedicato un intero libro a questo problema. ha studiato lungamente e a fondo il capolavoro di Collodi ed è arrivato alla conclusione che quello che noi conosciamo ora sono in realtà due romanzi in uno. Ipotizza che l’intenzione di Collodi era di concludere quell’esperienza insolita (nel cominciarla l’aveva chiamata una “bambinata”) con questa quindicesima puntata. È stata però la protesta dei lettori che non accettavano quel finale e che volevano una prosecuzione del romanzo e soprattutto l’insistenza interessata dell’editore a fargli cambiare idea. Alla fine, ha ceduto ma è passato un certo tempo perché si decidesse a riprendere il racconto facendo resuscitare Pinocchio e costruendo altre avventure e i lettori del quotidiano hanno dovuto aspettare. Tutto questo avveniva ne 1881 e solamente nel 1883 è stato possibile stampare le Avventure di Pinocchio per intero nella versione che oggi conosciamo.
Emilio Garroni sostiene che i romanzi di Pinocchio in realtà sono due, il primo dei quali va dal primo al quindicesimo capitolo e il secondo va dal sedicesimo al trentaseiesimo. E anche Giorgio Agamben è della stessa opinione.

 

Il costo altissimo della libertà

Non ci è dato sapere qual era la vera intenzione di Collodi, anche se gli indizi ci sono. È evidente che fin dalle prime battute di questi primi quindici capitoli quella di Pinocchio è una corsa costante contro la morte. Pinocchio è destinato alla morte essenzialmente a causa della sua libertà che, all’epoca in cui il romanzo è stato scritto, appariva senz’altro molto più inconsueta e trasgressiva di quanto non possa comparire oggi.
Fin dai primi istanti della sua vita si prende il diritto di parola, ivi compreso quello di essere insolente, e questo gli comporta la rinuncia di maestro Ciliegia. Poi la sua libertà di movimento – la sua corsa sfrenata – solo per caso non viene interrotta dal carabiniere che si rifarà comunque su Geppetto. Il suo comportamento istintivo e sfrenato lo porterà a perdere i piedi. Rischia seriamente con Mangiafuoco (vale la pena di annotare che il comportamento del burattinaio che prima lo vuole gettare nel fuoco e poi lo premia appare particolarmente immotivato dal punto di vista della logica narrativa). Poi c’è quel suo costante girovagare con quella sua intenzione ritornarsene a casa per poi cambiare direzione, come avviene ad esempio in seguito all’incontro del Gatto e della Volpe. In mezzo c’è anche quella fame permanente che attraversa tutti i quindici capitoli e che in realtà continuerà anche nei capitoli successivi.
Non mancano gli indizi a conferma dell’ipotesi sostenuta da Garroni e confermata anche da altri studiosi. Fra il primo e il secondo Pinocchio cambia il paesaggio, i luoghi visitati, le distanze che Pinocchio percorre. Nel primo l’orizzonte complessivo è più limitato, Pinocchio si muove sostanzialmente intorno a casa, mentre in seguito si allontanerà di più e aumenterà le distanze. Nel secondo oltre ai luoghi cambiano i personaggi e le azioni. La Fata dai capelli turchini compare ed agisce solamente nella seconda parte del progetto di Collodi, anche se viene presentata – tuttavia senza conseguenze – nel quindicesimo capitolo come una bambina morta. Lo stesso tema della morte comparirà ancora nella seconda parte del libro ma tuttavia in modo meno accentuato e comunque ormai meno incombente, fino al compimento finale della salvezza definitiva rappresentata dalla trasformazione del burattino in un bambino. Ma, come vedremo, la trasformazione definitiva del burattino che diventa bambino comporta un cambiamento nella direzione del conformismo e nella perdita totale delle differenze che caratterizzavano il Pinocchio iniziale. Diventare Bambino per Pinocchio significa perdere la sua identità originaria. 

