Geppetto torna a casa, rifà i piedi al burattino e gli dà la colazione che il poverino aveva portato con sé.
Il capitolo è interamente ambientato nella povera casa di Geppetto (già descritta precedentemente ma qui veniamo a sapere che Geppetto aveva anche un gatto) ed è organizzato in due scene: la prima racconta del ritorno (dalla prigione) a casa di Geppetto che tuttavia non riesce a farsi aprire la porta da Pinocchio, il quale a sua volta si sveglia e scopre con sorpresa di avere le gambe bruciate; la seconda è la famosa scena delle pere che inizialmente Pinocchio vuole sbucciate per poi mangiarsi anche le bucce e il torsolo.
Pinocchio se la dorme di un sonno ristoratore dopo la sua prima e difficile giornata di vita e di fame e non è ancora consapevole di essersi bruciato i piedi. Ha il sonno pesante di chi ha passato, come di lì a poco dirà,
“una nottata d’inferno che mi ricorderò fin che campo.”
Anche quella di Geppetto è stata una nottata d’inferno perché ha dovuto passarla in gattabuia a causa delle monellerie di Pinocchio ma anche di un carabiniere che non va molto per il sottile nello svolgere il suo lavoro e che ha deciso di infliggere una punizione in modo sommario e casuale senza avere la “sottigliezza” di distinguere fra innocente e colpevole.
Geppetto questa volta fa la voce grossa e intende affermare in modo determinato il suo ruolo di genitore. Non è più disponibile a lasciarsi sorprendere dalle monellerie del burattino ed è deciso a cambiare rotta. Si comporta come la persona che si rende conto che le cose gli siano sfuggite di mano e che intende riprendere con maggiore determinazione e realismo la situazione in mano. È evidente che le emozioni del giorno prima – quel burattino che esce dalle sue mani in modo assai diverso da come lo aveva immaginato – avevano creato non poco trambusto e la giornata è andata com’era andata: Pinocchio che correva ovunque creando scompiglio come un animale in fuga e lui stesso che finiva in prigione senza sapere bene perché.
Occorre dunque ricominciare da capo prendendo in mano le redini della situazione facendosi valere su un figlio che avrebbe voluto diverso ma che si appresta a prenderlo così com’è. È un passaggio importante. Il suo perentorio “Aprimi!” è un segno palese della nuova strada genitoriale che Geppetto intende intraprendere, che è quella insieme dell’educazione e del controllo, della benevolenza e della sorveglianza, dell’affetto e della giusta distanza.
È evidente che Geppetto fa come può: come avviene per tutti i genitori, non è nato genitore e scopre di dover improvvisare, di fare il meglio che può comportandosi da adulto responsabile e senza avere tuttavia la certezza di fare sempre le scelte giuste. L’esperienza del giorno prima lo ha reso consapevole che nell’esercitare il mestiere di genitore le cose non sono mai bianche o nere e bisogna mettere da parte il figlio desiderato e immaginato. Fare il genitore vuol dire decidere le cose momento per momento fra fermezza e amorevolezza, decisione e flessibilità, attesa e speranza.
Tutto cambia però quando si rende conto che qualcosa di grave è successo:
“Da principio voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì intenerirsi; e presolo per il collo prese a baciarlo e a fargli mille carezze …”.
È uno dei rari momenti di prossimità affettiva dell’intero romanzo. Geppetto si dimostra essere l’unico che ama veramente Pinocchio e che, pur a modo suo, si interessa incessantemente e senza riserve a lui. Nel mondo di Pinocchio non c’è spazio per la tenerezza: anzi, come già sappiamo e come continueremo a vedere, si tratta di un mondo nel quale non c’è posto per l’infanzia, è un mondo nel quale l’infanzia non è amata e non è nemmeno tollerata. Questo è uno dei pochi casi di un rapporto genitoriale di prossimità affettiva e di tenerezza. Gli affetti che si manifesteranno in seguito non saranno mai di questa intensità quale sa vivere (e soffrire) Geppetto. Nemmeno la Fatina saprà dimostrare quella prossimità emotiva che invece Geppetto sa senza riserve manifestare.
Il corpo meccanico e la meccanica del corpo
Pinocchio si sveglia perché sente bussare alla porta. Sentendo la voce del padre
“… schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il paletto; ma invece dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento”.
