Accademia Naven
Appunti sulla pedagogia di Maria Montessori
La formazione della maestra - (Autoeducazione IV)

La formazione della maestra è importante. Secondo Maria Montessori, che sviluppa l'argomento nel quarto capitolo dell'autoeducazione deve essere come uno scienziato nel senso che il suo lavoro deve essere imperniato sull'osservazione.  Il presente contributo è una riflessione sulla lettura del quarto capitolo "L formazione della maestra" dell'Autoeducazione".

 

Maria Montessori sviluppa il tema della preparazione della maestra in molti suoi scritti e dedica una lunga riflessione nel quarto capitolo dell’Autoeducazione. Aveva già affrontato il problema alcuni anni prima, in occasione dell’istituzione e del funzionamento della prima Casa dei Bambini, ne riparla in questa occasione che concerne l’estensione del Metodo anche alla scuola primaria e ne riparlerà a seguire nelle sue opere successive.
Questa volta, tuttavia, la situazione è totalmente nuova. Nel caso della Casa dei Bambini si trattava di “inventare” un ruolo, ora il problema era quello di “ridefinirlo”, “riorganizzarlo”, traghettarlo in direzioni nuove: le vecchie funzioni dovevano essere rimodulate (o anche scomparire del tutto) a favore di un cambiamento che, all’epoca così come oggi, si muoveva (e si muove ancora oggi) controcorrente rispetto alla tradizione. Ora invece si trattava di ripensare il ruolo della maestra in funzione del nuovo modello educativo tenendo conto dei vincoli dovuti ad una scuola elementare che aveva già una propria lunga storia che non poteva certo essere cancellata con un semplice colpo di spugna.
Può perciò sorprendere che, fra gli altri, il capitolo dedicato all’argomento sia il più corto di tutti. Tuttavia, il mistero è presto svelato se si prende atto che l’intero volume è incentrato su ciò che la maestra fa o dovrebbe fare: la seconda parte de L’autoeducazione non rappresenta infatti una asettica esposizione di contenuti e di indicazioni di metodo come può avvenire in un documento formale sul curricolo ma costituisce un costante dialogo con la maestra su ciò che deve fare e come deve farlo. In questo senso, per comprendere bene ciò che Maria Montessori intende dire, occorrerebbe cominciare la lettura de L’autoeducazione a partire da questo capitolo e concludere la lettura rileggendolo una seconda volta alla fine. La formazione della maestra è infatti presente sottotraccia lungo il corso di tutto il libro.
Che cosa ci dice dunque Maria Montessori a proposito della formazione del maestro o della maestra? A seconda delle circostanze, affronta il problema da prospettive diverse che, a nostro avviso, possiamo sintetizzare nelle seguenti. 

 

Guardare vicino

Un primo livello riguarda l’applicazione del metodo. La nascita della Casa dei Bambini coincide con l’adozione dei materiali che verranno a costituire il cuore del Metodo. È importante, perciò, che la maestra (il maestro) conosca bene i materiali, sappia presentarli in modo adeguato, sappia attendere i tempi e i ritmi del bambino e così via. È anche per questo motivo che si dilunga in modo puntuale e dettagliato a descrivere come deve essere la lezione, come vada articolata nei tre tempi e quale linguaggio occorra usare.
Fin dalle origini appare subito evidente che non si tratta però di una questione tecnica. Alla maestra che si appresta a adottare e/o a praticare il metodo si richiede umiltà e capacità di auto-esame continuo. Non si tratta infatti di trasmettere delle cognizioni e di insegnare delle procedure che devono essere semplicemente ripetute. Non le si chiede nemmeno di essere perennemente attiva con continui interventi nei confronti dei bambini (con suggerimenti, correzioni di errori, ecc., tipico di altri approcci e/o metodi). L’attività deve rimanere infatti interamente al bambino e questo è un problema non da poco perché è necessaria una lunga esperienza e un controllo di sé profondo.
Le cose si complicano infatti perché il bambino deve essere libero e questo significa che è lui a decidere se cominciare o non cominciare, se interrompere l’attività oppure andare avanti senza che la maestra intervenga.
La formazione della maestra è importante e necessaria non solo per la conoscenza puntuale del materiale ma anche perché deve essere discreta, deve essere sostegno e non guida per il bambino: lo deve accompagnare dandogli l’aiuto necessario rispettando i suoi tempi e sapendo attendere. Deve però allo stesso tempo preparare l’ambiente - questa sì è sotto a sua piena responsabilità - prestando attenzione affinché non manchi ciò che è necessario e non sia presente ciò che è superfluo. Deve osservare molto il bambino che si trova in uno stato di libera scelta e deve limitarsi a cogliere l’attimo fuggente senza inutili forzature nell’attesa consapevole che diverrà concentrazione prolungata.
È qui che, senza dichiararlo esplicitamente, Maria Montessori compie un passo fondamentale e ci offre un’importante eredità che è solo da cogliere. Il suo approccio metodologico nuovo, quello messo a punto a proposito dell’apertura della Casa dei Bambini, vale a pieno titolo anche per il grado successivo della scuola elementare. I due gradi sono differenti per quanto riguarda lo sviluppo dei contenuti (ai quali nella seconda parte de L’autoeducazione dedica un numero elevato di pagine attraverso un’ampia e dettagliata proposta di attività e di esperienze accuratamente sviluppate sul piano didattico) ma non per quanto concerne l’approccio metodologico di fondo che richiede sostanzialmente lo stesso impianto (l’impiego dei materiali, la libertà del bambino, l’intervento discreto della maestra, ecc.). La cosa non è di poco conto perché appare per la prima volta come si possa garantire una continuità coerente fra Casa dei Bambini ed elementare - oggi diremmo fra scuola dell’infanzia e primaria.  

