Accademia Naven
Crescere con Pinocchio
Le avventure di Pinocchio: capitolo 16

La bella bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto. 

Con questo capitolo inizia quello che Emilio Garroni ha chiamato il “Pinocchio bino”, ossia “il secondo romanzo” su Pinocchio che è in continuità con il primo e che proseguirà per altri venti capitoli.
Da questo capitolo in poi, come vedremo, compariranno nuovi elementi che non erano presenti nella prima parte e il racconto assume un nuovo impulso. Se da un lato le peripezie di Pinocchio continueranno e il suo carattere continuerà a conservare i segni dell’impulsività e dell’impertinenza, a poco a poco il burattino imboccherà tuttavia la strada della redenzione e alla fine, come sappiamo, si trasformerà in un bambino.
La parentesi drammatica del capitolo precedente è completamente chiusa e Collodi riprende il linguaggio ironico e irriverente che abbiamo conosciuto nei primi capitoli del romanzo. Il racconto ripiglia il ritmo che dei primi episodi narrati e si scrolla di dosso il dramma di quel quattordicesimo e quindicesimo capitolo che aveva decretato l’incompatibilità di un burattino con la vita. In questa parte vedremo degli elementi nuovi che scopriremo via via e chi ci limitiamo ad anticiparne qui alcuni: 

  • La comparsa sulla scena della Fata dai capelli turchini che diventerà una nuova protagonista e che era del tutto ignota nella prima parte del romanzo se si esclude quel breve cenno nella conclusione del quindicesimo capitolo in cui viene presentata come una bambina morta (ma non per questo muta) che attende di essere portata via;
  • La comparsa, pur discreta, di elementi magici tipici della fiaba di tradizione orale che nella prima parte non comparivano, come, per limitarci a un esempio, la carrozza preparata da Medoro, il volo sulle ali del colombo, la trasformazione dei bambini in ciuchini, la permanenza nella pancia del Pesce-cane;
  • Anche il paesaggio cambia: nella prima parte Pinocchio aveva vagato per lo più negli immediati dintorni (il punto più lontano che ha raggiunto e che chiude la prima parte è la Quercia grande), ora invece si sposta maggiormente e raggiunge luoghi lontani e sconosciuti, incontra altre genti, solca il cielo, attraversa il mare e così via;
  • Ora la sua impertinenza e la sua irriverenza, che costituiscono una componente imprescindibile del suo carattere, iniziano a mutare, vive anche momenti di dubbio e di incertezza che lo rendono più riflessivo (frequenterà anche con profitto la scuola), vive momenti di normalizzazione in cui tenta pur con alterna fortuna di “essere normale”: in altre parole Collodi inizia a tracciare la strada della sua “redenzione”; 
  • Nel complesso il suo spazio di vita si è allargato, le sue esperienze sono maggiormente dilatate nel tempo e si muove in un mondo più complesso.

Con questo non intendiamo dire che il secondo romanzo manchi di continuità con il primo, anzi gli elementi di contiguità e di congiunzione non sono pochi: Geppetto continuerà a scomparire per interi capitoli e a ricomparire, ritorna il Grillo-parlante, ricompare anche se in altra forma l’autorità costituita (che sarà rappresentata da altri carabinieri e addirittura da un tribunale), ritorna soprattutto la vivacità e la tenace coglia di vivere di Pinocchio, continua la sua ingenuità trasgressiva, la sua voglia e insieme la sua incapacità di fare fino in fondo bene le cose. Permane immutata anche la povertà e la difficoltà degli ultimi. In altre parole, si prepara progressivamente a diventare un bambino con tutte le illusioni e le trasgressioni ingenue che l’infanzia porta con sé. Rimane, infine, sempre sullo sfondo e senza mai entrare realmente nelle sue mura, la scuola, luogo di istruzione e di acquisizione di conoscenze ma che continua ad essere estranea ai saperi della vita del mondo infantile e dell’infanzia povera. 

