L'osteria del Gambero Rosso.
Il capitolo è incentrato sulla sosta all’osteria del Gambero Rosso in cui i personaggi sembrano fare da contorno perché al centro della scena c’è indiscutibilmente la fame del popolo rappresentata dalla spropositata cena di chi non può permettersela.
Dopo un lungo commino finalmente Pinocchio e i due compari giungono all’osteria del Gambero Rosso. Per Pinocchio si tratta di un avvicinamento al Campo dei Miracoli, per i due truffatori rappresenta una tappa per una succulenta cena a sbafo. Poi se ne vanno tutti a dormire: almeno questo è ciò che fanno credere a Pinocchio che sarà svegliato in piena notte per raggiungere da solo e nel profondo buio il miracoloso campo che gli moltiplicherà gli zecchini poiché i due furfanti se ne sono andati in anticipo.
Pinocchio continua nella propria fiducia ingenua e incrollabile sulla promessa del Gatto e la Volpe di seminare gli zecchini per moltiplicarli nonostante venga raggiunto da un ulteriore e importante ultimo avvertimento: gli compare il Grillo-parlante (che conosce perché lo aveva già incontrato nel capitolo quattro e che dovrebbe ben ricordare di averlo ammazzato con una scarpa): lo riconosce e non si meraviglia di incontrarlo ancora sulla sua strada. Ancora una volta il Grillo-parlante lo avverte di stare in guardia e ancora una volta Pinocchio decide di non ascoltarlo. Questa volta però lo scambio fra i due si conclude con un reciproco saluto cortese e garbato.
La cena
Collodi riprende qui il tema dell’alimentazione (o più precisamente della carenza di cibo e della fame) che aveva già affrontato più volte nei capitoli precedenti in cui aveva descritto Pinocchio alla ricerca disperata di un tozzo di pane, dell’uovo che sul più bello vola via e delle tre pere.
La cena al Gambero Rosso rappresenta senza dubbio una delle pièce più note e degne della migliore commedia dell’arte. Il Gatto e la Volpe dichiarano di non avere fame mentre stanno consumando un sovrabbondante e succulento menu: “Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiare che trentacinque triglie in salsa di pomodoro, …”. A sua volta “La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dové contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate, …”.
In questo episodio la vera protagonista è l’esorbitante lista delle portate, innumerevoli e pantagrueliche, spropositate e in palese contrasto con la dichiarazione di indisposizione e di assenza di fame dei due compari. Pinocchio, invece, in evidente contrasto, si limita a mangiare “… uno spicchio e un cantuccino di pane …”.
Si tratta evidentemente del sogno dei poveri, di coloro che sono nell’indigenza e sempre esposti alla fame quando si lasciano trasportare dall’immaginazione su come può essere un pranzo dei ricchi. È una fame fiabesca (non dobbiamo dimenticare che il Gatto e la Volpe non sono che degli accattoni truffaldini e quindi degli indigenti, alla pari di Geppetto e di molti altri personaggi del romanzo di Collodi) in cui l’occhio è in grado di contenere molto di più della pancia.
