“Come andò che maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino.”
Fiaba o favola?
C’era una volta… - Un re – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.
Carlo Collodi inizia il suo racconto con una disconferma e con due avvertenze.
Il racconto comincia con un invito rivolto in modo diretto al lettore per invitarlo a stare sempre allerta perché le cose non sempre vanno per il verso che si immagina; non si tratta della solita storia di un re e di principesse ma di un semplice e insignificante pezzo di legno da catasta, un avanzo, un brandello inutile. Occorre insomma stare in guardia, perché le cose non sempre sono come sembrano e dietro la parvenza diretta delle cose ve ne sono altre che, come vedremo, le contraddicono e le rovesciano.
È un inizio di indubbio forte impatto ed ha qualcosa di simile all’incipit irrituale e irriverente del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes quando si rivolge al suo “sfaccendato” lettore, intendendo che solamente uno svogliato nullafacente potrà mettersi a leggere le strambe avventure dello strampalato cavaliere.
In questo modo non ha ancora detto nulla ma attira l’attenzione del lettore poiché annuncia già fin dalle prime battute che il racconto sarà pieno di stranezze e quasi scoraggiandolo lo trascina dentro il racconto. Che cosa si può dire, in fondo, di un inutile pezzo di legno? Che cosa potrà mai capitargli? Il lettore è perciò avvisato di non aspettarsi troppo e in questo modo lo invita in realtà ad aspettarsi imprevisti e sorprese.
Collodi sa bene che il suo lettore è anche nello stesso tempo lo spettatore di un testo che può essere anche una rappresentazione teatrale: ogni capitolo è dotato di una propria “location” e di una propria scenografia e di una struttura narrativa nella quale il naturale scorrere delle cose del racconto viene interrotto da un imprevisto, un cambiamento o un fraintendimento che propone una nuova prospettiva.
Il lettore dovrà divertirsi ma nello stesso tempo riconoscere gli eventi narrati come esperienza umana profonda. Un re o un pezzo di legno? Vale a dire, siamo nel regno della pura finzione e della libera invenzione o stiamo in qualche modo ricalcando la realtà, nella banalità della sua durezza (come lo è, appunto, un inutile pezzo di legno)?
Collodi ci mette in guardia anche dal punto di vista del genere letterario, cioè relativamente al fatto che non si tratta di una fiaba, ossia di quei racconti brevi e fantastici raccolti dalla tradizione orale del popolo e che vengono tramandate di bocca in bocca per il puro piacere di raccontare. È noto infatti che la fiaba, proprio per il suo carattere popolare e orale è stata semplicemente trasmessa di bocca in bocca e di conseguenza non ha un autore. Sono invece le favole – come ad esempio quelle di Esopo, di Jean De La Fontaine o molto più tardi del nostro Gianni Rodari, che sono state scritte da qualcuno che le ha appositamente inventate e diffuse attraverso la scrittura.
Collodi conosce bene la struttura delle fiabe perché aveva tradotto dal francese i Racconti di mamma Oca di Charles Perrault che a sua volta era andato a raccoglierle nell’ambiente rurale e contadino delle campagne francesi della seconda metà del secolo XVII. Sa anche altrettanto bene che le fiabe non sono una pura esercitazione fantastica ma dietro di esse si nascondono i drammi umani più universali e profondi.
In questo modo Collodi dice nello stesso tempo una verità e una bugia.
Una verità perché dichiara fin dall’inizio di essere lui l’autore di Pinocchio (anche se in realtà fa uso di uno pseudonimo poiché sostituisce il proprio cognome – Lorenzini – con Collodi che è il paese natale della madre).
Una parziale bugia perché farà largo uso degli “ingredienti” tipici delle fiabe popolari (gli animali che parlano, gli eventi i verosimili, ecc.). Le fiabe sono tuttavia testi narrativi relativamente semplici e brevi, mentre il testo di Collodi è organizzato in trentasei capitoli corrispondenti ad un racconto che si snoda in altrettante puntate. All’opposto, tuttavia, il suo racconto potrebbe essere indagato alla luce delle funzioni di Propp (Propp, 1997), il linguista russo famoso per i suoi studi sulle radici storiche e letterarie della fiaba.
Anche la seconda avvertenza è una mezza verità poiché è solo in parte vero che il suo romanzo è rivolto ai suoi “piccoli lettori”. In realtà, Le avventure sono un romanzo che se da un lato ha senz’altro lo scopo di piacere ai bambini, dall’altro ha una sua forte complessità, presenta elementi di profonda ironia e di critica della società del suo tempo – le avventure sono state scritte dopo vent’anni dalla definitiva conclusione dell’unificazione dell’Italia, periodo caratterizzato dalla profonda disillusione rispetto alle speranze suscitate nei decenni gloriosi del Risorgimento italiano –, si muovono in uno sfondo di disillusione profonda. Il sorriso ironico del testo non nasconde il pessimismo amaro con cui racconta la vita tragica del suo protagonista. Si tratta in altre parole di un romanzo dedicato ai bambini ma rivolto più agli adulti.