 

Domande aperte

Queste considerazioni rischiano però di essere parziali se non si mettono sulla bilancia altre questioni. 
La prima domanda riguarda Pinocchio come soggetto: in quali termini possiamo parlare di libertà? In quale misura la libertà che il burattino si prende è realmente tale? In tutto il racconto (se tuttavia escludiamo l’episodio di adulazione di Mangiafuoco) Pinocchio si dimostra un istintivo che non riesce a vedere al di là del suo naso. Le sue idee sul futuro sono vaghissime e assai campate per aria, come ad esempio l’intenzione di andare a scuola e in due e due quattro imparare tutto ciò che c’è da imparare, oppure il sogno illusorio di arricchire il padre con la moltiplicazione degli zecchini. Ogni volta però i suoi propositi si dissolvono nel nulla un istante dopo averli formulati. Anche le sue azioni sono sempre una reazione immediata, istintiva e diretta alla situazione contingente che si presenta. Pinocchio non è padrone di sé, non sa prendersi cura di sé stesso e va perciò verso un’avventura (il titolo del romanzo è eloquente) disarmato ed esposto senza tutele rispetto alle conseguenze che tale avventura comporta. 
Di fronte ai dilemmi (come, ad esempio, se andare a portare i denari al padre oppure se sotterrarli al Campo dei miracoli) non si sofferma mai più di tanto e la scelta finale cade sempre sul principio del piacere. In altre parole, è un fatto che Pinocchio non è pronto per la libertà che si prende e il suo istinto (la sua libertà) finisce per essere distruttivo. Da un lato, perciò, Collodi ci ha accompagnato in quel territorio di autonomia e di libertà nel quale quel “diverso” che la sua creatura assapora; dall’altro è evidente la mancanza di strumenti di Pinocchio per poterla gestire in modo adeguato. La libertà richiede capacità per poterla esercitare e l’infanzia ha necessità della tutela dell’adulto per evitarne il fallimento e la dissoluzione. Quello di Pinocchio è perciò in questo senso un epilogo legittimo: senza regole e senza tutela (in questo consiste, in ultima istanza, il rapporto di cura) l’infanzia è destinata al fracasso. La conclusione del romanzo con la morte di Pinocchio – benché si tratti di una morte drammatica che, peraltro, richiama da vicino la morte di Cristo in croce affiancato dai due ladroni – ha una sua coerenza e necessità.
La seconda concerne lo stato di diritto all’interno del contesto sociale in cui il burattino vive. Nello stato di diritto lo stato detta le regole del gioco, vale a dire le regole che determinano che cosa si deve e pare e che cosa non si può e deve fare. Per ciò che si può comprendere da questi primi quindici capitoli lo stato di diritto non c’è, mentre senza dubbio c’è lo stato di polizia, vale a dire il controllo dei comportamenti sociali. Lo stato di polizia se da un lato ha molti poteri in relazione a azioni e comportamenti che impattano sull’ordine pubblico (il carabiniere è intervenuto perché Pinocchio correva troppo e creava disturbo) non ne ha nei confronti dell’educazione della società e nei comportamenti civico-etici delle persone (l’oste dell’osteria del Gambero Rosso non esita a schierarsi senza scrupoli dalla parte dei truffatori). Collodi ci presenta l’episodio del carabiniere in modo buffo ma a ben vedere si tratta di un micropotere poiché l’unica attenzione pubblica all’infanzia coincide con un disturbo, un bambino che corre troppo. Tale micropotere, tuttavia, è traccia di una concezione del potere (un sistema di governo) nei confronti della società civile: è un indizio di come i delinquenti, i folli e anche i bambini devono essere trattati ed è quello dell’internamento.  
I conti alla fine tornano: l’infanzia è vittima di una società che non sa interessarsi ad essa, non sa tutelarla e prendersene cura. L’impiccagione di Pinocchio è la morte dell’infanzia. 


Spunti e proposte di lavoro

Personaggi: Gatto, Volpe
Setting: campagna di notte
Le parole chiave: assassini, bambina, casina, coltellaccio, quercia, …  

 

Il tema principale del capitolo è la morte. Pinocchio fugge disperato sperando di salvarsi seminando i suoi inseguitori. Questi ultimi però non lo mollano e dopo un lungo tallonamento finalmente lo raggiugono e lo impiccano alla Quercia Grande. Non c’è salvezza per Pinocchio e la sua fine è tragica. Il Grillo-parlante lo aveva detto e lui non lo aveva ascoltato e ora ne deve pagare le conseguenze.
Va però anche detto che cerca tutte le strade possibili per salvarsi: corre per tutta la notte ma gli assassini gli stanno dietro, cerca aiuto dalla bambina dai capelli turchini ma la bambina non lo può aiutare perché, quasi precedendolo, è morta. Fino all’ultimo spera in un aiuto che però non arriva.
Sul piano didattico e del lavoro a scuola anche questo capitolo presenta comunque, rivolgendoli in positivo, diversi spunti di lavoro. Ne indichiamo principalmente due.