La solitudine dell’infanzia
È evidente anche che quel bisogno di mangiare a crepapelle mascherato dalle finte buone maniere di chi vuole apparire nobile di sentimento e non bisognoso rende ancora più evidente la miseria dei due compari che sono disposti a tutte le accortezze e a tutte le finzioni per raggiungere il loro scopo. Il contrasto è ancora più evidente se si confronta il comportamento della coppia con quello di Pinocchio: la miseria è stata sempre presente nei precedenti dodici capitoli del romanzo e alcuni in particolare sono incentrati sulla fame (la casa disadorna e spoglia, il vecchino malevolo che rovescia l’acqua gelida sulla testa di Pinocchio, il beffardo camino dipinto alla parete, l’episodio delle tre pere). Collodi aveva la possibilità di attingere alla sovrabbondante produzione del romanticismo ottocentesco europeo in merito alle abissali differenze fra borghesia e popolo e fra i ricchi e i poveri (basti pensare al David Copperfield di Charles Dickens e ai Miserabili di Victor Hugo). Qui però va oltre lo schema largamente sfruttato delle abissali differenze fra la borghesia e il popolo: in questo caso abbiamo il popolo contro il popolo: sono gli affamati a sfruttare gli affamati e mai come in questo caso Collodi toglie il velo all’ipocrisia del buonismo secondo. Pinocchio è vittima di una situazione anomala del mondo in cui non c’è posto per i poveri; ma non c’è posto nemmeno per il Gatto e la Volpe, anch’essi vittime di un mondo ingiusto che cercano a loro volta di truffare. Gli ultimi sono contro gli ultimi. Entrambi sono vittime, vittime però che non si fanno lo scrupolo di sfruttare chi è vittima più di loro. Emerge un mondo nel quale non c’è posto per la solidarietà, l’aiuto reciproco, l’attenzione ai più fragili.
L’ironia del capitolo si basa su un certo uso del linguaggio: la descrizione della cena spropositata per la quantità e la qualità delle portate (si tratta di un pasto pantagruelico che nell’immaginazione degli affamati sia normalmente imbandito nelle tavole della nobiltà e dei re) è accompagnata dagli scambi verbali raffinati e disinteressati del Gatto e della Volpe che stridono con la loro condizione reale di vita. Sono evidentemente degli accattoni: il Gatto si dichiara indisposto di stomaco, la Volpe spilucca volentieri qualcosa, aveva la nausea per il cibo, e alla fine non pagheranno la cena perché sarebbe un affronto per il signor Pinocchio.
Quello del Gambero Rosso è un ambiente indubbiamente inquietante. Già era perfettamente nota al lettore l’intenzione dei due truffaldini di voler derubare Pinocchio. Nemmeno l’oste però è neutro o, per dirla meglio, il suo silenzio, il suo starsene in disparte è colpevole e complice. Non gli importa che davanti ai suoi occhi si presenti un’autentica truffa, pensa esclusivamente al suo vantaggio, al vantaggio di un conto salato che alla fine farà pagare.
La negatività dell’oste sta nella sua interessata e profittatrice passività: non fa nulla per mettere in guardia Pinocchio, non prende le distanze dai comportamenti evidentemente ingannevoli dei due compari, non s’impiccia, si fa gli affari suoi e si preoccupa esclusivamente del proprio tornaconto. All’opposto non esita a farsi complice (strizza l’occhio alla Volpe) per sfruttare il più debole. Quando poi ci sarà da pagare il conto l’oste usa lo stesso linguaggio della volpe: “Quelle persone sono troppo educate, perché facciano un affornto simile alla signoria vostra.
L’ironico capitolo dell’osteria del Gambero Rosso, nelle sue esagerazioni e nella sua paradossalità, ride di un sorriso amaro. I poveri approfittano dei poveri, gli oppressi opprimono gli oppressi. L’infanzia non è da proteggere ma da sfruttare. I bambini sono una merce facile da ingannare e da usare per i propri fini. Le avventure di Pinocchio è un romanzo in cui l’infanzia è tradita, è un luogo (quello della Toscana di fine Ottocento e del periodo umbertino dell’Italia di fine secolo) in cui non c’è posto per l’infanzia, è un mondo – sociale, culturale, politico – nel quale è assente il welfare, non sembra esservi spazio per un pensiero solidale, non compare nessun dispositivo di protezione. L’infanzia è alla mercé del disinteresse e dell’egoismo degli adulti.