La conferma che sebbene non si tratti di una fiaba intesa come una di quei racconti tradizionali del popolo sia qualcosa in fin dei conti assai simile ad essa la troviamo comunque subito dopo. Il “pezzo di legno” che diventerà poi il personaggio che accompagnerà tutto il romanzo non era altro che un pezzo da catasta di quelli che vengono messi nella stufa o nel caminetto per scaldare le stanze e sarebbe questa la destinazione naturale di quello che non è altro che un avanzo di catasta. Il soggetto del romanzo non ha nulla dell’eroe (ma l’intero racconto metterà Pinocchio al centro della narrazione), trae la sua origine casuale da un inutile pezzo di legno. Un pezzo di legno qualsiasi che il personaggio che se lo trova fra le mani un più che modesto falegname – che sapremo poi chiamarsi Maestro Ciliegia per via del suo naso rosso (allusione neanche troppo velata per dire che è un forte bevitore) – che lo salva per pura casualità dal fuoco della stufa a cui era destinato perché gli viene d’improvviso in mente che gli potrebbe servire per fare una gamba di un tavolo. Nulla di più banale insomma. E nulla di misterioso o che desti sorpresa come accade invece all’inizio di molte fiabe.
Il protagonista della storia non ha insomma nulla di eroico (non si tratta di una storia di re) ma qualcosa che ha a che fare con gli ultimi degli ultimi, i più poveri che non hanno una possibilità di redenzione e che vivono in una società che per tutto il tempo del racconto non è destinata a cambiare. Non ci saranno insomma miracoli di miglioramento.
Quella vocina che rende vivi ma spaventa gli adulti
Ma la sorpresa emerge subito dopo ed è di tutt’altro tipo. Quando Maestro Ciliegia inizia a levigarlo per farne una gamba di tavolo si ode una voce che dice di non colpirlo forte e questo getta il falegname nello sconcerto perché non riesce a comprendere da dove arriva la voce.
Evidentemente si tratta di un disorientamento che riguarda esclusivamente Maestro Ciliegia ma non per i bambini che leggono o ascoltano la lettura del testo. È già il primo colpo di teatro in cui lo spettatore comprende e sa immediatamente ciò che il personaggio del racconto (ossia maestro Ciliegia) non comprende e non sa. Maestro Ciliegia non riuscirà a sciogliere il mistero di quella voce e deciderà di disfarsi del pezzo di legno (e dunque è probabile in realtà che sospetti che la voce provenga dal legno, ma questo il testo non lo chiarisce).
È evidente che l’intenzione di Collodi è di parlare subito ai bambini, di stare dalla loro parte e di raccontare gli eventi che da qui in poi accadranno dal loro punto di vista. Strizza addirittura loro l’occhio quando fa dire a Maestro Ciliegia:
- Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi? … Eppure, non c’è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere.
Ed è qui che marca una distanza: Maestro Ciliegia non sa comprendere ciò che il bambino lettore (o ascoltatore) ha ben compreso. Di lì a breve si spaventerà a morte:
Il suo viso pareva trasfigurato, e perfino la punta del suo naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.
Da un lato Maestro Ciliegia è spaventato e dall’altro il bambino lettore si diverte di ciò che il falegname che rappresenta il mondo degli adulti non comprende.
I bambini che ascoltano la lettura del capitolo (o che lo leggono) sanno già ciò che maestro Ciliegia dimostra evidentemente di non sapere: prima ancora di avere un nome, Pinocchio esiste già, è dentro a quel randello ancora da scolpire, vive prima ancora di essere formato, la sua è già un’esistenza certa che guarda al mondo con ironica fiducia prima ancora che il mondo si accorga di lui; nasce ed è vivo prima che l’adulto (maestro Ciliegia) se ne avveda e già manifesta una sua indipendenza e la sua predisposizione innata alla sua autonomia che gli adulti interpretano come trasgressione. I bambini sono affascinati dalla storia di questo personaggio che appare all’orizzonte dell’esistenza e sono subito solidali con lui.
La voce
Come detto, Pinocchio ci viene presentato all’inizio del romanzo come un pezzo di legno qualsiasi, vegetale e un oggetto di poco valore. Simbolicamente, un pezzo di legno come tanti sta qui al posto di un bambino come tanti.
Chiunque, perciò, potrebbe essere Pinocchio perché Pinocchio rappresenta l’infanzia che non ha un posto nel mondo e che cerca di esistere: qualsiasi bambino si può identificare con quel pezzo di legno che già si fa largo in un mondo complicato che non sa della sua esistenza e poco gli importa di lui.
