Pinocchio vende l'Abbecedario per andare a vedere il teatrino dei burattini.
L’ottava puntata si era conclusa con una riparazione del danno subito da Pinocchio (i piedi bruciati nel caldano) e il racconto prosegue con una ripartenza. Si ritorna al via, si ricomincia da capo. Pinocchio ha i suoi bei piedi nuovi appena rifatti, ha il vestito il cappello e, soprattutto, il libro di testo che gli serve per andare a scuola. Tutto ha inizio come dovrebbe essere, in una situazione di normalità e come lo stesso Geppetto aveva sperato. Pinocchio è al suo primo giorno di scuola, è fiducioso e pieno di buoni propositi. E il padre ne è contento.
Sul piano narrativo, dunque, è tutto ricomposto e ci sono le premesse perché tutto fili liscio ma è evidente che se tutto va come deve non c’è trama. Serve il colpo di scena, l’imprevisto, l’impedimento casuale, la sorpresa o l’intrigo che faccia piegare le cose in una maniera diversa e in un’altra direzione rispetto a quella attesa e prevista. È la regola ferrea della narrazione. Quando tutto è normale, quando tutto funziona per il meglio la narrazione – il racconto – ha bisogno di una cesura, una rottura che imprime un’altra direzione al fluire degli eventi, occorre che il flusso narrativo scavalchi un argine e scavi un altro alveo in un’altra direzione per poter continuare a nutrire la storia. Questa cesura, questo cambio di direzione degli eventi, questa distorsione rispetto all’ordine delle cose così come linearmente dovrebbero andare l’“intreccio”.
E con Pinocchio Collodi ha mano facile: già sappiamo bene che basta una semplice piccola distrazione per distoglierlo e far girare le cose diversamente da come si era ripromesso. E basta poco.
Sente in lontananza il suono dei pifferi e della grancassa e non sa resistere. Un richiamo suadente e irresistibile che cancella d’un colpo tutti i buoni propositi e la promessa di fare bene le cose. La musica – quella musica semplice e popolare che sa trascinare i semplici – è un imprevisto che spazza via in un colpo solo i pensieri che Pinocchio aveva meditato solo un momento prima.
È una musica che si muove e che fa muovere: la musica porta Pinocchio dritto dritto presso il "Gran teatro dei burattini", che gli appare meraviglioso e verso cui prova un’attrazione irresistibile. Ma non ha i soldi per pagarsi il biglietto d’entrata e si trova perciò a vendere l'Abbecedario. Inizialmente aveva tentato di chiedere dei soldi in prestito a un ragazzo che ha incontrato per strada, ma la richiesta non viene accolta. Cerca di vendere la sua giacchetta ma nessuno è disposto a comprarla. Ma lo sente un rivenditore di stracci che si trova nelle vicinanze e il baratto è fatto.
Fantasia e realtà
Come già abbiamo visto negli altri, anche il presente capitolo è articolato in due parti. La prima è incentrata sui pensieri di Pinocchio che immagina di andare a scuola e di imparare in fretta per potere ricompensare il povero babbo capace di sacrifici così importanti. Collodi ci avvisa però che si tratta di
“… mille castelli in aria, uno più bello dell’altro.”
In quanto a buoni propositi Pinocchio è indubbiamente un campione. Il suo fantasticare è pieno di buoni intendimento, ma fin dalle prime battute il lettore comprende bene che quello di Pinocchio è un discorso illusorio a cui nessuno può credere perché, come si vedrà a breve basterà il pi-pi-pi di un piffero per distrarlo e per cancellare in un colpo solo tutti i pensieri nobili e generosi che fino a un attimo prima gli erano passati per la mente. Pinocchio sogna ad occhi aperti, fa buoni propositi che tuttavia un istante dopo dimentica, si lascia prendere dalle sue fantasticherie irrealistiche, ma gli basta un nonnulla per cambiare idea e inseguire un’altra chimera.
