Emergono già entro il primo anno di vita i giochi di comunicazione: i bambini avviano delle proto-conversazioni fortemente dipendenti dal contesto. Essi in questa fase sono soprattutto presi dall’attirare l’attenzione del proprio interlocutore, dal rispondere a domande, dal replicare ad una risposta. Essi, inoltre, attingono in grande misura alle risorse verbali fornite dal parlante (che di solito è un interlocutore linguisticamente più competente, come un adulto o un compagno più grande). Tutto questo ha lo scopo di riconoscere (e provare ad applicare) l’alternanza dei turni come ‘impalcatura’ per la partecipazione ad uno scambio verbale.
La parola “infanzia”, in latino “infans”, significa etimologicamente parlando “non-parlante”: l’infante è colui che non parla. La difficoltà dell’adulto è proprio quella di riconoscere ed interpretare i segnali spontanei che il bambino nelle diverse situazioni emette in forma non consapevole. Se il bambino è tranquillo e sereno anche gli adulti lo sono, perché è un segno che il bambino è a proprio agio e sta bene; se invece piange significa che sta provando sofferenza e disagio e la preoccupazione dell’adulto è di interpretarne il significato (ha fame? ha sonno? prova dolore?) per decidere che cosa fare in merito.
L’adulto cerca di interpretare i segnali emessi dal bambino ed agisce di conseguenza. Nel frattempo, il bambino cresce e, facendo esperienza sulla base delle risposte dell’adulto, struttura e organizza via via le proprie manifestazioni specializzandole sempre di più e rendendole il più possibile comunicative in corrispondenza alle risposte dell’adulto.
Assistiamo perciò a una doppia azione. Da un lato l’adulto interpreta i segnali non intenzionali del bambino come fossero un segnale comunicativo a lui diretto, si comporta cioè come se avesse ricevuto dal bambino un segnale intenzionale; dall’altro, a sua volta il bambino attraverso le risposte dell’adulto specializza i suoi segnali rendendoli sempre più comprensibili all’adulto. Il linguaggio nascerà da queste premesse.
Come possiamo dunque dare significato ai segnali emessi dal bambino piccolo?
Kuno Beller è stato uno psicologo infantile tedesco e di origini ebraiche che durante il periodo della Seconda guerra mondiale è emigrato negli Stati Uniti e che intorno alla seconda metà degli anni Sessanta è tornato a Berlino (Mantovani 1995, Borghi 1995). Negli anni del suo ritorno in patria, anche nella prospettiva della nascita di nuovi servizi per l’infanzia per i piccolissimi, ha sviluppato uno strumento di osservazione (denominato “Tavole di sviluppo” o Tavs) per le età comprese fra zero e sei anni che hanno avuto un’importante diffusione e che è stato tradotto in diverse lingue. Si tratta di uno strumento di facile impiego il cui scopo è quello di “guidare e allenare l’occhio” dell’adulto (genitore o educatore) non necessariamente esperto nell’ambito della psicologia dello sviluppo infantile.
Lo strumento adotta una visione olistica e si interessa allo sviluppo globale del bambino ed è per questo che è articolato in otto aree di cui una riguarda espressamente l’osservazione dello sviluppo linguistico. È peraltro importante notare che ogni area è connessa con le altre con l’obiettivo della reciproca integrazione, con particolare riferimento da un lato a quella del gioco e dall’altro a quella dello sviluppo cognitivo.
Per Beller gli indicatori essenziali di osservazione per quanto riguarda lo sviluppo linguistico nel primo anno di vita sono nella sostanza progressivamente indicati nella tabella sotto riportata.
Si tratta, come si può vedere, di prestazioni relativamente facili da osservare e sono alla portata osservativa di qualsiasi adulto nella vita di ogni giorno.
Vista così, la lista può sembrare di una semplicità disarmante. Possono sembrare cose ovvie e scontate. Ma non è così, perché lo sviluppo è difficile da vedere proprio perché ce l’abbiamo troppo sotto gli occhi; ognuno di noi ha un proprio sapere e il rischio della sottovalutazione o della sopravalutazione è sempre possibile perché ogni osservazione è in realtà un’interpretazione.
Non va dimenticato che il linguaggio non è un processo a sé stante ma è interconnesso con lo sviluppo delle altre capacità e ciò che appare interessante è il collegamento dei primi comportamenti comunicativi ed espressivi con altre aree, come ad esempio i movimenti e il loro controllo, l’attenzione crescente all’ambiente circostante, gli stati emotivi, le capacità esplorative in evoluzione e così via.
Ciò che interessa è che gli indicatori su esposti hanno la funzione di orientare, attraverso l’invito all’attenzione mirata, il comportamento relazionale e comunicativo dell’adulto nei confronti del bambino. In altri termini, il piccolo difficilmente potrà progredire nel proprio sviluppo senza gli incoraggiamenti e il sostegno – non necessariamente consapevole – degli adulti. In questo caso, perciò, ciò che l’adulto è invitato ad osservare coincide con ciò che è invitato a fare.
Il bambino emette vocalizzi da solo ma continuerà ad emetterli se si trova in un ambiente incoraggiante che lo invita a continuare. E questo significa che se un ambiente è troppo rumoroso la voce del bambino si perde ed è destinata a non essere sentita e ascoltata. La stessa cosa vale se l’adulto non li incoraggia rispondendo ai richiami e interagendo con il bambino.
Inizialmente, in presenza di un disagio l’unico strumento che il bambino ha è quello di piangere e piange indistintamente in risposta a qualsiasi tipo di disagio. In seguito, però il pianto si modulerà e assumerà coloriture e intonazioni differenti: non sarà cioè sempre uguale ma si differenzierà in relazione ai diversi tipi di disagio. Diventa cioè una forma di comunicazione che l’adulto attento sa riconoscere, discriminare ed interpretare, tenuto conto che ogni bambino costruirà individualmente le diverse forme espressive del pianto. Ciò che fa la differenza è perciò non solo se il bambino manifesta i comportamenti descritti dagli indicatori ma come li fa, come sono i tempi e i modi, le intonazioni e le intensità, le modulazioni e i ritmi. Gli indicatori di Beller nella loro essenzialità costituiscono perciò un primo strumento potente per la costruzione della relazione che l’adulto – in particolare la figura di riferimento - instaura con il bambino.
In seguito, con la crescita i segnali del bambino si specializzeranno sempre di più e di conseguenza il loro significato sarà sempre più chiaro per l’adulto. I primissimi segnali del bambino nei primi mesi di vita sono quanto mai importanti proprio per la loro relativa indifferenziazione che richiedono all’adulto la capacità di riconoscerli e interpretarli per costruire una prossimità emotiva sincera e profonda con ogni singolo bambino.