Accademia Naven
Il bambino, la comunicazione e la lingua
(08) - Il gesto e la parola

Parlare e comunicare

A volte parlare è comunicare e comunicare e parlare. Tuttavia, parlare e comunicare sono due parole che hanno significati differenti e che, a seconda delle circostanze possono riferirsi alla stessa situazione e assumere significati il medesimo significato oppure ad una può essere attribuito un significato più ampio al punto di arrivare ad inglobare l’altra.
Secondo il senso comune, comunicare e parlare sono due termini che hanno un significato analogo ed è quello di trasmettere l’informazione a qualcun altro in cui il secondo (parlare) appare più specialistico nel senso che lo fa impiegando la lingua (o più lingue), mentre il primo è più onnicomprensivo nel senso che presuppone un ventaglio più ampio di trasmissione di significati: non solamente la lingua ma anche il gesto, l’immagine, la rappresentazione con il corpo, la scrittura.
Secondo questa concezione, la parola appare subalterna alla comunicazione, nel senso che l’azione del parlare viene in questo caso interpretata come una delle possibili forme del comunicare. All’opposto, è altrettanto diffusa la concezione rovesciata, secondo cui è la parola che domina la comunicazione (per la sua capacità di essere economica e incisiva) rispetto ad altre forme di comunicazione che fungono da supporto come avviene ad esempio nel caso del gesto quando la funzione di sottolineare e rafforzare la parola parlata. Da questo punto di vista il linguaggio è più potente dei linguaggi del corpo perché si avvale di codici e di simboli che sono portatori di un significato comune attraverso un sistema di riferimento astratto e condiviso all’interno della comunità dei parlanti. In questo senso i codici utilizzati dalla lingua appaiono assai più complessi rispetto a quelli utilizzati dalla gestualità per la loro relativa minore complessità e maggiore universalità. L’etologia ci ha spiegato bene che animali hanno i loro codici comunicativi che sono riconosciuti da tutti i membri della specie; anche per noi i gesti hanno dei significati universali mentre le parole sono dei codici convenzionali che hanno bisogno dell’accordo appreso da parte della comunità che utilizza una determinata lingua.

 

Comunicazione analogica e comunicazione discreta

Comunicazione analogica e comunicazione discreta sono termini utilizzati da Bateson (Bateson, 1979) per spiegare la differenza fra la comunicazione non verbale e quella verbale.
Ci forme comunicative che ci appiano almeno in parte comprensibili anche quando abbiamo a che fare con culture molto diverse dalla nostra: sono i gesti, i toni della voce, la postura del corpo, i movimenti che accompagnano le parole. Si tratta in questo caso della comunicazione analogica. Appare essere quella che utilizzano anche gli altri animali, i quali non parlano ma utilizzano un repertorio di segni attraverso i quali si comprendono fra loro.
Quando incontriamo una persona che parla in un’altra lingua a noi sconosciuta non comprendiamo nulla, non troviamo nessun punto di riferimento: il motivo è che in questo tipo di comunicazione si utilizzano segni puramente convenzionali, segni che non hanno un significato in sé stessi, se non il significato che abbiamo attribuito loro arbitrariamente. È in questo senso che si parla, in questo caso, di comunicazione discreta.
A differenza del gesto e dell’immagine, il linguaggio verbale è del tutto discreto: le parole e il loro suono non hanno nulla a che fare con ciò che intendono rappresentare, la lunghezza delle parole non corrisponde alle cose più lunghe, il rumore che fanno non ha a che fare con il suono che serve a pronunciare la parola. Nel linguaggio verbale le parole hanno un significato arbitrario e convenzionale e questo fa sì che ogni lingua richieda un certo tirocinio per essere appresa. I nomi delle cose non hanno un rapporto con le cose che indicano, i verbi non hanno un rapporto con le azioni o le situazioni che esprimono. 
Sul piano pratico, sappiamo che nella realtà quotidiana le due modalità sono automaticamente presenti poiché i gesti normalmente accompagnano le parole e anche perché, a volte i gesti servono per trovare le parole. Non sempre però è così, come ad esempio quando capita si ascolta senza vedere e senza riuscire ad interpretare i toni della voce, le accentuazioni e le pause, come avviene ad esempio nel caso della lettura non espressiva praticata dall’intelligenza artificiale. La contraddizione appare evidente quando ad esempio le parole dicono una cosa e il corpo e la gestualità sembrano dirne un’altra (come, ad esempio, l’adulto dichiara di essere arrabbiato ma non lo è oppure dichiara di essere tranquillo ma la sua postura lo smentisce.
Il vantaggio dei segnali analogici è quello di essere cinetici e di essere sostanzialmente comuni, indipendentemente dalla lingua parlata.

E' a tutti noi noto che:

  • Il loro apprendimento avviene per canali differenti rispetto al linguaggio verbale (alcuni studiosi affermano che sono innati e che, di conseguenza, i bambini li riconoscono spontaneamente).
  • I bambini li riconoscono prima dell’acquisizione del linguaggio verbale, è possibile affermare che precedono e facilitano il processo di acquisizione del linguaggio verbale.
  • Costituiscono di conseguenza un veicolo di facilitazione per lo stesso apprendimento e sviluppo del linguaggio verbale.

In sostanza, quando un adulto parla al bambino attraverso le parole che pronuncia fa costanti riferimenti contestuali (le accentuazioni della voce, il movimento delle mani, ecc.) che hanno lo scopo di far comprendere i significati delle parole che sta pronunciando. In altre parole, senza riferimenti al contesto non c’è comunicazione. Al massimo può essere esposizione di concetti oppure “informazione” e non comunicazione perché quest’ultima richiede sempre una relazione. Questo – lo diciamo come inciso – riguarda anche la lingua scritta: un testo di un giornale è un’informazione, l’esposizione di una teoria è l’offerta di un concetto e così via; la lingua scritta è invece comunicazione nel caso si tratti ad esempio di una lettera nella misura in cui chi la scrive lo fa per scopi relazionali e fa riferimento a contesti noti sia a chi scrive che al destinatario del testo scritto.

Nella relazione quotidiana con il bambino la comunicazione analogica lo orienta sui significati e sulle ragioni della parola parlata, ha una funzione “economica” nel senso che fa riferimenti impliciti ad aspetti del contesto che entrambi condividono. Anche se l’adulto utilizza frasi semplificate e incomplete il bambino impara a risalire alle parti mancanti del messaggio, cerca ciò che non è presente nelle parole pronunciate ma è ben presente nello sfondo del discorso. E cogliendo ciò che manca impara a cogliere il vero significato. Il bambino da un lato assorbe i suoni delle parole, dall’altra impara ad andare oltre il loro suono per arrivare ai loro significati. E questo avviene perché il linguaggio – inteso come lingua parlata - ha bisogno di un suo «ambiente» che da un lato lo argomenta e lo giustifica, dall’altro lo alimenta e lo arricchisce. 

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