Pinocchio nasce suo malgrado non cercato e non voluto; nasce senza preavviso nella bottega di un falegname quando ancora non ha nessuna forma, quando ancora deve essere piallato e sagomato per diventare la gamba di un tavolo. Ciò che tutto cambia e che dà l’inizio vero al racconto è quella voce che viene dal nulla, è il dono della parola. Pinocchio è dunque senza infanzia (il termine italiano “infanzia” deriva dal latino infans, il non-parlante, colui che non parla ancora) e viene al mondo direttamente con l’uso della parola. Pinocchio – che non ha ancora un nome e che dovremo aspettare il secondo capitolo – ha esistenza e vita nel momento in cui emette la sua voce.
Maestro Ciliegia è sconcertato e non lo sa riconoscere così come gli adulti non sanno riconoscere le voci dell’infanzia; al sentire quella voce la sua reazione è quello di sbatacchiarlo da tutte le parti senza complimenti e per Pinocchio è una vera fortuna essere fatto di legno. E qui il racconto prende una piega che, come si vedrà nel capitolo successivo, conduce a una rinuncia e a una separazione.
Da un lato si assiste a una voce che ha già pienamente il dono della parola, una parola che si presenta da subito impertinente, ironica, trasgressiva e che delinea il carattere del personaggio che in realtà non esiste ancora e che si trova dentro al legno. Pinocchio inizia perciò la sua esistenza di burattino nell’istante in cui è un “senziente” (che ha i sensi per sentire) e ha qualcosa da dire. E ciò che dice riguarda il suo corpo e le sensazioni che prova.
Dall’altro troviamo un Maestro Ciliegia che non comprende e che di conseguenza non gestisce la situazione e si spaventa: in altre parole, che si trova di fronte a una paternità non prevista, che non conosce e che non può volere.
La sua scelta è perciò di disfarsi di quell’oggetto che parla e che non sente suo.
Il capitolo si conclude con quella paura che appare ingiustificata e ridicola agli occhi del lettore e che finisce con l’annuncio di un abbandono che non avrà rimpianti né da una parte che dall’altra e che costituirà l’ossatura portante del successivo capitolo.
In questo modo Collodi chiude la prima puntata del suo romanzo con un patto con i suoi lettori-spettatori poiché è iniziata un’avventura che continuerà nel tempo e che è destinata ad essere ricca di colpi di scena. Sul piano della comunicazione – così com’era il mandato del suo editore - è riuscito infatti a catturare pienamente il suo spettatore che lo seguirà nelle puntate successive attendendo con impazienza il secondo numero del Giornale dei bambini (1).
(1) La prima puntata era stata pubblicata il 7 luglio 1881 ed era il supplemento del quotidiano toscano Fanfulla.
Spunti e proposte di lavoro
La narrazione
"C'era una volta ... - un re! - diranno i miei piccoli lettori ...". Collodi fa presente che "Le avventure di Pinocchio" non sono una fiaba.
È un primo spunto ricco sul quale vale la pena di soffermarsi ed è un'occasione per parlare insieme dei vissuti dei bambini in merito al tema della narrazione: che cos'è una fiaba? che cos'è un racconto? quali fiabe conosci? di che cosa parlano? chi di solito ti racconta le storie? dove si trovano? Perché piacciono le storie? Si possono inventare le storie?
Il luogo di lavoro
La bottega del falegname è uno spunto per riflettere sui luoghi del lavoro dei genitori. Il testo di Collodi in pochi tratti disegna un mondo: la stanza da lavoro di maestro Ciliegia ci immerge in un universo di povertà e di lavoro fatto con strumenti semplici.
Maestro Ciliegia di mestiere fa il falegname e dà vita alle cose modellando il legno. Il legno, le sue forme, il suo impiego. La bottega del falegname, gli attrezzi e gli strumenti. Che cosa si può fare con un pezzo di legno? Che cosa può diventare? Come possiamo trasformarlo? E anche: come si costruisce un burattino?
Il tema della povertà
Chi sono i poveri? che cosa significa essere poveri? Dove sono? Che cosa sappiamo di loro?
Le funzioni della voce
Pinocchio non c'è ancora (non è ancora nato) ma spunta la sua voce: inizia ad esistere quando fa sentire la sua voce. Si assiste qui a una sorta di "capovolgimento": bambini sanno bene di chi è quella voce misteriosa e chi sta parlando e sanno ciò che maestro Ciliegia non sa e non immagina. La voce identifica il parlante e lo fa esistere. Pinocchio (che non ha qui ancora il nome) esiste nel momento nel quale si sente la sua voce. E si manifesta alla vita attraverso l’impertinenza, inizia la sua esistenza trasgredendo quelle che dovrebbero essere le regole dei comportamenti comunicativi.