Accademia Naven
Crescere con Pinocchio
Le avventure di Pinocchio: capitolo 11

 

Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende dalla morte il suo amico Arlecchino.

Spesso nei capitoli che abbiamo letto finora il racconto iniziava con una situazione tranquilla ma poi, a causa di una circostanza che si presenta o per un certo comportamento di qualcuno, le cose precipitano. Qui abbiamo una condizione rovesciata: il punto di partenza è decisamente drammatico (il nostro protagonista è destinato a trasformarsi in legna da ardere) ma poi Pinocchio riesce a tirare fuori da sé inaspettate risorse che lo portano non solo alla propria salvezza ma anche a quella di Arlecchino e di tutta la compagnia dei burattini.

 

La saggezza e l’astuzia

Pinocchio sfugge dunque ancora una volta alla morte e nella sua breve vita è già la terza volta che compare il fuoco. Ora si trovava nelle mani di Mangiafuoco (il nome è un programma) che lo vuole infilare nella stufa accesa. È un destino crudele quello di Pinocchio che vive in un mondo nel quale l’infanzia non è amata e non è accolta.
È Pinocchio, il diverso, l’ingenuo il disobbediente e l’indisciplinato che tuttavia con astuzia sottile salva la situazione. Quella di Pinocchio è una vita rischiosa: ancora una volta viene a trovarsi in situazioni difficili. Il suo destino è quello di confidare esclusivamente di sé stesso e in questa circostanza se la cava, ha buon senso e anche una certa dose di astuzia. Non usa gli apprendimenti della scuola (che non ha ancora frequentato) ma quelli dell’esperienza della strada.
Il capitolo racconta di una doppia salvezza. La prima è involontaria, ingenua e dovuta alla sua disarmante impotenza, la seconda avviene con l’impiego di quell’astuzia tutta popolare che il lettore del tempo conosceva molto bene: poiché non è possibile combattere i potenti occorre gabbarli con l’astuzia. È una cosa che anche i bambini sanno bene: se non puoi sopraffare gli adulti con la forza puoi però vincerli con la seduzione.
Collodi una decina d’anni prima che si accingesse a scrivere il suo Pinocchio aveva tradotto dal francese le fiabe di Perrault e conosceva molto bene i meccanismi della fiaba. Nelle fiabe popolari i protagonisti sono quasi sempre i bambini e gli adulti rimangono spesso sullo sfondo. Sono i bambini che, con l’ausilio di quella figura che Propp aveva identificato nell’aiutante magico, trovano le soluzioni a quei problemi che gli adulti non sempre dimostrano di non essere in grado di risolvere. Il bambino è fragile e nulla può fare per vincere la forza dell’adulto, può utilizzare però la sua forza interiore che è la sua intelligenza fresca, la sua capacità di guardare le cose in modo differente, l’azzardo di battere strade alternative o insolite, la velocità nel trovare soluzioni che gli adulti fanno più fatica a trovare e in questo modo i campi di forza finiscono per bilanciarsi. Qui Collodi usa gli ingredienti della fiaba senza tuttavia avvalersi dell’aiuto di figure esterne (l’aiutante magico) e facendo in modo che Pinocchio trovi direttamente all’interno di sé le risorse per cavarsela senza la necessità di un intervento esterno.
Ritorniamo dunque a ripetere quanto già abbiamo già affermato altrove: il Pinocchio di Collodi non è una fiaba, è un romanzo che ne utilizza il linguaggio del popolo e alcuni ingredienti.

 

