Accademia Naven
Il bambino, la comunicazione e la lingua
(07) - Le parole in gioco

Siamo nella fase in cui il “rispecchiamento empatico”, nato dal rapporto con la madre, si è ormai consolidato. Già a partire dai nove mesi il bambino è in grado di condividere l’attenzione dell’adulto con un terzo elemento presente nell’ambiente: è la fase in cui il bambino interagisce contemporaneamente con le persone e con gli oggetti e diviene sempre più in grado di sintonizzarsi contemporaneamente sugli oggetti di interesse e sull’adulto. Le interazioni del bambino con l’adulto hanno dunque uno scopo: la comunicazione si è fatta dunque intenzionale.

 

Che cosa fa il bambino?

Il bambino di questa età non sa ancora parlare verbalmente ma inizia a comunicare in modo sempre più chiaro attraverso il corpo. È la fase dello sviluppo della gestualità. Quanto il bambino compie un gesto comunicativo (come, ad esempio, il gesto dell’indicare) presuppone che l’adulto ne comprenda il significato. Diviene sempre più competente in relazione al controllo visivo del proprio interlocutore e affianca alla gestualità sempre più chiara le prime espressioni linguistiche: si tratta di un aspetto importante perché la gestualità supporta il linguaggio nascente e le espressioni linguistiche sono accompagnate e rafforzate dal gesto in un rapporto di rafforzamento reciproco. 

Sul piano della produzione si assiste a nuovi adeguamenti linguistici che svolgono due funzioni:

  • La prima rappresenta un processo analitico in cui il bambino definisce meglio i contorni delle parole scandendole ed esponendole prosodicamente all’interno della frase: la pronuncia si fa più chiara, presta attenzione agli accenti, usa le intonazioni adeguate (forma interrogativa, esclamativa, assertiva, ecc.) e in una parola acquisisce la struttura della frase nella sua complessità e nella sua completezza.
  • La seconda ha una funzione insieme sociale e affettiva, poiché il bambino conserva l’attenzione sulla costruzione della lingua mentre parola e inizia a manifestarsi in grado di veicolare nel frattempo i suoi stati emotivi.

Il risultato è che il bambino sperimenta con l’adulto uno scambio comunicativo efficace.  

 

Che cosa fa l’adulto?

L’adulto a sua volta si rivolge al bambino con un numero limitato di parole (intorno al centinaio) e, mentre prima indicava il nome delle cose, assegnando cioè loro un suono che il bambino accoglieva via via sulla base delle “ricorrenze” (in cui certi suoni venivano accoppiati ripetutamente a determinati oggetti), ora l’adulto comincia ad accompagnare con le parole le sequenze di azioni. Se precedentemente cioè il suono serviva per dare il nome alle cose, ora fa coincidere lo sviluppo delle azioni con sequenze verbali che le descrivono. In questo modo continua a svolgere il suo ruolo tutoriale nei confronti del bambino e nello stesso tempo aggiunge qualcosa di nuovo: lo inserisce nella comunità dei parlanti come membro effettivo.

Sul piano dell’ascolto del bambino e degli scambi comunicativi l’adulto in risposta agli adattamenti linguistici del bambino svolge il suo ruolo tutoriale adottando strategie comunicative di sostegno. Il linguaggio rivolto al bambino non è quello normalmente utilizzato nelle conversazioni fra adulti.

In relazione al bambino:

  • Utilizza un linguaggio più semplice, composto di un numero minore di parole;
  • Sono presenti delle omissioni: omette delle parole per fissare l’attenzione su quelle che considera più significative per la comprensione, per conservare l’attenzione e per lo scambio intersoggettivo con il bambino;
  • Le frasi sono incomplete;
  • Il discorso, preso in sé, risulta nel suo complesso sgrammaticato ma tuttavia efficace per la conservazione dell’attenzione e dell’interazione con il bambino;
  • In riferimento al contesto (agli oggetti presenti e/o di cui si sta parlando sono continui. 

