Qual è il significato del gioco al nido? Come giocare e quali giochi proporre? Come incentrare la propria azione educativa sul gioco?
Le funzioni del gioco nello sviluppo delle persone sono oggetto di indagine della psicologia evolutiva in quanto esso rappresenta un fenomeno pervasivo e caratterizzante del mondo infantile.
Ogni adulto che lavora in contesti educativi, dove l’attività ludica ha una forte presenza nella relazione con l’altro, è messo nella condizione di dover allenare e affinare la capacità di ascolto per cogliere e comprendere il senso che di volta in volta assume il gioco per i bambini che lo vivono. L’adulto sente, ascolta, si sintonizza e partecipa alle emozioni e ai significati che i bambini mettono in atto nel giocare, è quindi giusto partire dai significati che esso evoca individualmente.
Che significato assume per noi giocare? È un atto spontaneo? È fatto di fantasia? È caratterizzato prevalentemente dalla libertà? Deve comunque avere delle regole? Per qualcuno è un momento che serve per passare il tempo, per altri è qualcosa di puro e sacro che fa parte dei diversi momenti della vita di una persona, per altri è un momento di sfogo che si distingue dal lavoro perché improduttivo e coinvolgente da un punto di vista emozionale. È altresì un modo per mettersi alla prova, richiedendo in alcuni casi certe abilità; da un’altra prospettiva è il contesto preferenziale per socializzare e affinare competenze sociali, un modo per stare insieme… Così come in letteratura non si è giunti ad una definizione univoca del gioco ma sono stati proposti differenti modelli di descrizione e approfondimento così la ricchezza e la diversità delle definizioni individuali date al gioco rimandano ad una realtà complessa e multiforme, difficile da classificare in modo univoco a seconda della prospettiva assunta. Di certo il gioco parla di noi e della nostra capacità di “metterci in gioco”.
In tutte le culture umane i bambini trascorrono parte del loro tempo giocando. È evidente che il bambino cresce attraverso il gioco, esso assume la connotazione di fattore di sviluppo poiché permette al bambino di sperimentare, costruire significati e consolidare competenze sia di tipo cognitivo che sociale ed affettivo.
Osservando i bambini al nido ci rendiamo conto che il gioco non è solo un modo per conoscere il mondo, ma è anche una forma di comunicazione, una forma di esperienza emotiva e insieme un’azione trasformativa della realtà.
È importante ricordare come la relazione tra gioco e sviluppo è bidirezionale:
L’esperienza creativa ha una forte componente cognitiva ma anche affettiva, è compito dell’adulto infatti porsi in una posizione di ascolto nei confronti del bambino che gioca, che cioè si fa interprete della sua storia affettiva.
I bambini sono capaci di inventare e ricercare modalità nuove e originali per dar forma al mondo e alle sue rappresentazioni, in prima istanza esecutive poiché basate principalmente sull’agire e poi iconiche attraverso l’utilizzo e la creazione di immagini interne; l’atto creativo e originale, non rappresenta sicuramente l’unica modalità per sperimentarsi nel gioco e più in generale nel “fare” infantile il bambino ripete, ripropone agiti conosciuti, ripercorrere percorsi conosciuti e attraverso l’imitazione impara a consolidare schemi di azione, modalità di comunicazione ed espressione di sé, accrescendo quel sentimento di sicurezza che gli consente di affrontare anche situazioni nuove.
Se consideriamo condizione “catalizzatrice” di creatività una situazione in cui vi è assenza di risposte, una condizione di disorientamento e spiazzamento, allora si dovrà porre attenzione ai momenti in cui diamo spazio al bambino anche per queste esperienze e tener sempre viva l’idea che non tutte le volte che poniamo il bambino in una situazione incerta o spiazzante creiamo uno spazio per la creatività.
Al nido vogliamo pensare al gioco come possibilità del bambino a partecipare, ad essere partner attivo nella definizione del progetto educativo in cui è coinvolto, in questo modo considereremo il gioco come luogo privilegiato di ascolto del bambino per comprendere il suo punto di vista. Pensare al gioco come un’opportunità per il bambino di parlare di sé, di pensare, di esprimersi, di essere se stesso significa consegnare ad esso una valenza fondamentale: lo strumento permette al bambino di formarsi una propria opinione, di esprimerla e di essere tenuto in dovuta considerazione. Attraverso il gioco il bambino infatti “riproduce la cultura adulta reinterpretandola” in quanto viene espresso ed elaborato il mondo interno infantile nelle sue relazioni con il mondo esterno. Per cogliere il senso che il bambino dà al gioco senza travisarlo è importante avere uno sguardo il piu’ possibile “spregiudicato” e ricordarsi un principio che suggerisce M. Sclavi “i segnali piu’ importanti per il buon ascoltatore sono quelli che si presentano alla coscienza come trascurabili e marginali, a volte anche irritanti e fastidiosi perché incongruenti con le proprie certezze…”. Monito importante che ribadisce ancora una volta l’importanza di una continua ricerca di consapevolezza delle proprie emozioni e delle proprie rappresentazioni del bambino da parte delle educatrici.