 

Guardare lontano

Quello dell’assimilazione delle pratiche legate all’applicazione del Metodo costituisce tuttavia solamente il primo passo. Non è sufficiente preparare i materiali ed osservare i bambini per intervenire solamente in caso di necessità lasciando loro il tempo di decidere quando manifestare un interesse ed arrivare a quella concentrazione assorta che tanto ha colpito i contemporanei che avevano visitato le prime Case di Bambini. Qui la posta è decisamente più alta e presuppone una formazione ‘a monte’ che deve essere necessariamente solida e in grado di far diventare la maestra una regista forte e sicura.
Il capitolo inizia con la constatazione che la maestra della scuola a Metodo soprattutto e innanzi tutto osserva. L’osservazione assume un ruolo centrale perché le permette di decidere quale materiale mettere a disposizione, quando metterlo, come fornire l’aiuto giusto attraverso i suoi interventi ma anche i suoi silenzi lasciando il bambino libero di fare. Il cuore di tutto questo è dunque l’osservazione e la capacità osservativa non è scontata e non è un atto spontaneo ma va sviluppata e curata per renderla coerente, valida ed efficace. È per questo che inizia il capitolo con l’affermazione che la scuola è come un “gabinetto scientifico per lo studio psicogenetico dell’uomo”. Maria Montessori farà di questa affermazione un programma di riflessione e lavoro costante che l’accompagnerà per tutta la vita. È su questo principio che istituirà e organizzerà in tutto il mondo i suoi corsi che definirà a “Metodo Montessori” per rendere evidente a tutti che si tratta di qualcosa di puntuale e specifico.
Se la scuola è assimilabile a un gabinetto scientifico significa che la maestra deve indossare il grembiule dello scienziato. Come lo scienziato prepara gli strumenti per il proprio lavoro di ricerca, come lo scienziato formula ipotesi che devono passare al vaglio rigoroso delle evidenze empiriche, come lo scienziato adotta una metodologia che deve essere quella rigorosa del laboratorio. Deve muoversi senza approssimazioni e senza scorciatoie o scappatoie, come avviene nelle scienze positive e come deve fare il vero scienziato. Insomma, si tratta di un lavoro duro che non si può improvvisare e che richiede un lungo ed accurato addestramento.
La trasformazione della scuola passa attraverso la trasformazione della maestra. Come? La maestra sa (come lo scienziato) che sta intervenendo in una realtà complessa. Ha conseguentemente la necessità di isolare un fenomeno per comprenderlo e per poterlo studiare. Per questo l’osservazione non è da confondersi - diremmo oggi - con il lavoro svolto dal radar che cerca di intercettare se le cose filano più o meno lisce. Osservare significa porsi delle domande che non hanno ancora una risposta ma che richiedono la soluzione di un problema. Osservare può significare brancolare nel buio per un certo tempo prima di imbroccare la strada giusta perché non è detto che la soluzione sia subito a portata di mano. La maestra ha perciò anche il compito di verificare continuamente quello che fa o, per usare le parole della stessa Montessori, deve essere alla ricerca ansiosa e appassionante della verità. E per fare questo occorre un lungo e tenace addestramento (che si sviluppa con ciò che Maria Montessori chiama “esercizio”) che faccia della maestra una professionista solida che - proprio come avviene con il vero scienziato - sappia vedere ciò che il profano non vede.
Abbiamo detto più sopra che la maestra deve indossare il grembiule come fa lo scienziato che opera nel suo laboratorio. Non si tratta di una parola involontariamente sfuggita, ma accuratamente scelta. Per “scienziato” Maria Montessori non intende il professore che dall’alto della sua cattedra si gloria delle sue scoperte e dissemina le sue verità ad un pubblico che lo ascolta passivo. Fa piuttosto riferimento a quella persona umile ma desiderosa di scoprire i misteri della fisica, così come quelli della biologia, dell’embriologia o dell’astronomia, che indossa i panni dell’operaio della scienza e che per questo prepara l’esperimento nello stesso tempo con cura precisa e con atteggiamento umile. La maestra - come lo scienziato di laboratorio - assomiglia all’operaio che fa le cose con le proprie mani (che ha le “mani in pasta”) e che interviene costantemente con “rispetto” e “amore”. 