Il ritorno del Grillo
Pinocchio si addormenta subito e sogna di seminare gli zecchini che subito si trasformano in altrettante piante ai cui rami splende un grande numero di monete d’oro. È il sogno dei poveri, di coloro che non sono provvisti di strumenti per cambiare la loro sorte e non possono che confidare e sperare nei miracoli che non arriveranno mai ma che per il momento li salva – almeno nell’immaginazione – dalla disperazione. Ma il sogno si interrompe perché Pinocchio è risvegliato a notte fonda dall’oste e cammina nella campagna buia per raggiungere il Campo dei Miracoli prima che si faccia giorno.
Si incammina perciò per la notte buia (“… si può dire che partisse a tastoni, perché fuori dall’osteria c’era un buio così buio, che non ci si sentiva alitare una foglia …”) resa ancora più terrificante dal silenzio assoluto interrotto dall’improvviso agitarsi di qualche uccellaccio che improvvisamente si muoveva da un ramo all’altro.
Poi, nel buio, vede un piccolo animaletto che “riluceva di una luce pallida e opaca” nella notte: è l’ombra del Grillo-parlante. Pinocchio lo riconosce immediatamente. Non è però il Grillo che aveva ucciso in un momento di rabbia lanciandogli una scarpa: è la sua ombra. Sembra quasi la continuazione del sogno che l’oste aveva interrotto poco prima.
- Chi sei? – gli domandò Pinocchio.
- Sono l’ombra del Grillo-parlante – rispose l’animaletto, con una vocina fioca fioca, che sembrava venisse dal mondo di là.
È la seconda volta che Pinocchio incontra il Grillo. La prima volta ha avuto un esito drammatico: l’episodio si è concluso con la morte del Grillo schiacciato da una scarpa. In quella circostanza il suo intervento era apparso assai inopportuno agli occhi di Pinocchio, a causa di quel tono saccente e indisponente che lo aveva irritato. In quella circostanza si era presentato come un Grillo grande, abitante da cento anni in quella casa, come per dire che l’intruso era Pinocchio. Ora le condizioni sono molto diverse: è notte fonda nella campagna buia, la sua luce è fioca come il lume del cimitero e anche la sua voce è sommessa. A differenza della volta precedente si esime da qualsiasi giudizio e si limita a dare risposte alle domande di Pinocchio. Nessuna insolenza, insomma, e nessuna spavalderia e pedanteria pedagogica.
Da parte sua, questa volta anche Pinocchio si ferma ad ascoltare quello che il Grillo ha da dire. Questa volta però Pinocchio ha un obiettivo: all’invito del Grillo a tornare indietro e a non fidarsi risponde dichiarando il suo – anche se ingenuo - scopo “… Domani il mio babbo sarà un gran signore, perché questi quattro zecchini saranno duemila” e a nulla valgono le parole del Grullo che cercano di metterlo in guardia, preso com’è dal suo desiderio e dal suo sogno. Ed è così che questa volta i due, conservando ognuno il proprio punto di vista, si salutano garbatamente anche se alla fine il grillo non rinuncia, non senza ironia, a esporre la sua non ascoltata profezia.
- Le solite storie. Buona notte, Grillo.
- Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli assassini.
I temi che questo capitolo suggerisce sono molti: qui ne indichiamo tre.
Il nutrimento
Già in occasione del quinto capitolo era stato affrontato il problema dell’alimentazione. In quel caso però lo spunto era stato dettato dalla fame e dall’assenza di cibo. In questo caso invece il cibo è abbondantissimo ma, mentre il gatto e la Volpe, mangiano a crepapelle, Pinocchio non ha fame.
Il nutrimento è in relazione con il corpo e con il suo benessere. Il nostro corpo è simile a una macchina che ha bisogno del carburante. Il cibo però non deve essere troppo, né troppo poco. La cena esagerata della coppia dei truffatori può costituire un’occasione per una riflessione in sezione sul tema dell’alimentazione, sulla qualità e quantità dei cibi e sul sano nutrimento e così via; un’ulteriore espansione può essere rappresentata da un confronto e una discussione sul nutrimento degli animali, delle piante, del prato e del bosco. Quali sono i saperi dei bambini? e quali contaminazioni di saperi possono nascere dalla discussione e dal confronto nel lavoro di gruppo?