I saperi della vita

Il capitolo inizia con lo spaventoso burattinaio che fa mandare a prendere il burattino per destinarlo a ravvivare le braci che servono a finire di cuocere il montone.
Pinocchio
"… che si dibatteva per ogni verso, urlando: Non voglio morire! Non voglio morire …”:
incontriamo qui l’emblema dell’infanzia fragile e impotente e che nulla può fare senza la benevolenza dell’adulto. È infatti quel dimenarsi disperato e impotente che impietosisce Mangiafuoco. Dunque, quell’uomo enorme e spaventoso dalla lunga barba nera non è come sembrava. Nel sesto capitolo Pinocchio aveva incontrato il vecchino gentile che benevolo non era affatto, così come più avanti incontrerà il cordialissimo Omino di burro, mentre qui incontra un uomo spaventevole che però alla fine lo protegge e lo aiuta. Non bisogna, insomma, basarsi solo sulle apparenze: c’è chi ispira fiducia senza meritarla e chi si fa temere senza per questo essere malvagio.
Pinocchio, il fiducioso, il generoso e l’ingenuo, deve fare i conti con una realtà complessa in cui le cose non sono mai bianche o nere. E la necessità aguzza l’ingegno. Utilizza una delle armi più antiche e vincenti che anche l’infanzia impara presto a usare: l’adulazione e la seduzione o, per dirla in altri termini, la coltivazione dell’io dell’altro. Pinocchio gioca di strategia e va a toccare il punto debole di Mangiafuoco: la vanità personale.
Il nostro burattino si sente perduto, grida ripetutamente che non vuole morire e sono queste parole che fanno effetto sull’enorme burattinaio che si rivelerà poi essere un gigante buono. La sua disperazione per la paura di morire bruciato cambia lo stato d’animo di Mangiafuoco dalla voce cavernosa ma dal cuore tenero che si muove a compassione e decide perciò di salvare Pinocchio. Al suo posto sarà Arlecchino ad essere bruciato nella stufa.
Qui si emerge un fatto interessante: quando si trattava della propria sorte Pinocchio non ha un piano e si limita a dibattersi disperatamente; quando però la mala sorte accade ad un altro dimostra con lucidità di sapere mettere a punto un piano di difesa per salvare il compagno.
Pinocchio dimostra di essere già dotato di quella saggezza del buon senso e dell’astuzia che viene dal popolo che, dietro un comportamento dimesso e riverente, sfodera le armi di chi conosce le debolezze dell’animo umano per trarne vantaggio. Si muove con estrema prudenza e si fa umilissimo al fine di sottolineare la distanza fra sé e il suo interlocutore secondo una tattica di passi progressivi volti ad orientare (o, più esattamente, a manipolare) il burattinaio. Ed è una tattica che si dimostra vincente. Tutto ha inizio quando Mangiafuoco ordina ai gendarmi di gettare Arlecchino sul fuoco. Le tappe progressive sono le seguenti:
1)    Si getta ai piedi del burattinaio;
2)    Piange bagnandogli la barba di lacrime;
3)    Chiede pietà chiamandolo “signore”
4)    Chiede pietà chiamandolo “cavaliere”
5)    Chiede pietà chiamandolo “commendatore”
6)    Chiede pietà chiamandolo “eccellenza”.
Il gioco funziona e Arlecchino ottiene la grazia. Pinocchio non è ancora andato a scuola, non ne ha fatto nemmeno un giorno, eppure dimostra di possedere dei saperi della vita che sono quelli di accudire sé e gli altri nel senso di coltivare la propria e l’altrui sopravvivenza. Si tratta di quei saperi che ha dovuto imparare fuori dalla scuola e che sono i saperi profondi della formazione umana. Pinocchio dimostra di percepire la realtà esterna (la psicologia di Mangiafuoco) e sa situare le informazioni che possiede al giusto contesto e sa intercettare quella complessità della realtà che la scuola molto spesso sembra essere incapace di fare.

 

 

Il gioco delle parti

Ogni cosa ritorna al suo posto e il capitolo si conclude come succede nelle fiabe classiche in cui “furono felici e contenti”. Mangiafuoco torna ad essere l’uomo spaventoso descritto all’inizio (anche se ora sappiamo che ha il cuore tenero), Arlecchino ottiene la grazia e riprende il suo lavoro di burattino secondo i comandi del burattinaio e Pinocchio chiude qui la sua esperienza con il teatro. Il teatro dei burattini ritorna nella sua consueta e monotona normalità, i burattini sono di nuovo assoggettati e non c’è alcun rischio di pretesa di autonomia e di ribellione. È ritornata l’obbedienza.
Ancora una volta Collodi ci mette di fronte a un rovesciamento. I burattini del “Gran teatro”, destinati per sempre ad obbedire agli ordini del burattinaio hanno avuto per un momento una loro vita autonoma, hanno avuto propri pensieri e hanno provato emozioni personali solamente quando sono scesi dal palcoscenico e hanno interrotto la loro recitazione meccanica. Scendere dal palcoscenico per entrare nella vita non è certamente stata una passeggiata, Arlecchino ha addirittura rischiato la vita se non fosse stato per quell’intervento adulatore di Pinocchio che ha portato all’emissione della sentenza di grazia.
A sua volta Pinocchio, nella sua qualità di burattino per il quale perciò il teatro avrebbe dovuto essere il suo ambiente di vita, ha avuto un destino diverso: fatto per il palcoscenico non dipende da un burattinaio e si trova invece buttato nella vita degli uomini, con tutte le incertezze e i rischi che questo comporta.