 

Dalla morte alla vita

La bella Bambina, che nel precedente capitolo era morta e stava aspettando che la mettessero nella bara, ora, come se nulla fosse, si affaccia alla finestra e si impietosisce
“alla vista di quell’infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle ventate di tramontana”.
Dunque, era tutt’altro che morta e Collodi non spiega questo improvviso cambiamento di evidente incongruenza sul piano della narrazione. Pinocchio l’ha conosciuta in modo drammatico in un rapporto di reciproca impotenza: lui ha sperato in lei in un aiuto estremo che lo sottraesse alla morte, lei l’ha a sua volta conosciuto quando era stata ormai toccata dalla morte.
Il capitolo quindicesimo si conclude perciò con la morte di entrambi: Pinocchio dopo la serie di disavventure che conosciamo, la Bella Bambina si presenta da sola come cadavere.
Il capitolo successivo si apre però come nulla fosse successo, come se tutto fosse stato un sogno e che si fosse trattato di uno scherzo. Non abbiamo indizi per sapere se siamo autorizzati a pensare che la Bambina abbia finto di essere morta. La morte della Bella Bambina è una giustificazione del fatto che non abbia potuto salvare Pinocchio, ma poi scoprire che era viva e che lo ha lasciato morire in quel modo, sospeso cioè per il collo a ballare alle ventate della tramontana, non ha una giustificazione narrativa sufficiente, se non che l’intenzione originaria di Collodi fosse quella di chiudere il romanzo con il quindicesimo capitolo.
Fatto sta che la Bella Bambina – che poi impariamo che si tratta di una Fata - si affaccia alla finestra allo stesso modo della volta precedente: nella prima aveva vista Pinocchio che chiedeva aiuto per sfuggire alla morte, nella seconda vede lo stesso Pinocchio che alla morte non è sfuggito e solamente quando tutto è finito decide di andargli in aiuto come se nulla fosse successo. Scopriamo anche che quella bambina che Pinocchio aveva conosciuto solo da morta era in realtà non solo una Fata, ma una Fata “buonissima” che viveva in quella casa nelle vicinanze del bosco da mille anni.
Il collegamento con il precedente capitolo appare perciò tenue e mescolato da quell’accentuato tono fiabesco (la parrucca bianca coi riccioli, le due tasche per gli ossi, i calzoni corti di velluto cremisi, ecc.) che contribuisce a farlo passare quasi inosservato:
Fai subito attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull'erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari sui cuscini della carrozza e portamelo qui. Hai capito?”
La differenza è sottile, ma c’è: la Fata manda Medoro a prendere il burattino “mezzo morto” e, dunque, non morto, resuscitato. Solo ora veniamo a sapere che Pinocchio in realtà è ancora vivo.
Tutto questo è difficile da spiegare. Il racconto richiama forse inevitabilmente l’eco di qualche cos’altro, anche se Collodi non ci lascia nessun segnale di una possibile connessione. Anche Gesù sulla croce aveva invocato l’aiuto del Padre senza ottenerlo e in questo senso l’impiccagione di Pinocchio sembra quasi richiamare il destino dell’infanzia, un’infanzia che non ha adulti che si occupano veramente di lei, un’infanzia che non ha ascolto, che non ha una scuola veramente a sua misura, un’infanzia senza aiuti che non porta nel modo dovuto all’età adulta e che invece si trova ad essere condannata a chiudersi e spegnersi prima ancora di avere completato il suo sviluppo. Un’infanzia, insomma, che ha bisogno di essere redenta.

 

La vita continua

Fatto sta che quella bambina che si era dichiarata impotente prima dell’impiccagione, ora si dimostra capace di intervenire in soccorso di Pinocchio. Collodi ci informa anche che, essendo Fata, come tutte le Fate è in possesso di poteri e può intervenire in quegli ambiti nei quali la condizione umana non può fare nulla. Pinocchio ritorna dunque in vita e il romanzo può così continuare.
La Fata per potare avanti il suo progetto si avvale di quella figura che Propp chiamerà “aiutante magico” e che è rappresentato dal Falco (che ha il compito di allentare la corda co il becco sciogliendo i nodi) e dal Can-barbone (che sappiamo chiamarsi Medoro e che incontreremo ancora in un prossimo capitolo) che si occuperanno di recuperare Pinocchio e di condurlo nella casa. La messa in scena (il Can-barbone con i suoi galloni e i bottoni brillanti, la carrozza color dell’aria, le cento pariglie dei topolini bianchi) richiama evidentemente quel mondo della fiaba popolare che Collodi conosceva bene anche perché aveva tradotto dal francese “I racconti di mamma Oca” di Charles Perrault. L’espediente narrativo (il dettagliato racconto di quel mondo fantastico) dà evidentemente uno scossone definitivo al tono drammatico che aveva caratterizzato il capitolo precedente: torna il buon umore e, con esso, la consueta ironia.