Qui di seguito alcune possibili domande-problema:
- Che cosa sanno i bambini a proposito del cibo?
- Quando è troppo e quando è troppo poco?
- Quali sono i cibi che piacciono e quelli che non piacciono? Perché?
- Quali sono i cibi “proibiti” ai bambini e perché?
- Che cosa succede quando si mangia troppo?
- Dove si trovano i cibi? Da dove e come si ricavano?
- …
Le domande possono essere molte altre in rapporto allo sviluppo del confronto e dello scambio. È possibile procedere con ulteriori sviluppi facendo una raccolta delle immagini che richiamano i cibi nella pubblicità e classificarli secondo un criterio dato (sani vs/ non sani; per bambini vs/ per adulti; per gli uomini vs/ per gli animali, ecc.).
Alcune domande per un ulteriore sviluppo del tema del nutrimento in una direzione di riflessione ecologica e dell’ambiente naturale come sistema complesso:
- Che cosa mangiano gli animali (erbivori, carnivori, onnivori)?
- Che cosa mangiano gli insetti?
- Che cosa mangia il prato (la funzione del sottosuolo – i primi dieci centimetri - e i microorganismi e organismi in esso presenti)?
- Che cosa mangia il bosco?
- …
Il sogno
È la seconda volta che Pinocchio si addormenta. La prima volta si trova descritta nel capitolo sei e si è trattato di un sonno tragico perché si è risvegliato con i piedi bruciati. In questo caso invece il sonno di Pinocchio è assai breve ma è stato accompagnato da un sogno felice in cui gli zecchini si moltiplicavano a dismisura con grande sua soddisfazione perché quella ricchezza serviva per aiutare il padre Geppetto. Non si può decidere alla sera quale sogno si farà, né arrivano a comando. I sogni arrivano e vanno senza che si possano controllare anche se fanno parte profonda del sognatore. Il sogno è una sequenza di immagini che attraversano la nostra mente quando dormiamo e alle quali al risveglio (se le ricordiamo) attribuiamo loro un significato.
Il sogno di Pinocchio può costituire uno spunto per una riflessione sul fenomeno del sogno: che cosa sanno i bambini dei sogni? Che cosa sono? Freud ha detto che noi siamo ciò che sogniamo e raccontare il proprio sogno significa condividere con gli altri qualcosa di intimo.
Una proposta di attività, a parte il confronto e la discussione in gruppo, può essere quella della rappresentazione grafica (ad esempio attraverso il disegno) del sogno di Pinocchio o anche del sogno raccontato da un compagno.
La notte
La notte è già comparsa nel capitolo sei ed era una notte d’inferno (o d’inverno?) che aveva imposto a Pinocchio di rifugiarsi in casa. Qui la notte è invece silenziosa se si esclude l’improvviso battere d’ali di qualche uccello e l’altrettanto improvvisa comparsa della lucina fioca del Grillo-parlante. Inoltre, in questo caso la notte serve a Pinocchio per “attraversarla” poiché si tratta della condizione necessaria per raggiungere il Campo dei Miracoli. Pinocchio nutre qui fiducia nella notte perché sa (anche se poi i fatti lo smentiranno) di fare cose importanti e di fare buoni incontri (il Gatto e la Volpe, che considera amici nei quali nutrire fiducia). Incontra anche il Grillo, questa volta caratterizzato da uno scambio civile e rispettoso pur nella divergenza di opinioni.
Anche questa può essere un’occasione di confronto sui saperi dei bambini relativi al mondo di notte come, ad esempio, il lavoro notturno delle persone, il comportamento di determinati animali, ecc., altre ad eventuali proprie esperienze nel caso sia capitato di viaggiare di notte, ecc.