 


Spunti e proposte di lavoro 

  • Personaggi: Arlecchino, Gendarmi (burattini), Mangiafuoco
  • Setting: Interno della carovana di Mangiafuoco
  • Le parole chiave: adulazione, grazia, sternuto, pietà

 

Quando le cose non sono come sembrano

Aprirsi al mondo significa fare esperienze nuove ed anche conoscere persone nuove. La paura di ciò che non si conosce e di chi non si conosce è un meccanismo di difesa che ognuno di noi possiede nei confronti dell’ignoto e di tutto quanto può essere per noi imprevedibile e pericoloso. Una riflessione in comune riguarda il mondo estraneo alla famiglia. Le fiabe sono piene di sconosciuti che spaventano per il loro aspetto terribile. Nel caso di Mangiafuoco Pinocchio si era inizialmente spaventato ma poi lo ha conosciuto via via sempre meglio fino ad affezionarsi:
“… Pinocchio corse subito, e arrampicandosi come uno scoiattolo su per la barba del burattinaio, andò a posargli un bellissimi bacio sulla punta del naso.”
Probabilmente ogni bambino ha provato inizialmente paura per l’estraneo fino a quando non è entrato in confidenza:
-       Perché hai avuto paura?
-       Che cosa ti faceva paura?
-       Come è passata la paura?
-       Che cosa è successo e come sono andate le cose quella volta che non sapevi se avere paura oppure no?
-       Che cosa è successo dopo?

Le attività possono essere molte:
-       Disegnare la paura dell’estraneo;
-       Rappresentare la paura attraverso il gioco dei travestimenti;
-       Rappresentare la paura (e la difesa dalla paura) attraverso il kamishibai;
-       La paura dell’estraneo nelle fiabe e nei racconti.

 

L’aiuto reciproco

Il timore di essere buttato nel fuoco blocca Arlecchino al punto di essere totalmente incapace di agire. È nel panico totale e non sa come fare. Ma arriva Pinocchio in suo aiuto che arriva al punto di dire che è disponibile a sacrificarsi pur di salvare il suo amico-fratello e in questo modo manifesta un cuore generoso e una bontà profonda. Il tema è quello di aiutare gli altri soprattutto quando sono in difficoltà e anche questo può essere un oggetto importante di discussione in gruppo:

  • A ognuno sarà capitato di aiutare un compagno in un momento che era in difficoltà e si potranno condividere le esperienze di ognuno;
  • È importante anche riflettere sulla situazione opposta, ad ognuno sarà cioè capitato di avere ricevuto da un compagno (o un’altra persona) l’aiuto giusto in un momento in cui si trovava in una situazione di difficoltà e di non vedere una via d’uscita;
  • L’argomento ha ricadute importanti anche nella vita quotidiana e pratica in cui con frequenza si presentano situazioni e circostanze in cui praticare l’aiuto reciproco e il mutuo sostegno.

Accade con facilità nella vita quotidiana che i bambini spontaneamente aiutino gli altri bambini (o siano a loro volta aiutati dagli altri) e momenti in cui eventualmente non lo fanno o anche che l’aiuto non è desiderato e non vogliono ricevere aiuto perché vogliono fare da soli e riflettere su questo tipo di esperienze è importante.
Ci sono anche gli aiuti degli adulti nei confronti dei bambini che generalmente sono graditi ma non lo sono sempre. È importante sapere e capire quando un bambino gradisce l’aiuto dell’adulto e quando invece lo considera un’intrusione non gradita perché vorrebbe provarci da solo.
Il testo ci fa notare che Arlecchino ha avuto l’aiuto necessario (Arlecchino era nel panico e tremava come una foglia perché si sentiva impotente) e Pinocchio ha intercettato un bisogno vero. Non tutte le forme di aiuto hanno lo stesso peso ed è importante comprendere quando i bambini chiedono di essere aiutati e quando invece “chiedono di essere aiutati a fare da soli”.

 

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