Nel suo complesso il comportamento linguistico dell’adulto esclude tendenzialmente nello scambio comunicativo ordinario finalità pedagogiche evidenti: il suo scopo diretto non è di insegnare a parlare, quanto piuttosto a conservare la relazione e rappresenta un adattamento costante di reazione alle situazioni verbale del momento attraverso sottolineature, integrazioni e riaggiustamenti.

Le ragioni di questo tipo di comportamenti degli adulti che esercitano un rapporto di cura con i bambini sul piano professionale sono sostanzialmente riconducibili alle seguenti:

  • L’adulto è consapevole che la maggiore semplicità del linguaggio favorisce i processi linguistici del bambino, mentre la complessità linguistica della comunicazione fra adulti li rallenta.
  • È altrettanto consapevole che lo scambio amorevole con il bambino ha molta maggiore efficacia per quanto riguarda lo sviluppo linguistico del piccolo rispetto agli enunciati di controllo, alla correzione degli errori, ai continui riaggiustamenti di ciò che il bambino dice. In altre parole, il linguaggio accompagnato dalla prossimità emotiva nei confronti del bambino si rivela vincente rispetto allo stile comunicativo didattico.
  • È inoltre attento a conservare l’approccio bidirezionale della relazione.

 

Il suono delle parole

Il fatto che ci sia un “agente esterno” che nutre, tranquillizza e difende, permette al bambino di investire fuori di sé e cioè affidarsi all’adulto (inizialmente la madre, a cui si aggiungeranno in seguito le figure di riferimento). Ma se l’adulto non risponde e il bambino non vi si può affidare fino in fondo si troverà nella necessità di investire solamente su di sé. Il bambino ha bisogno di risposte ai suoi segnali che, rispondendo ai suoi bisogni gli dice e gli conferma nello stesso tempo «che esiste». Accade così che madre e figlio «cinguettano» fra loro vanno d’amore e d’accordo attraverso ripetuti scambi vocali che all’inizio hanno per la madre il significato di «io ci sono», «tu ci sei?» - il primo rapporto è un io-tu e su questo si gioca tutto il resto. Quel «tu» è originariamente la voce della madre, e senza quella voce le cose sono destinate a fermarsi, si ferma lo sviluppo degli affetti e di conseguenza della mente. 
In seguito, ci saranno altri, oltre alla madre, che esprimeranno quel “tu” che darà voce al bambino. Facciamo riferimento alla capacità del bambino dopo l’anno di vita di costruire attaccamenti multipli secondo cui si dimostra on grado di legarsi ad una polivalenza di figure (come, ad esempio, il padre e i nonni) e non solo ad una (la madre). Secondo questa idea, il bambino non sarebbe monotropico, come sembrava pensare invece Bowlby, vale a dire non instaurerebbe un legame affettivo con una sola figura di attaccamento, ma sarebbe in grado di instaurare attaccamenti multipli, senza per questo rinunciare ad una figura privilegiata. Il fatto che un bambino possa entrare in angoscia di fronte ad una situazione nuova ed a lui sconosciuta, oppure di fronte a una figura estranea non significa, infatti, che non possa intrecciare una pluralità di legami affettivi di una certa stabilità.
In modo simile a come è stata la voce della madre, la voce dell'educatrice rappresenta il richiamo di fiducia che rassicura e dà conferma. È una voce che va oltre le parole, una voce che sa essere dolce e assertiva, che è famigliare e che protegge ma anche che incoraggia e che sostiene, che accoglie e che guida alla crescita. È una voce potente anche per un altro motivo: perché orienta il bambino a costruire la propria mente.
In effetti è la voce che mette insieme le parole proprio attraverso lo scandire una parola dall’altra; sono le parole espresse con la voce che richiamano un’azione o una situazione e che aiuta il bambino a comprendere il mondo. La mente del bambino impara ad essere selettiva, a selezionare le informazioni così come le parole sono una selezione di fonemi per costruire dei significati. Sviluppo del linguaggio e sviluppo della mente corrono di pari passo. Abbiamo bisogno di una lingua per pensare e abbiamo bisogno di avere un pensiero da esporre per poter parlare. 

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