Si è bruciato i piedi mentre dormiva senza accorgersene e solamente quando ha provato a mettersi in piedi per andare ad aprire la porta si è reso conto che gli mancavano i piedi. Non riusciva a reggersi e poteva spostarsi solamente strisciando sulle ginocchia. È il primo grave incidente che gli accade e non sarà l’unico. Non sarà nemmeno l’unico infortunio che compromette l’integrità del corpo: in seguito gli capiterà di venire impiccato ed anche di essere trasformato in un asino. Il suo è un corpo diverso ma è proprio questa diversità che lo salva. Pinocchio è un vegetale e questo è un vantaggio, come avviene per le piante può sopportare una mutilazione che, proprio come avviene nel caso dei rami o delle radici degli alberi, entro certi limiti ha la possibilità di rigenerarsi (anche se nel nostro caso il ripristino non avverrà per un processo di ricostruzione naturale ma attraverso le mani sapienti di Geppetto).
Pinocchio è una marionetta, il suo corpo è meccanico, è fatto di incastri e giunture, è il frutto di un assemblaggio. Collodi conosce le macchine complesse della prima rivoluzione industriale, le macchine-corpo – spesso mastodontiche – che si sostituiscono alle azioni dell’uomo ed hanno una capacità produttiva superiore con minori costi. Anche il mostro portato in vita dal dottor Frankestein (il famoso romanzo di Shelley è del 1818) non è altro che un assemblaggio meccanico del corpo umano. Il Pinocchio di Collodi appare quasi essere una parodia del progresso tecnologico e meccanico che sarà poi decantato e celebrato da Gabriele D’Annunzio e immortalato dalle arti visive d’avanguardia, in primis dal padre del Futurismo italiano Filippo Tommaso Marinetti, e che vedrà ulteriori sviluppi nel dadaismo e nel surrealismo.
Il corpo meccanico richiama anche il corpo dell’operaio (ne troveremo più avanti un accenno nel ventiquattresimo capitolo dedicato alle Api industriose) oggetto delle preoccupazioni di Carl Marx e dell’interesse degli economisti dell’Ottocento e riprese poi, qualche decennio dopo, dalle riflessioni di Antonio Gramsci. Pinocchio è una creatura robotica, è un corpo meccanico che si assembla, è un automa che richiama da vicino la civiltà industriale europea del secondo Ottocento.
Nello stesso tempo, Pinocchio è anche una caricatura, un fumetto. Presto ci saranno altre trasformazioni che interesseranno soprattutto il naso che diventerà capace di allungarsi a dismisura, ma anche la bocca che risulterà del tutto impossibile da aprire.
Pur tuttavia il corpo meccanico di Pinocchio non assomiglia a una macchina industriale di produzione; ne rappresenterà invece l’opposto perché Pinocchio è una macchina artificiale che non vuole lavorare e soprattutto non vuole lavorare a catena. È un oggetto del teatro e per il teatro.
Intermezzo
Un po’ come avveniva in molte rappresentazioni di opere teatrali della fine del Settecento e lungo il corso di quasi tutto l’Ottocento, in cui fra un atto e l’altro veniva rappresentata una farsa comica per intrattenere gli spettatori mentre il cast tecnico provvedeva al cambio delle scene, Collodi ci offre uno splendido intermezzo, una sorta di intrattenimento per il suo pubblico. Poteva accadere che lo schema si ripetesse anche nella commedia dell’arte, pratica che veniva ripresa anche nelle rappresentazioni più popolari. Era il discorso di intrattenimento delle maschere (Arlecchino, Pantalone, Brighella, Balanzone, ecc.) che poteva avere più o meno attinenza con il filo della narrazione principale.
Ci riferiamo al discorso confuso di Pinocchio che racconta a modo suo ciò che gli era accaduto mentre il padre era assente: un resoconto sconnesso, disordinato, caotico, divertente e spassoso, ma nello stesso tempo di lucida confusione espositiva e di illogica coerenza come a volte i bambini sanno magnificamente fare. È ovvio che spiegazioni di Pinocchio risultino del tutto incomprensibili per Geppetto mentre appaiono chiare al lettore, così come avveniva nella commedia dell’arte quando un certo comportamento o evento risultava oscuro al personaggio interlocutore che stava sulla scena ma che era chiarissimo per lo spettatore.
Si tratta di un vero e proprio espediente letterario che Collodi utilizza per catturare l’attenzione del lettore. Per quanto il discorso di Pinocchio sia incoerente sul piano espositivo, rimane tuttavia un topos narrativo fondamentale perché fa il punto della situazione che porta alla soluzione di un momento di stallo (i piedi bruciati) e apre ad un nuovo fronte narrativo (la ricostruzione dei piedi che sarà raccontata nel successivo capitolo).
Pinocchio e le tre pere
Si tratta del famoso episodio in cui Pinocchio prima chiede al padre di sbucciargli le pere e poi, per fame, si mangerà anche le bucce e il torsolo. E si tratta evidentemente della facile morale secondo la quale è bene mangiare senza essere troppo schizzinosi. Collodi era consapevole che il suo testo era rivolto ai figli della borghesia (e lo era per il semplice fatto che i poveri non avevano i soldi per comprarsi il giornale nel quale gli episodi erano pubblicati ed anche perché non sapevano leggere). Come dire: voi vi fate sbucciare le pere ma i bambini che hanno fame si mangiano anche le bucce. Ci sono insomma due infanzie, e Collodi racconta l’altra infanzia, quella non borghese, quella più povera e più sofferente.