Tuttavia, fantasticare è importante, è uno strumento potente per il futuro. Nelle fantasticherie di Pinocchio c’è anche una riflessione sul passato (e sugli errori commessi) e sull’importanza di non commetterli nel futuro (e questo è indipendente da ciò che di lì a breve nei fatti accadrà). La fantasticheria è una commistione fra passato, presente e futuro, fra ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà ed è perciò una funzione importante della mente che riflette su sé e sulla propria vita, sui propri desideri. Anche lo scienziato ha bisogno di fantasticare nel senso di immaginare ciò che non c’è ancora o che è impossibile come passaggio indispensabile per porsi la domanda giusta. In fin dei conti in che cosa consiste la scienza se non nel provare a rispondere alle domande che lo scienziato si pone? E il limite della scienza sta proprio qui: di tutto quello che si potrebbe scoprire, la scienza scopre solamente ciò su cui lo scienziato si interroga, tutto il resto rimane sigillato nel non sapere (ad eccezione delle scoperte casuali, ma in questo caso si tratta per lo più di domande inizialmente poste in modo errato).
In questo senso, la fantasia è un diritto e ogni bambino che fantastica racchiude in sé anche l’anima dello scienziato nella misura in cui ci prova a rappresentare nella propria mente la realtà che non è ancora ma che potrebbe essere in un prossimo futuro.
Se la disobbedienza è una virtù
Collodi gioca con grande maestria il dilemma di Pinocchio: da una parte c’è il dovere, che è quello di andare a scuola e studiare, dall’altro c’è il piacere, l’attrazione della musica, il divertimento e il gioco. Il proposito che Pinocchio ha in mente è essenzialmente quello della riconoscenza: la sua intenzione è quello di studiare per guadagnare in futuro tanti soldi ma il suo scopo non è di diventare ricco ma semplicemente di ripagare il padre dei sacrifici che ha fatto e che sta facendo. L’obiettivo è quello di comprargli poi una casacca nuova, il suo sogno è cioè quello di arrivare ad invertire le parti: dovrà essere lui a sostenere il padre allo stesso modo per cui ora il padre sta sacrificandosi per lui. Cose campate per aria: i bambini anche nelle condizioni più tristi sanno immaginare cose meravigliose.
Il suo intento è essenzialmente affettivo e, in questo senso, in tutto il libro Pinocchio è uno dei pochi personaggi veramente generosi e disinteressati, è l’unico in tutto il romanzo autenticamente altruista in un mondo – qual è quello descritto da Collodi – individualista, egoista, opportunista e profittatore. Anche in questo senso il fantasioso Pinocchio è un diverso, non solo per essere un vegetale (è di legno) ma proprio per il gran cuore che ha.
Le distrazioni sono però troppo forti per quel cuore semplice di Pinocchio. La musica che lo fa deviare verso il teatro dei burattini è per lui irresistibile. Il principio del piacere prevale sul principio di realtà. Nonostante i buoni propositi assistiamo alla totale assenza di conflitto interiore di Pinocchio che semplicemente rimuove all’istante i buoni pensieri e le buone intenzioni totalmente catturato dalle lusinghe di quei suoni.
Quella di Pinocchio non è noncuranza, Pinocchio non è un voltagabbana calcolatore che fa le cose per convenienza. Sono semplicemente sogni ad occhi aperti, è l’irresponsabilità dell’infanzia. Si tratta infatti di una irresponsabilità positiva, non colpevole. Pinocchio – così come l’infanzia in generale – ha diritto alla “non responsabilità”. Ciò che a noi oggi appare ovvio non lo era alla seconda metà del diciannovesimo secolo. Se andiamo a vedere la letteratura pedagogica del tempo – da Felice Soave a Alessandro Parravicini e a Ida Baccini, senza per altro escludere lo stesso Carlo Lorenzini con il suo “Giannettino” e a seguire Edmondo De Amicis – è tutto un viluppo di discorsi sui doveri del bravo bambino e del bravo ragazzo, obbediente a casa e a scuola, a riconoscersi nei doveri di bravo scolaro e di futuro bravo cittadino sottomesso secondo la lezione pedagogica post-rinascimentale.