 

I dottori e l’ordine del discorso

I medici che la Fata chiama a consulto per il povero Pinocchio sono tre e ognuno farà una diagnosi diversa. Si tratta di medici che appartengono al mondo di mezzo. Sono tre animali: il Corvo, la Civetta e il Grillo-parlante, e tutti e tre dalla vista lunga. E parlano, appunto, da dottori, cioè in modo formale e nello stesso tempo incoerente e illogico. Ognuno fa la propria prudente diagnosi da un lato formalmente ineccepibile e dall’altro caratterizzato da una coerenza logica inutile. Eppure, non dicono tutti la stessa cosa.  
Secondo il Corvo, Pinocchio è morto, ma se per caso non fosse morto c’è da dedurne che sia vivo.
La Civetta lo contraddice perché a suo parere Pinocchio è vivo, ma se però non fosse vivo vorrebbe dire che è morto.
Il Grillo-parlante (che – ricordiamolo – era anch’egli morto per avere ricevuto quella famosa martellata che lo aveva spiaccicato al muro) decide di non pronunciarsi perché gli sembra di conoscere il malato che giace davanti a lui. Non esprime perciò un giudizio medico e lo giudica di nuovo, come già aveva fatto nel capitolo quattro, in modo pedante.
Quel burattino lì, - seguitò a dire il Grillo-parlante, è una birba matricolata...
Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito. È un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo.” … Quel burattino l’è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo! ...”
Sono dunque tre medici che non hanno nulla da dire, si tratta di un sapere scientifico che mena il can per l’aia. È una visita medica farsa, ma chi sta intorno a loro non lo sa e non lo comprende.
Senza dubbio un cambiamento c’è stato. La volta precedente a quelle parole Pinocchio aveva reagito tirando al Grillo-parlante un martello. Ora a risentire quasi le stesse parole Pinocchio reagisce con un pianto silenzioso nascosto sotto le lenzuola. Ci rendiamo così conto che Pinocchio è cambiato, il Grillo no. Sono personaggi fittizi. Pinocchio rimane l’unico personaggio del capitolo che con quel suo pianto parta il fardello dell’umanità. 

 


Spunti e proposte di lavoro

Personaggi: Fata, Civetta, Corvo, Falco, Grillo-parlante, Medoro (Can-barbone)
Setting: Camera da letto della bambina dai capelli turchini
Le parole chiave: camera, letto, medico, pianto

 

Il capitolo è organizzato in due parti: il primo riguarda le operazioni di salvataggio di Pinocchio condito di diversi richiami alle fiabe della tradizione popolare; il secondo riguarda il mondo della medicina e della presa in carico di Pinocchio.
Fra i molti spunti per le attività didattiche di questo capitolo ci limitiamo a suggerire tre principali filoni tematici.

 

Il mondo incantato

Anche se è comparsa già nel precedente capitolo in una forma senza dubbio inquietante è qui che si delinea il ruolo magico della Fata dai capelli turchini. Tutti i personaggi che abbiamo incontrato fino ad ora sono figure, per così dire, umane nel senso che sono prive di poteri speciali. Non li ha maestro Ciliegia, non li ha Geppetto e non li ha Mangiafuoco. Non li ha nemmeno la stessa fata che si manifesta tragicamente nell’impotenza della morte. Nemmeno il “mondo di mezzo” rappresentato dagli animali ha dei poteri speciali: il Grillo-parlante ha il dono della parola ma non ha la capacità di fare miracoli e la sua saggezza saccente è con evidenza destinata all’insuccesso. Va per altro ancora una volta ricordato che lo stesso Pinocchio – che è di legno e perciò un vegetale - fa parte di quel “mondo di mezzo” che ha comportamenti umani ma che non è umano.
La Fata ha più di tutti gli altri personaggi del racconto le carte in regola appartenere al mondo della fiaba: ha il potere di trasformarsi (prima si era presentata come bambina, ora si presenta come una persona che prende decisioni come fanno le persone grandi), abita in quella sua casa nel bosco da più di mille anni; gli animali sono alle sue dipendenze e li comanda con un semplice battito delle mani e così via. Anche il paesaggio è quello tipico della fiaba (la casa nel bosco, così come lo sono i comportamenti dei personaggi-animali (il falco che scioglie i nodi, il cane che guida la carrozza, i topini al posto dei cavalli, ecc.).
Sul piano delle attività da svolgere in aula le fiabe offrono una molteplicità inesauribile di spunti. I bambini già conoscono alcune fiabe fra quelle più note e l’insegnante potrà leggerne o raccontarne altre. Si potrà poi procedere con una serie di riflessioni in merito alle caratteristiche e alle costanti presenti nei racconti di Fate:

  • Chi è una fata? Una strega? Un orco? …
  • Che cosa può fare? Quali sono i suoi poteri? Come li manifesta?
  • Dove abita? Quali sono i luoghi di vita dominanti?
  • Come immagini la fata, la strega, l’orco, …?
  • Che cosa ti piace? Che cosa non ti piace? …
  • Quali fiabe conosci che hanno come protagonisti una fata, una strega, un orco, ecc.?
  •  

Il dottore e la cura

I bambini sanno chi è il medico e che cosa fa, sanno che ha a che fare con il corpo e con le malattie del corpo, con il dolore e la sofferenza. Sanno anche che la funzione del dottore è quello di trovare dei rimedi al male e di riportare il malato in una condizione di salute. Sanno anche che cosa sono le medicine e hanno idea dei tempi di cura per la ripresa della salute piena. Il medico ha a che fare con la preoccupazione e l’ansia dei genitori. Sanno anche che cos’è l’ambulatorio medico, l’ospedale, la farmacia, l’autoambulanza. Dietro alla medicina e al medico si nasconde un mondo complesso che il bambino intuisce ma che conosce in modo vago e a frammenti.

  • Che cosa sanno i bambini della malattia?
    Della medicina?
    Del medico?
    Della cura?
    Della guarigione?
    Dell’ospedale?
  • Quali sono le loro (eventuali) esperienze e i loro vissuti?
  • È capitato a qualcuno di loro di frequentare per qualche motivo un luogo della salute?
    Che cosa ha visto e sentito?
    Che impressioni ha avuto?
    Che cosa ha vissuto? 

 

Il pianto

Il capitolo riporta un dettaglio che merita attenzione. Racconta che Pinocchio, al sentire i resoconti dei dottori ha una reazione che merita di essere richiamata: “Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto”. Il fremito convulso si trasforma poi in un pianto sconsolato e silenzioso: “A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorché sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio”.
Pinocchio aveva pianto solamente un’altra volta prima di questo episodio e lo aveva fatto per un motivo molto diverso, quando si è accorto che aveva i piedi bruciati e per convincere Geppetto a rifarglieli. In quel caso si trattava di un pianto, per così dire, strumentale, finalizzato ad ottenere un risultato. Ora assistiamo ad un pianto diverso, fatto di singhiozzi silenziosi e sotto le lenzuola. Pinocchio questa volta piange da solo, piange per sé, piange perché la misura è colma. Dietro quel pianto c’è qualcosa di nuovo, c’è una consapevolezza e una percezione di sé che prima non c’era.
Anche il pianto dei bambini non è mai lo stesso: piangono per il dolore fisico o per la frustrazione, per rabbia o per dolore, rumorosamente o in silenzio. Non solo piangono per motivi diversi ma il loro stesso pianto è evolutivo, cambia con la maturazione e la consapevolezza di sé.
Parlare insieme del pianto significa raccogliersi insieme per raccontarsi la propria anima:

  • Che cosa significa essere tristi?
    Quando si è tristi?
    Che cosa ti rende triste?
  • Perché ti accade di piangere?
    Quali sono le occasioni in cui piangi?
    Quali sono le cose che ti fanno piangere?
  • Piangi sempre nello stesso modo o a volte in un modo diverso?
    Perché?
  • Anche gli adulti piangono?
    Secondo te perché piangono?
    E quando lo fanno?
  • Che cosa bisogna fare secondo te, perché le persone non piangano?
  • Le esperienze “sociali” connesse al pianto: dove hai visto piangere?
    Quali sono le circostanze in cui si piange?
  • Il pianto al cinema, alla televisione, nell’arte, …

Privacy e cookies

© Accademia Naven 2026
info@accademianaven.org
Accademia Naven srl, Piazza Venezia n. 6
38122 Trento. P. Iva 02708610221