Il tema della fame era già comparso nel capitolo precedente, quando Pinocchio andava cercandosi qualcosa da mettere sotto i denti e l’unica cosa che si è guadagnata è stata una secchiata d’acqua fredda sulla testa. Il tema della fame profonda del popolo accompagna l’intero libro del Collodi. Mangiafuoco e il suo mitico montone arrosto, oppure il Gatto e la Volpe con quel loro luculliano pranzo che verrà consumato all’Osteria del Gambero Rosso rappresentano il segno di come la fame fosse di casa fra la gente più povera. La stessa cosa varrà poi per i panini imburrati di sopra e di sotto della fatina, o anche il pesce che il pescatore di giorno in giorno riesce a pescare.
Quello che ci descrive Collodi è un luogo in cui la fame fa da paesaggio costante, è il destino amaro di un popolo, come suggerisce Asor Rosa (Asor Rosa 1988), destinato a fare costantemente i conti con la fame.
Ma si può ironizzare anche sulla fame. L’episodio ci descrive un Pinocchio capriccioso e un Geppetto paziente, un bambino impulsivo e bizzoso e un padre calmo e mansueto. Dietro la buccia delle pere, con linguaggio irriverente e ironico, Collodi ricorda la tipica morale semplice dei poveri che impone che i bambini non devono essere troppo nei confronti di qualsiasi cibo e devono sempre fare buon viso adattandosi di buon grado alle situazioni.
Ma non si tratta solo di questo. Dietro l’evidente ironia si nasconde il panorama di un'Italia disastrata ed oppressa da gravissimi problemi (la miseria e la fame, le malattie e la mortalità, la mancanza di lavoro e la difficilissima condizione del popolo) e pur tuttavia in un contesto nel quale si vuole affrontare con impegno e dignità il compito di migliorare le condizioni e di educare la giovane nazione rappresentato da uno stato nato di recente dall’unificazione dei territori italiani sotto un’unica bandiera. Se l’Italia era fatta, molto c’era ancora da fare.
Il processo di unificazione nazionale richiedeva la collaborazione di tutti: da qui una rinnovata attenzione nei confronti del popolo. Il progresso non può fare a meno del popolo e la plebe non può essere civile se non ha le condizioni di sostentamento.
Con disincanto ironico, Collodi evidenzia un’Italia “bambina”, distante da una cultura e da una prospettiva europea, inevitabilmente concentrata sui problemi interni e sulle esigenze immediate: il patriottismo risorgimentale che aveva unificato l’Italia aveva arricchito una certa ristretta borghesia ma non aveva certamente sconfitto la povertà e non aveva migliorato le condizioni di vita del resto della popolazione.
Serviva urgentemente fornire al popolo pane e scuola. Il pane continuava tuttavia a mancare e anche la scuola, con quella sua retorica e con quella sua prosopopea che insegnava ai poveri la dignità di rimanere poveri, non aveva quella funzione formativa delle nuove generazioni che pretendeva di avere.
Spunti e proposte di lavoro
L’integrità del corpo
Pinocchio si sveglia d’improvviso perché sente bussare alla porta e solo nel momento in cui cerca di andare ad aprire si accorge di non avere più i piedi. Invito ai bambini a riflettere su questa parte del corpo.
Il fuoco
Molti bambini manifestano un grande interesse per il fuoco e tale curiosità fa parte del normale processo evolutivo. Hanno conseguentemente curiosità per gli accendini o i fiammiferi. Ne hanno però anche paura e qualcuno ha fatto esperienze di scottatura a proprie spese.
L’abbraccio
Geppetto è irritato perché Pinocchio non apre la porta e pensa che sia un’altra delle sue monellerie a cui ormai si sta abituando. Quando però vede Pinocchio in quelle condizioni lo perdona di tutto il trambusto che gli ha creato (per colpa sua è finito addirittura in prigione) lo abbraccia di una tenerezza infinita.
L'episodio delle tre pere
Il famosissimo episodio delle tre pere (che, nonostante la fame, Pinocchio vuole sbucciate per poi mangiare anche la buccia e infine il torsolo) è evidentemente un capriccio. I bambini non fanno i capricci da soli; hanno sempre una funzione comunicativa: per fare i capricci bisogna essere almeno in due. Quello di Pinocchio rappresenta evidentemente una sfida al padre Geppetto, è una sfida alla sua genitorialità.