Lo strappo di Pinocchio è qualcosa di più di un semplice colpo di testa o di una bambinata: è una messa in discussione – benché sottotraccia – della pedagogia del tempo che voleva un bambino essenzialmente dipendente, che doveva imparare a leggere, scrivere e fare di conto ma non assecondare i propri desideri, non mettersi alla prova, non avere il tempo per sbagliare e correggersi (su questo punto ci vorrà Maria Montessori a correggere il tiro). Per bambino post-risorgimentale del mondo rurale povero o delle altrettanto povere periferie delle città era prevista un’istruzione che doveva anche essere una sottomissione.
Pinocchio va incontro al suo desiderio e segue il suo istinto e il lettore di ieri come di oggi è totalmente con lui. In questo senso, il libro di Lorenzini – che non a caso si firma con uno pseudonimo – è un atto di accusa nei confronti della pedagogia del tempo.
L’abbecedario
Senza dubbio quello di “abbecedario” è un termine dissueto: merita tuttavia ugualmente una riflessione. Fino a poco tempo fa si utilizzava il termine sussidiario, mentre ora si preferisce parlare di libro di testo. Sono tre termini che hanno un significato comune e che rimandano tuttavia a concezioni diverse.
Il termine “abbecedario” rimanda letteralmente all’a, b, c, ossia all’avvio elementare dei saperi. Si dice, a proposito dell’apprendimento della scrittura, che occorre cominciare dalla conoscenza delle lettere dall’alfabeto, di conseguenza l’abbecedario è l’avvio (l’a, b, c) dei saperi. È il primo strumento, elementare, che serve per cominciare. Il “sussidiario” rimanda all’idea di supporto (o, appunto, sussidio) inteso come sostegno ai processi dell’apprendimento a scuola. Il “libro di testo” fa riferimento al libro (o a più libri) che tutti gli alunni di una classe devono avere in comune e che l’insegnante utilizzerà per gli apprendimenti in classe: è un punto di riferimento costante per tutto l’anno scolastico, è la guida culturale fondamentale per i bambini di una classe per un certo periodo.
Ai tempi di Collodi – nella seconda metà del secolo XIX – il sussidiario era l’unico libro che la stragrande maggioranza dei bambini aveva a disposizione. Vigeva un analfabetismo altissimo – soprattutto nelle campagne – e non c’erano libri nelle case e frequentissimamente i libri di scuola erano gli unici che una famiglia aveva in casa. Erano perciò, anche, qualcosa di molto prezioso, anche se il nostro Pinocchio se ne sbarazza con insipiente disinvoltura. Pinocchio, barattando il libro (che ha il potere di permanere) per uno spettacolo di burattini (che svanisce non appena finisce lo spettacolo) compie un’azione che all’epoca costituiva una trasgressione di insipiente leggerezza perché barattava qualcosa di fondamentale con qualcosa di assai aleatorio e futile.
Ora i libri spesso sono sovrabbondanti e nello stesso tempo inutilizzati. Sono sovrabbondanti perché in ogni casa ce ne sono molti, spesso collocati in uno scaffale e non letti. Inutilizzati nel senso che oggi gli strumenti visual (lo smartphone, il tablet, il computer, il televisore, ecc.) per la loro maggiore velocità, flessibilità e facilità di reperimento delle informazioni tendono a sostituire il libro. Sul libro ci si può però soffermare, si possono ripensare le cose lette; con le tecnologie visual tutto è più veloce, rapido e fugace: sono più immediate e facili ma scivolano subito via, corrono il rischio di non lasciare traccia.