 

Guardare vicino e lontano

Il capitolo prefigura in modo evidente e con forza un terzo livello della formazione della maestra. Compaiono a questo proposito due parole che appaiono significative e che sono ancora di piena attualità. Le due parole sono “qualità” e “virtù”.
S’è detto che la maestra, come lo scienziato, deve muoversi con esattezza e con umiltà, in cui il primo termine richiama il principio della precisione e del rigore e il secondo la certezza di non avere la verità in tasca. La “qualità” dell’azione della maestra è dunque quella di muoversi in un costante atteggiamento di ricerca. E fare ricerca non vuol dire imitare o ripetere ma trovare la strada giusta per risolvere il problema oggetto di interesse. In altre parole, Maria Montessori indica che il Metodo va “agito”, non meramente applicato. O se vogliamo dirlo in altro modo, il Metodo va ogni volta riscoperto e non riprodotto, come fa il suonatore (non il musicista) che esegue automaticamente la sua musica che risulta poi essere senz’anima. Il Metodo richiede di essere continuamente esplorato e riesplorato nelle sue pieghe più nascoste e vitali. E la pazienza, l’attesa e il silenzio, oltre alla conoscenza approfondita, costituisce il vero processo che ha valore e che quindi possiede qualità pedagogica autentica.
La maestra è chiamata ad utilizzare costantemente (e contemporaneamente) sia il teleobiettivo che il grandangolo. Deve nello stesso tempo guardare vicino e lontano. Deve avere la consapevolezza dello scalpellino medioevale che mentre intagliava con lenta e faticosa dedizione una pietra sapeva che stava costruendo una cattedrale. Deve in altre parole essere capace di vedere nello stesso tempo la singola azione e il processo nel quale è inserita, il materiale e il suo scopo profondo, il bambino e il modello.
Alla maestra, come avviene nel caso dello scienziato, Maria Montessori chiede il possesso della “virtù”. Su di essa si è basata la ben nota sostanza dell’insegnamento di Socrate: la virtù (areté) è “scienza” e “conoscenza”, mentre il suo opposto, il vizio, si identifica con la loro privazione, in cui perciò l’assenza di scienza e di conoscenza equivale all’ignoranza. Questo significa che secondo l’etica socratica virtù ed educazione coincidono nel senso che l’educazione ha il compito di formare il buon cittadino e il buon cittadino è colui che possiede e agisce sulla base della “scienza” e della “conoscenza”. L’educazione è perciò la strada maestra per conseguire la virtù. E di conseguenza il lavoro della maestra è una responsabilità grande. Poco importa che Maria Montessori non citi mai Socrate nei suoi scritti e che non faccia riferimento alla sua maieutica: ci pare tuttavia che la pedagogia montessoriana (e di conseguenza anche il ruolo della maestra) abbia fortemente a che fare con l’io consapevole di marca socratica, così come il ruolo fondamentale della conoscenza, la libertà di volere, il controllo interiore e la capacità di aiutarsi da sé. La scuola ha in questo senso non certo una funzione trasmissiva ma il perfezionamento dell’anima (questo termine è per altro molto caro a Maria Montessori) mediante appunto la virtù.
Tuttavia, la virtù ha anche un altro significato altrettanto profondo: “La veggenza della maestra dovrebbe essere insieme esatta come quella dello scienziato e spirituale come quella del santo”. Anche qui viene richiamata alla maestra la capacità nello stesso tempo di guardare vicino e di vedere lontano.
Non solo. La maestra, rispetto allo scienziato, deve saper fare di più, perché deve tenere conto che la scienza è limitata. Vi è anche qui un evidente salto qualitativo. La scienziata, che ha fondato la pedagogia scientifica per eccellenza, invita alla necessità di riconoscere i limiti della scienza e alla conseguente necessità per la maestra di andare oltre. Lo scienziato si ferma allo studio dei fenomeni fisici ma il compito della maestra è quello di occuparsi dell’uomo stesso, vale a dire della vita del bambino. Il biologo coltiva i microorganismi in vitro, ma la maestra ha il compito di coltivare l’umanità che c’è in ogni bambino. Il compito dello scienziato è di osservare i fenomeni, la maestra si occupa della vita interiore dell’uomo. Per questo la maestra deve ispirarsi alla straordinaria lezione di San Francesco che mentre osserva la cicala la chiama “sorella”. Occuparsi della vita del bambino (e dunque dell’uomo) in crescita è molto di più dello scienziato che con cura si occupa nei suoi esperimenti della formazione dei cristalli. E il “gabinetto scientifico” della maestra è la scuola: in essa osserva “i fenomeni della vita interiore” dei bambini che vivono una vita libera con l’aiuto dei materiali di sviluppo. “Essa allora comincerà a diventare maestra” (Montessori, 2000b, p. 124). 

Montessori M. 

  • (2000)a. Il Metodo della Pedagogia Scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei Bambini. Edizione critica. Roma: Opera Nazionale Montessori.
  • (2000)b. L’autoeducazione nelle scuole elementari), Milano: Garzanti (l’edizione originale è del 1916). 

La riflessione che è qui proposta riguarda il quarto capitolo della prima parte del complesso lavoro di Maria Montessori intitolato “L’autoeducazione” ed è stata pubblicata in “Momo”, Trento: Erikson, 2021-01, pp. 46-51.

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