Accademia Naven
Il bambino, la comunicazione e la lingua
(13) - Leggere e raccontare

Leggere ai bambini

Ai bambini si raccontano molte cose: si leggono libri, si narrano storie, si spiega ciò che succede, ciò che è successo e ciò che accadrà. L’educatrice spiega che la mamma è andata al lavoro ma che poi nel pomeriggio tornerà. Spiega che ormai arriva il carrello del pranzo e che occorre andare tutti a lavarsi le mani. Dice che ora dobbiamo avere un attimo di pazienza ma che fra poco andremo tutti in cortile a giocare. A volte per attirare meglio l’attenzione assumerà un tono enfatico, altre volte adotterà l’inflessione della voce tipica del rapporto intimo richiesto da una coccola, in un altro momento spiegherà a tutti che cosa bisogna fare.
Quando un adulto legge un libro a un bambino compie due azioni significative.
La prima è quella della presentazione di un oggetto mediatore di suggestioni, emozioni, conoscenze e saperi, un oggetto cioè carico di significati non tutti immediatamente evidenti e che perciò è da riprendere, riscoprire, esaminare ripetutamente: si tratta di un oggetto che racchiude in sé una complessità e una ricchezza tutta da esplorare. Deriva anche da qui l’importanza delle immagini (e della loro qualità estetica) che accompagnano il testo per la loro funzione di incentivazione dell’interesse del bambino nei confronti del libro.
La seconda – non meno importante – è il ruolo che l’adulto assume nei confronti del bambino nella sua qualità di attore che enuncia il testo. Questo perché il testo ha bisogno di essere decifrato e l’adulto lo fa attraverso la lettura orale e mette così in atto, con la sua interpretazione delle parole scritte. Tutto il resto lo fa però il bambino che ascolta e si incanta, assorbe e rielabora, e nel frattempo l'immaginazione prende il volo per connettere mondi fra loro lontani, in cui l’impossibile diventa possibile. Stanno qui le origini della costruzione dell’immaginario e del pensiero creativo. 
Quando un adulto legge un libro a un bambino fa, insomma, qualcosa di più della semplice trasmissione di informazioni e di conoscenze. Dal racconto orale nascono inevitabilmente degli scambi, delle intese, delle suggestioni che non sono più dentro al testo, delle pause attraverso le quali la mente del bambino inizia a volare in altre direzioni, in cui effettua le sue ricognizioni, cerca altri approdi che l’immaginazione gli rende possibili. Le parole dell’adulto e le figure del libro portano il bambino a costruirsi prima e a navigare poi in un proprio immaginario interiore. È quello che Marco Dallari con mano felice chiama gli “Immaginauti” (Dallari, 2023).
La relazione attraverso il libro (pensiamo, per i bambini piccoli, soprattutto al libro illustrato che può tuttavia contenere anche delle parole) diventa capace di dare vita a un clima autenticamente educativo che non si basa mai su una semplice trasmissione di conoscenze ma sull’interpretazione attraverso la quale il bambino attiva contemporaneamente le proprie capacità di comprensione e di elaborazione. Il fatto è che il bambino non fa, per così dire, una “fotocopia mentale” dell’immagine osservata o dell’evento ascoltato dalle parole dell’adulto. L’ascolto del bambino è sempre una rielaborazione, una ricostruzione: assimila pe parole e le immagini per riorganizzarle, ricollocarle, combinarle. L’ascolto attivo è perciò sempre un processo di ricombinazione e di ricostruzione.
Quando l’adulto legge un libro, i bambini ascoltano, scrutano e osservano, confermano e puntualizzano, attendono le differenze e le discrepanze: in altre parole, fanno proprio il testo narrato e nello stesso tempo imparano ad utilizzare le forme della narrazione (che non sono altro che le forme del pensiero) mettendo insieme conoscenze immagazzinate e zone di vissuto personale, aspetti che riguardano l’identità personale e le proprie visioni del mondo.
La lettura e la narrazione rappresentano una questione delicata e decisiva per quanto riguarda le pratiche educative: ciò che i bambini apprendono non discende automaticamente da un rapporto di causa-effetto tra input e output (fra offerte didattiche e saperi appresi) ma dalla rete amabile e operosa degli scambi fra adulti e bambini in cui prevale l’interlocuzione, il dialogo, la legittimazione di uno stile aperto e la possibilità di mettere insieme quello che sanno e quello che non sanno, di attivare le proprie capacità autoregolative nella gestione delle proprie risorse.
La narrazione attraverso il racconto orale o la lettura è importante per lo sviluppo linguistico e dell'immaginazione dei bambini. La parola dell’adulto è molto potente perché anticipa la realtà, la richiama alla memoria, dà il ritmo ai piccoli e grandi accadimenti della vita quotidiana, interpreta le emozioni e i vissuti del momento, regola le azioni che si devono compiere, chiarisce con le parole ciò che un bambino sta facendo in un determinato momento. 