Il riscatto
Geppetto non ha nulla, eppure arriva a vendere l’unica giacca che possiede per permettere al figlio di andare a scuola. Collodi colloca Geppetto nelle coordinate sociali del suo tempo, in quell’Italia ottocentesca povera che concepiva l’educazione e l’istruzione in termini di riscatto da una condizione subalterna. Collodi scrive il suo romanzo in un periodo nel quale la nuova Italia unita avvertiva la necessità di combattere l’analfabetismo come male endemico in quegli anni enormemente diffuso. Era il periodo nel quale il nuovo giovane stato cercava di risolvere il grave problema con la diffusione massiccia delle scuole elementari (anche se con non pochi “buchi” geografici) e arrivava a compiere le prime azioni nella direzione di un sistema scolastico nazionale unico anche attraverso la promulgazione di programmi unitari. L’Abbecedario di Pinocchio, inteso come libro unico e uguale per tutti ne costituisce un segno evidente. La necessità di quegli anni era per altro anche quella di promuovere una lingua comune: ricordiamo che in quel periodo per secoli avevano prevalso lingue differenti (benché in certa misura somiglianti in quanto derivate da un unico ceppo) che saranno poi bollate come dialetti. La discussione in merito non sarà priva di contrasti per arrivare alla decisione – in una commissione ministeriale in cui Alessandro Manzoni si imporrà con tutto il suo peso, e senza dimenticare che della commissione faceva parte anche lo stesso Collodi – che la lingua italiana è e deve essere una sola e che deve coincidere con il toscano di Firenze.
Il progetto funzionerà in parte: si faranno solamente pochi passi e l’analfabetismo rimarrà ancora per lungo tempo un problema ampiamente diffuso. Anche i dialetti rimarranno largamente e la stessa lingua toscana finirà per infarcirsi di forme dialettali, con il risultato della emersione di un nuovo ibrido che porterà lentamente ad una lingua in parte nuova.
Le contraddizioni sociali di cui Geppetto con la sua preoccupazione di mandare il figlio a scuola fa da testimone costituisce un segnale ben presente nella seconda metà dell’Ottocento che sarà poi il leitmotiv di fondo della concezione gramsciana secondo cui la società è divisa in classi ed esiste da un lato una classe una classe egemone (la borghesia capitalista) e dall’altro una classe subalterna (le masse). La classe egemone tende a perpetuare sé stessa e il «popolo» risulta sostanzialmente «colonizzato» dai poteri forti rappresentati dalla classe egemone. Antonio Gramsci arriverà alla conclusione che si potrà arrivare a una maggiore giustizia sociale attraverso la filosofia della praxis, ossia attraverso una serie di azioni mirate a riequilibrare la situazione attraverso la lotta di classe, di cui formazione scolastica caratterizzata da una scuola di base unitaria rappresenta un presupposto fondamentale, come punto di partenza di superamento (emancipazione) della mentalità subalterna.
Anche i buoni propositi di Pinocchio – benché subito disattesi – con cui si apre il capitolo si muovono nella direzione di un sapere pratico e concreto:
“Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani poi imparerò a scrivere e domani l’altro imparerò a fare i numeri”.
Pinocchio si esprime secondo la concezione popolare del sapere (che presuppone le capacità, come punto di partenza del saper leggere, scrivere e far di conto) a cui Gramsci, in seguito, attribuirà un’importanza del tutto nuova quando affermerà l’importanza dei «saperi» del popolo che devono essere valorizzati perché sono i saperi legati alle persone, alla terra, alla concretezza delle cose. Da qui anche – lo diciamo per inciso – la grande valorizzazione della letteratura popolare, del folklore e della stessa letteratura per l’infanzia.
Il valore delle cose
Quello di Pinocchio appare un mondo primitivo incentrato sulla povertà e sulla semplicità dei mezzi a disposizione: la bottega di maestro Ciliegia – ed anche quella di Geppetto – è totalmente priva di tecnologia: gli strumenti presenti sono un’ascia e una pialla; la casa di Geppetto ha un tavolo e un camino dipinto; il vestito di Pinocchio è di carta e il cappello di Pinocchio è di mollica di pane. A questo paesaggio arcaico si aggiunge qui la forma più primitiva e semplice degli scambi economici: il baratto.