A partire da queste riflessioni è possibile dare grande importanza a quei momenti in cui maggiormente il bambino porta qualcosa di sé in modo libero, riprendendo un concetto introdotto da G. Nicolodi, quello dei contenitori liberi che, differenziandosi dai contenitori istituzionali così definiti perché dettati dalla vita del servizio (es: entrata, uscita al nido o altri che possono essere identificati con le routine) e dai contenitori didattici che si riferiscono alle attività organizzate e proposte dall’educatrice, rimandano a quei momenti in cui i bambini sono liberi di organizzarsi il gioco che prediligono e in cui l’educatrice ha una “presenza diluita”. Sono questi i momenti di gioco libero, i tempi di attesa, alcuni tempi di transizione tra attività e routine. L’educatrice considera fonte preziosa di elementi per la conoscenza dei bambini questi momenti, ma è altrettanto importante che sia consapevole di ciò che provocano in lei questi momenti. È importante chiedersi “come vivo questi momenti?”, “li sento un pericolo poiché penso che i bambini possono farsi male; li vivo come un momento di mia libertà in cui posso distrarmi, parlare con la collega; li considero solo un giusto sfogo per i bambini o li lascio ma in realtà li sento inutili e non vedo l’ora che finiscano perché difficili da gestire …”
In realtà possono assolvere anch’essi ad una funzione contenitiva, strutturante e contesto di creazione. Sono luoghi in cui il bambino può usare la sua creatività poiché sono luoghi di attesa, di scoperta e luoghi dell’immaginario, non devono quindi essere luoghi rubati, concessi, ritagliati bensì pensati e programmati.
Se pensiamo al gioco del bambino come caratterizzato dal piacere di esercitare abilità acquisite, per provare piacere e gratificazione grazie alla capacità di provocare eventi, in primo luogo legati ad una dimensione corporea, possiamo allora affermare che il gioco è esperienza di vita, relazione, conoscenza, apprendimento, crescita, scoperta, condivisione e che non va quindi confuso con la sola attività strutturata, essa è infatti una delle tante modalità in cui si articola una proposta di gioco. È utile soffermare l’attenzione anche su quei momenti, durante le routine o in contesti liberi, in cui il bambino sta di fatto giocando nel suo esprimersi al mondo.
Il gioco dei bambini al nido è multiforme, assume diverse caratteristiche e significati ed è influenzato da diversi fattori: dalle proposte nei diversi momenti della giornata educativa, dall’educatrice, dal gruppo e dall’età dei bambini, dalle caratteristiche strutturali del servizio, e ancora dagli umori della giornata di quel bambino …
Prospettive
Che idea abbiamo dell’educatrice?
L’idea di un’educatrice “compagna di viaggio” verso identità e conoscenze, che sa promuovere percorsi da approfondire, verificare e trasformare ogni giorno insieme ai bambini, in un’idea di conoscenza non ricevuta e trasferibile ma costruita.
Pensiamo a un’educatrice ricercatrice di significati espressi dai bambini.
L’adulto nel nido è a volte regista, a volte partecipe attivo oltre che osservativo del gioco dei bambini, che ha il compito di saper cogliere gli interessi e le richieste dei bambini, valorizzandoli, decentrandosi dal proprio, potente, punto di vista di adulto, facendosi guida dalla domanda “che cosa sta dicendo questo bambino con questo gioco in questo contesto?”.
Non solo il gioco può costituire una fonte di divertimento anche per l’adulto, che quindi può restituire, nella scelta dei giochi la valorizzazione delle proprie risorse, competenze e passioni spendibili professionalmente e con questo ritrovare quotidianamente il piacere nello svolgere la propria professione, ma esso è al contempo fonte di meraviglia, un gioco creativo del bambino va celebrato (non venerato o restituito come invidiabile) e apprezzato insieme al gruppo.
La possibilità di confrontarsi con passioni, formazioni ed interessi diversi può diventare occasione di arricchimento trasferibile nel lavoro quotidiano. La possibilità di far circolare tra colleghe saperi ed esperienze differenti rappresenta una fonte di ispirazione essenziale, di consigli preziosi e saperi condivisi.
Quale idea condividere sul gioco nel progetto educativo al nido?
Nel gioco, dimensione quotidiana di relazione e di costruzione di significati si apprende il valore della collaborazione, della costruzione e trasformazione delle cose, delle idee e dei progetti.
La pedagogia del gioco restituisce un valore aggiunto all’azione educativa e alla progettazione.
"Il sapere è importante quanto il saper fare e imparare ad imparare è piu’ importante di imparare delle cose …”