Per tutto il primo anno di vita il bambino non parlerà, eppure svilupperà in modo sempre più appropriato un sistema di segnali per farsi comprendere e l’adulto svolge un ruolo fondamentale in questo periodo per lo sviluppo delle relazioni e delle capacità comunicative del bambino. Dalla nascita fino al primo anno di vita assistiamo infatti ad una sorta di transizione a doppia entrata fra bambino e adulto in cui il bambino offre all’adulto segnali (gestuali, tonali, ecc.) non intenzionali ai quali egli risponde «come se» fossero intenzionali, orientando così il bambino ad attuare una transizione nella direzione della comunicazione intenzionale sia sul piano gestuale che su quello vocale / linguistico.
Che cosa fa il bambino?
La maturazione neuronale è un processo assai complesso. Ci basta qui dire che nei primi mesi di vita si instaura un doppio rapporto diadico.
Il primo è la costruzione del rapporto a due, è il rapporto madre bambino (o figura di riferimento e bambino); l’adulto costruisce un rapporto di partenariato con il bambino: gli parla come se comprendesse, se il bambino fa qualcosa (si agita, emette un suono, ecc.) si comporta come se si trattasse di una risposta, lo sollecita, lo stimola, gli offre protezione, garantisce il suo benessere.
Schematicamente, il bambino:
Che cosa fa l’adulto?
Fa la differenza se l’adulto è costantemente attento a promuovere scambi di natura diadica. Che l’adulto faccia tutto quanto sia necessario per il benessere del bambino è senza dubbio un fatto positivo ma non sufficiente. Può fare tutto quanto necessario pur senza costruire uno scambio interattivo efficace; oppure può trovarsi in difficoltà se il bambino per qualche ragione non gli appare rispondente.
È fondamentale l’attivazione dell’alternanza dei turni: l’adulto osserva e tiene conto delle azioni e degli atteggiamenti del bebè e si comporta come se si trattasse di segni comunicativi e quindi reagendo di conseguenza. In altre parole, interpretando i comportamenti dei bambini come se si trattasse di sollecitazioni comunicative e forme di comunicazione consapevoli e quindi offrendo in restituzione delle risposte gestuali e verbali, induce il bambino a continuare tali comportamenti in risposta ai segnali dell’adulto e così via instaurando una catena di risposte reciproche.
Nasce in questo modo una sorta di danza conversazionale che consiste in una forma di comunicazione non verbale e di espressione emotiva che usa i movimenti spontanei, i ritmi e le posture del bambino come fossero un linguaggio (del corpo) a cui la cui risposta dell’adulto sollecita altri movimenti spontanei in un processo continuo. Sono le prime forme di interazione comunicativa o proto-conversazioni.
Il bambino in questo modo - interagendo cioè come se si trattasse di risposte - soddisfa, per così dire, i bisogni emotivi dell’adulto e il rapporto si fa perciò sempre più intimo ed emotivamente coinvolgente. Il comportamento rispondente del bambino alle sollecitazioni dell’adulto controbilancia le dinamiche di cura ricevute alimentando così gli scambi comunicativi. Tutto questo avviene perché l’adulto si carica di un doppio ruolo: assume cioè inizialmente il ruolo del bambino oltre al proprio promuovendo in questo modo l’attenzione condivisa su un oggetto o una situazione.
Concretamente, il bambino guarda il volto dell’adulto ed utilizza le sue espressioni facciali per orientarsi emotivamente. Quando poi l’adulto propone un’attenzione condivisa, ad esempio indica un oggetto interessante, il bambino su basa sulle sollecitazioni espressive facciali dell’adulto si fida dell’informazione ricevuta e rivolge l’attenzione all’oggetto di interesse.
Il suono delle parole
Il romanzo de “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Collodi inizia con la scoperta causale di un pezzo di legno di cui Maestro Ciliegia non sa che farcene: non sa se usarlo per fare la gamba di un tavolo, se intagliarlo per farne un burattino, oppure semplicemente gettarlo nel fuoco per ripararsi dal freddo. Decide tuttavia di piallarlo ed è a questo punto che sente una voce impertinente che gli dice di smetterla perché gli sta facendo il solletico. Generazioni di bambini in tutto il mondo sono rimasti affascinati da questo strano e attesissimo incipit: un pezzo di legno che si mette a parlare. I bambini che ascoltano il racconto capiscono al volo ciò che Maestro Ciliegia non è in grado di comprendere. Collodi già all’inizio del suo racconto spiega che (a) il personaggio che si accinge a presentare è un diverso perché è di legno (è fatto di pino); (b) Pinocchio è da subito irriverente e prende l’adulto a burla (controlla l’adulto anziché essere subito controllato, esercita cioè una sua autonomia); (c) l’adulto è incapace di comprendere i bambini (Maestro Ciliegia si spaventa al solo sentire la sua voce: forse lo vorrebbe infante, ossia non parlante); (d) e non ultimo – è anzi la cosa più importante – è attraverso la parola parlata che Pinocchio si manifesta come “l’altro” rispetto a Maestro Ciliegia, Pinocchio inizia ad esistere quando ancora non è che un pezzo di legno informe attraverso le parole che pronuncia. Pinocchio è l’emblema dell’infanzia perché è consapevole che la sua esistenza come soggetto vivente trova la propria conferma solamente attraverso la parola.
La voce del bambino è perciò importante, così come lo – benché per altre ragioni - è quella dell’adulto.
La voce ha una funzione rilevante nella comunicazione. Per pronunciare le parole serve la voce e nello stesso tempo è qualcosa di più perché la sua funzione è di andare oltre il significato neutro delle parole: l’emozione della voce dà qualcosa di più alla parola pronunciata, le attenua o le enfatizza, le sottolinea o le colora. Dietro le parole pronunciate si nascondono le emozioni che si tradiscono con la voce.
La voce è lo strumento potente che il bambino fin dal momento della nascita fa sentire attraverso il primo pianto della sua vita a coloro che lo circondano che da quel momento esiste come soggetto e come persona.
“Voce” deriva dalla parola latina “vox” che deriva a sua volta dal verbo «vocare» che significa chiamare, avvertire. È per questa ragione che la voce l’’infante (ossia il non parlante) all’esistenza in quanto interlocutore e quindi alla vita. Identificare una voce rispetto alle altre, distinguere la voce familiare da quelle estranee significa riconoscere la voce che si rivolge a lui, che si sofferma su di lui, che lo aspetta, che lo aspetta, che lo accompagna.
Fin dal momento della nascita inizia una relazione come relazione duale. Dopo la nascita c’è un «agente esterno» che nutre, tranquillizza e difende dalle angosce e questo permette al bambino di investire fuori di sé. Ma se la madre non risponde altrimenti sarà costretto ad investire solamente su di sé provocando una ferita profonda che nel tempo si fa struttura della personalità.
Il bambino fin dalla nascita ha bisogno di risposte ai suoi segnali che, rispondendo ai suoi bisogni gli dice anche «che esiste». Accade così che madre e figlio «cinguettano» fra loro vanno d’amore e d’accordo attraverso ripetuti scambi vocali che all’inizio hanno per la madre il significato di «io ci sono», «tu ci sei?» - il primo rapporto è un io-tu e su questo si gioca tutto il resto. Quel «tu» è la voce della madre, e senza quella voce le cose si fermano, si fermano gli affetti e si ferma la mente. È dopo avere assimilato la voce della madre che il bambino è capace di aprirsi ad altre figure in un rapporto io-tu che precede (di molto) l’io-noi e l’io-voi.