Pinocchio non conosce il significato della moneta, sa solo che è un mezzo per ottenere qualcosa (nel nostro caso il biglietto per entrare in teatro) ma non sa attribuirle un valore. Non lo saprà nemmeno in seguito quando riceverà da Mangiafuoco quegli zecchini che terrà tenacemente in bocca.
Il valore non sta nella moneta ricevuta, così come non sta nella perdita dell’Abbecedario (l’autore sottolinea per due volte che si tratta di “quattro soldi”, cioè di un valore imprecisato ma senza dubbio di scarsa entità). Il valore risiede nel desiderio, nel piacere di assistere allo spettacolo.
L’ambiente
Ancora due semplici annotazioni.
La prima è che il capitolo inizia il racconto informandoci che aveva appena smesso di nevicare, evidenziando così il contrasto fra il freddo della giornata e la scelta generosa di Geppetto di avere venduto l’unica giacca che aveva per comprare il libro al figlio. Giorgio Manganelli (2022) evidenzia una strana contraddizione: nel capitolo precedente il racconto parte da una “nottata d’inferno”, mentre potrebbe trattarsi di un refuso, perché la nevicata qui annunciata fa pensare a una “nottata d’inverno”. La cosa non è indifferente perché nel primo caso fa pensare a una stagione non fredda, mentre qui si fa esplicito riferimento all’inverno.
La seconda riguarda una notizia la collocazione geografica del mondo immaginario di Pinocchio. Sappiamo che vive in un ambiente rurale caratterizzato dalla miseria: qui si aggiunge, quasi di sotterfugio, che ci si ritrova in prossimità del mare:
“… Quei suoni venivano di fondo a una lunghissima strada traversa, che conduceva a un piccolo paesello fabbricato sulla spiaggia del mare”.
Si tratta di un semplice accenno sul quale l’autore vi tornerà molto più avanti quando Pinocchio per raggiungere il mare dovrà salire sulla groppa del colombo per poterlo raggiungere perché è lontano.
Spunti e propostei di lavoro
Personaggi: Pinocchio, Geppetto, Ragazzo, Rivenditori di panni usati
Setting: la casa di Geppetto, il paese
Le parole chiave:
promessa, musica, teatro, libro, scambio
L’impegno
Il capitolo si apre con i buoni propositi di Pinocchio che promette di andare a scuola e di imparare per soddisfare il desiderio del padre. Il racconto poi s’impernia sostanzialmente sull’incapacità di Pinocchio di mantenere la promessa. Il richiamo ai vissuti personali:
Il teatro dei burattini
Il teatro dei burattini è facilmente realizzabile anche a scuola. Può essere di dimensioni diverse: può ad esempio essere grande (in questo caso potrebbe essere costruito ad esempio con l’aiuto dei nonni), oppure anche relativamente piccolo (può bastare ad esempio una scatola da scarpe). Il supporto rappresenta però solamente il punto di partenza.
I bambini amano realizzare i burattini, disegnati e incollati sul cartoncino da ritagliare, con la plastilina, con la cartapesta, ecc. Il primo sarà inevitabilmente Pinocchio ma serviranno anche gli altri personaggi con cui interagire e in questo senso senza dubbio Geppetto è una delle figure più importanti.
Serve anche uno sfondo che rappresenti l’ambiente nel quale una certa azione si svolge. Serve anche un copione (inventato sul momento, oppure costruito lentamente da un lavoro in piccolo gruppo) che è difficile realizzare se non si ha l’idea di qualcosa da raccontare.
Il kamishibai è un esempio importante di costruzione e realizzazione di strutture narrative. Sarà soprattutto l’adulto che guida il lavoro di designazione dei personaggi, di definizione di un ambiente (il fondale) e della delineazione di una trama. La costruzione – possibilmente nel lavoro di piccolo gruppo – di strutture narrative in cui è presente una successione di eventi, in cui compare un imprevisto che dà una svolta all’azione costituisce un primo e importante passo per accompagnare i bambini alla costruzione interiore di strutture narrative.