 

Il racconto di sé

Karen Blixen nel suo famoso romanzo La mia Africa (Blixen, 2015) racconta di un uomo che si sveglia di soprassalto nel cuore della notte perché la pioggia scrosciante di un improvviso temporale rischia di far straripare il piccolo invaso d’acqua che serve da abbeveratoio per i suoi animali durante la stagione secca.
Rimane per un po’ affacciato alla finestra per vedere come si metteranno le cose. Poi un lampo più intenso, una sequenza di tuoni e l’avvio di una pioggia fitta lo fa decidere: si infila in fretta gli stivali e corre a precipizio per proteggere l’invaso che potrebbe correre il rischio da un momento all’altro di cedere. Si adopera senza risparmiarsi per fare il possibile a scongiurare il disastro. Poi, esausto, torna a letto e si addormenta di un sonno ristoratore profondo. Quando si sveglia, a giorno ormai fatto, si affaccia alla finestra e vede che tutto è passato e che splende un bel sole. Vede che la diga ha tenuto: la sua fatica notturna ha dato i suoi frutti. Nota però anche che le orme che di notte nel trambusto aveva tracciato sul fango di quel suo andirivieni frenetico avevano formato l’immagine di una cicogna.
La cosa lo ha sorpreso non poco, perché non aveva preso in considerazione che il suo andirivieni concitato potesse disegnare qualcosa. Se ne è però reso conto solamente alla fine, quando ha finito il suo lavoro e ha deciso di voltarsi a guardare. Quella che Karen Blixen ci propone è semplicemente una metafora che si basa su riflessioni più antiche e assai più profonde.
In un primo momento l’uomo era troppo concentrato a salvare il salvabile per preoccuparsi di mantenere traccia del percorso che stava compiendo nella propria memoria. Solamente in seguito, quando si è fermato per guardare è divenuto consapevole del percorso che aveva compiuto. In altri termini, non è solo importante fare le cose ma è altrettanto importante soffermarsi per ripensare alle cose che abbiamo fatto. È solamente soffermandoci che fra le molte azioni che ogni giorno compiamo e sugli innumerevoli eventi ai quali ci accade di assistere che esse possano assumere un significato per noi. Le selezioniamo per conservarle nella memoria e le ripercorriamo nella mente attribuendo loro, in questo modo, un significato.
Qualcosa di simile avviene quando assistiamo a un film e ripercorriamo con la mente le scene che ci hanno colpito, oppure quando ripensiamo a un libro che abbiamo letto.
Anche i bambini fanno qualcosa di simile: si buttano a capofitto nei loro giochi e nelle loro attività in modo incessante correndo senza sosta da un’azione all’altra e da un’attività all’altra. Avviene però ad un certo momento che il bambino di colpo si ferma pensoso e la sua mente ripercorre qualcosa che lo ha particolarmente interessato o colpito. Ricostruisce cioè nella sua mente quello che è successo. E successivamente via via impara a non riscostruire la propria storia ma anche quella degli altri. Le storie degli altri appaiono d’improvviso sorprendentemente meritevoli di essere ascoltate e interessanti. 
Si tratta di un passaggio dato per scontato ma straordinario perché il bambino si trova a costruire un mondo nella sua mente, un mondo puramente simbolico e vivo solo nella mente di chi lo ha costruito, ma talmente potente da essere per lui emotivamente coinvolgente e straordinariamente appassionante. Ciò che chiamiamo immaginazione non è perciò per nulla qualcosa di effimero e di vano ma è la capacità di costruire nella mente oggetti e situazioni che al momento non sono presenti ma che hanno pure un qualche riferimento con la realtà. A loro volta, anch’essi impareranno a raccontare rappresentando il mondo reale o costruendone di nuovi che possono esistere solo nella mente di chi parla e ascolta. Si tratta di un mondo fantastico e non reale che tuttavia orienta l’agire del bambino.
