La pedagogia di Maria Montessori è incentrata sulla conquista dell'autonomia del bambino e sul conseguente ruolo dell'adulto.
Quella dell’autonomia è una parola importante per l’educazione: su di essa si sono costruiti progetti, percorsi, piani di lavoro. È una delle parole chiave più presenti nel panorama degli obiettivi che riguardano la formazione soprattutto in relazione ai bambini piccoli; su di essa è incentrata gran parte delle pratiche osservative e progettuali al nido, alla scuola dell’infanzia e alla scuola primaria.
Secondo una delle concezioni più diffuse (e comunemente accettate) per autonomia normalmente si intende la capacità dei bambini di fare da soli. L’espressione fa evidentemente riferimento a un presunto punto di arrivo – un risultato come conseguenza di un processo - che richiede un percorso più o meno lungo e più o meno accidentato.
L’espressione “Aiutami a fare da solo” è a ragione attribuita a Maria Montessori. La grande pedagogista marchigiana ne aveva dato un significato specifico, principalmente legato all’impiego dei materiali di sviluppo che caratterizzano il Metodo da lei stessa inventato.
Ora però il riferimento a Maria Montessori si è fatto più vago e meno legato al contesto della pedagogia montessoriana e spesso l’espressione viene utilizzata come slogan, come enunciato che rimanda a qualcosa di ampio e aperto, applicabile a situazioni e circostanze diverse.
Che cosa dobbiamo intendere, oggi, con questa espressione?
Sinteticamente possiamo attribuire a tale affermazione un duplice significato: da un lato suppone la propensione e la spinta interiore del bambino di divenire capace di cavarsela da sé in rapporto a certi compiti o soluzione di problemi; dall’altra prefigura l’idea di un adulto che è pronto ad aiutare sapendo dare l’aiuto giusto, un aiuto su misura, pesato esattamente sul bisogno espresso, un’azione di sostegno esattamente dosata che evita di dare troppo o troppo poco.
Dipende perciò dove si pone l’accento, se sul bambino o sull’adulto.
È possibile una lettura incentrata sul “fare da solo” e può essere intesa come la richiesta di un bambino di non essere vincolato dall’adulto nella propria esplorazione del mondo che gli sta intorno. Potrebbe essere come se il bambino dicesse: “Non interferire!”, “Non intralciarmi!”, “Non intervenire al mio posto!”, “Non sostituirti a me!” e presuppone un adulto che si configura più come impedimento che aiuto, che non sa stare al posto giusto, che non sa intercettare il vero bisogno del momento del bambino, che non lo sa comprendere. Prefigura la presa di distanza da un adulto interventista e autoritario oppure incapace di ascoltare in modo autentico il bambino e di svolgere la propria funzione educativa.
Se poniamo l’accento sulla parola “aiutami”, vale a dire se interpretiamo l’espressione dal punto di vista dell’adulto, è facile vedere che si tratta di un bambino che non vuole prendere le distanze ma che gli chiede un’assunzione di responsabilità importante perché presuppone che abbia la capacità di dosare nel modo giusto il proprio intervento attraverso un controllo adeguato della situazione e una conoscenza inevitabilmente profonda del bambino. Un adulto che è tutt’altro che distratto, che è in ascolto, che sa che cosa deve fare e che lo fa solamente quando è necessario e si limita a fare solamente ciò che è necessario fare, non di più e non di meno. Un adulto, insomma, discreto e non intrusivo, che sa leggere le situazioni e che sa fare bene il suo mestiere di adulto.
L’autonomia è perciò, nello stesso tempo, una conquista del bambino e un supporto dell’adulto. È una conquista lenta e progressiva che dipende dagli sforzi del bambino e dalla qualità dell’intervento dell’adulto.
L’espressione “Aiutami a fare da solo” porta in sé anche il segreto del suo rovesciamento.
È come se l’adulto dicesse: “Dai, prova, va’ avanti da solo, ma non sei da solo: se hai bisogno di me sono qui ma interverrò solo se me lo chiederai perché sei tu a decidere quando chiedere aiuto”.
All’inverso, è come se un bambino dicesse: “Stammi vicino, non posso fare senza di te! Sta a vedere quello che sono capace di fare” e in questo caso l’adulto non è un intruso, un sostegno materiale ed affettivo.
Il gioco è tutto qui: non sta tanto nel che cosa si fa o nel come si fa; sta essenzialmente nella qualità della relazione.