 

La fuga

La fuga di Pinocchio è un tentativo di allontanamento da una situazione di pericolo: è perciò una scelta saggia, anche se nel suo caso non si salva perché il pericolo (rappresentato dagli assassini) lo insegue. Pinocchio fa perciò la cosa giusta perché di fronte ai pericoli l’allontanamento da esso è sempre una buona soluzione. Normalmente fuggiamo quando abbiamo paura di qualcosa e ci sentiamo in pericolo. Della paura abbiamo se ne è già parlato diffusamente nei capitoli precedenti (la paura del carabiniere, di Mangiafuoco, degli assassini) ed è un tema che si può riprendere.
Un lavoro interessante da sviluppare in aula può essere quello di riflettere sul tema della fuga da una duplice prospettiva: da un lato sulla capacità di riconoscere i pericoli per potere farvi fronte e dall’altro sulla ricerca del superamento delle difficoltà. Gli sviluppi possono essere diversi:
- La fuga come vissuto personale: quando ti è accaduto di essere scappato? Da che cosa? Perché quella cosa o situazione di faceva paura? …
- La fuga da un pericolo: di quale pericolo si trattava? Come hai reagito? …
- La fuga può essere intesa come la rinuncia a fare qualcosa: che cosa non hai voluto fare per paura? Più esattamente per paura di che cosa?
- Ci sono anche i casi nei quali non si fugge per paura ma ci si decide di affrontare ciò che fa paura: come hai superato la paura, invece di scappare? E dopo ti è passata la paura? …
- Può essere interessante parlare anche delle paure degli altri: anche gli adulti hanno paura e fuggono: quali sono le cose che fanno paura agli adulti?

 

La relazione d’aiuto

Il problema di Pinocchio è stato quello di non trovare l’aiuto giusto: non è stato aiutato dal Gatto e dalla Volpe che pure erano adulti di cui Pinocchio si fidava proprio in quanto si trattava di adulti; non è stato aiutato dall’oste che non si è comportato secondo giustizia ma ha assecondato il piano ingannevole dei due compari; non è stato aiutato dalla bambina dai capelli turchini (nonostante sia una fata). Non c’è stato, insomma, quell’aiuto necessario a cui un bambino avrebbe diritto.
Questo può essere uno spunto per una riflessione comune sul significato del ricevere e dare aiuto e sull’aiuto reciproco nelle cose piccole e grandi.
Tuttavia, se guardiamo bene, un aiuto c’è stato: quello del Grillo-parlante che ha cercato inutilmente di mettere in guardia Pinocchio. Pinocchio però non è riuscito ad ascoltare le parole del Grillo che non a caso Collodi lo definisce “parlante”. La tragedia di Pinocchio sta nel fatto che Pinocchio, troppo diretto e troppo “istintivo” non trova il tempo e la pazienza di ascoltare le parole. Il linguaggio per lui è separato dall’azione, mentre in realtà molto spesso il linguaggio è azione. Le parole hanno potere perché trasformano, bloccano, feriscono, indicano le cose da fare, suggeriscono le strategie su come agire o comportarsi. Il Grillo-parlante parlava per mettere in guardia, per dire che cosa occorreva fare e che cosa no, chi ascoltare e chi no. La confusione di Pinocchio che non è capace di ascoltare è anche emblema della nostra epoca in cui le parole sono spesso debordanti e invadenti (si pensi a un certo uso dei social) ma, proprio per essere troppe, scivolano via e subiscono un vero e proprio esilio perché incapaci di lasciare traccia per il fatto di essere utilizzate senza quell’essenzialità capace di conservare il loro peso e di imprimere la loro forza.

 

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