Ciò che appare interessante è che il pensiero narrativo non produce conoscenze immediatamente concrete e non aiuta a risolvere problemi pratici immediati, ma sono comprensibili all’interno di un discorso, sono ricollocabili all’interno di una struttura di significati, si muovono all’interno dell’organizzazione di mondi possibili.
La narrazione è uno strumento potente per il futuro. È un modo per mettere in relazione situazioni presenti, passate o future, per formulare ipotesi interpretative, per ricostruire i significati di esperienze. Questo perché tutti questi processi, quali ad esempio il piacere connesso con la  narrazione (ascoltare o raccontare storie, sentir leggere o leggere un libro, vedere un film o interpretare il ruolo di un personaggio reale o inventato), generano processi di elaborazione, comprensione, rievocazione, interpretazione di esperienze innescando impatti emotivi che – pur nella propria interiorità personale – hanno a che fare con la vita reale: diventa possibile raccontare ciò che si è vissuto agli altri, si può tentare di spiegare ciò che è successo alla luce delle circostanze, delle condizioni e delle aspettative del protagonista, si può dare un senso a ciò che è accaduto nell’evento narrato (vero o immaginario che sia) collocandolo nella vita quotidiana e nella routine e in situazioni codificate socialmente e culturalmente.
La narrazione è uno strumento di conoscenza e di scambio sociale e mette perciò insieme apprendimento e relazione, ragione e sentimento, pratica apprenditiva e comunicativa, mente cognitiva e mente emotiva.
Si fa un gran parlare oggi delle nuove tecnologie come strumenti di conoscenza e di innovazione dell’educazione. Sempre più di frequente le scuole all’avanguardia sono quelle dotate di aule informatiche moderne e in cui gli allievi dimostrano elevate competenze digitali. Non dobbiamo dimenticare però che la mente umana è analogica e non digitale. Per quante analogie si possono trovare, l’intelligenza umana (e quella del bambino in particolare) non ha nulla a che fare con quella artificiale. Il computer ad una formula attribuirà sempre uno stesso risultato, così come la scienza ritiene univoci i propri enunciati dimostrativi. All’opposto la narrazione è per sua natura polisemica e questo significa che un racconto è sempre aperto: vi sono molti modi per enunciarlo, molti modi per fruirlo e può avere più di un significato e i significati stessi possono essere costantemente aperti e in evoluzione.
Attraverso la narrazione i bambini iniziano ad esplorare e comprendere il mondo esterno e quello interno (se stessi). La narrazione permette di esplorare esperienze individuali e collettive, così come situazioni problematiche in cui le scelte possibili non sono una sola. È per questo che la narrazione in educazione assume un’importanza rilevante.
Il racconto, la narrazione di storie, il rendiconto orale di un fatto o di un evento hanno in sé importanti potenzialità formative perché coinvolge il bambino in maniera totale e influisce sulle sue azioni (ed ha perciò a che fare con l’apprendimento).
Non solo. La narrazione è importante per lo sviluppo del linguaggio (non mi è possibile comprendere che cosa mi stai raccontando se non conosco i significati delle parole, la struttura grammaticale del discorso e la costruzione sintattica e nello stesso tempo la narrazione mi permette di organizzare il mio linguaggio) ed il linguaggio a sua volta costituisce lo strumento sociale per eccellenza. Per questo la narrazione va esercitata, affinata e condivisa: come dice Bruner, il bambino attraverso il linguaggio parlato, i gesti e gli altri strumenti comunicativi si orienta sempre di più all’intersoggettività, vale a dire comprende sempre di più che cosa hanno in mente gli altri, nella consapevolezza che senza questo passaggio il termine “relazione” rimane una parola suggestiva ed evocativa ma priva di significato. 

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