Accademia Naven
Appunti sulla pedagogia di Maria Montessori
L'attenzione - (Autoeducazione VI)

Il contributo è una riflessione sul sesto capitolo de L’Autoeducazione di Maria Montessori. La funzione sostanziale è del maestro è di creare le condizioni per favorire e promuovere l’attenzione e la concentrazione del bambino come processo auto costruttivo.

 

Significato e condizioni

Maria Montessori nel sesto capitolo L’Autoeducazione affronta il problema della difficoltà di fondo della scuola di catturare l’attenzione del bambino: il lavoro del maestro si basa essenzialmente su questo, sulla necessità di inventare strategie che permettano di fissare “l’attenzione cercante”, vale a dire quell’attenzione che vaga continuamente e vorticosamente da una cosa all’altra fino a quando, d’improvviso e quasi inspiegabilmente il bambino si sofferma a lungo su qualcosa per poi riprendere il suo infinito e insoddisfatto vagabondare passando senza sosta da una cosa all’altra. Il compito del maestro a scuola – la sua più importante sfida – è quella di riuscire ad intercettare l’attenzione del bambino incanalandola su un oggetto condiviso. Montessori aveva scoperto il significato profondo dell’attenzione quando, utilizzando i materiali di sviluppo di Séguin (e per la verità da lei stessa in qualche caso parzialmente ripensati e rielaborati) passa dai bambini gravemente compromessi sul piano cognitivo ai bambini ospitati nelle prime case di bambini. La differenza fondamentale era che i primi ripetevano l’esercizio imparandone meccanicamente i passaggi mentre i secondi provavano e riprovavano e, preso atto degli insuccessi, ricominciavano da capo cercando di capire meglio che cosa sfuggisse loro, da quale altro punto d vista poteva essere guardato il problema e quale poteva essere una buona soluzione.
Il problema del maestro era quello di come fare fronte all’instabilità dell’attenzione del bambino e della sostanziale impotenza ad orientarla per un tempo sufficientemente prolungato. È su questo che, per altro, ruota sostanzialmente la didattica, che consiste nell’elaborazione di metodi, strategie e tecniche volte ad agevolare l’apprendimento nella consapevolezza che il primo passo indispensabile è quello di riuscire ad attirare l’attenzione. In questa direzione Montessori aveva già individuato un aspetto fondamentale che è quello della preparazione dell’ambiente quando, nelle prime Case dei bambini aveva preso atto in via sperimentale che i bambini sono attratti molto di più dalle cose che dalle parole degli adulti e che, di conseguenza, il maestro non doveva spendersi in lunghe e inascoltate spiegazioni, ma doveva far trovare ai bambini un “ambiente preparato” inteso come attrazione di interesse e quindi di attenzione. In questo modo, il maestro lasciava libero il bambino di seguire e non mortificare quel suo “impulso interiore” caratterizzato dall’incessante ricercare, orientandolo senza forzature (e senza trucchi) nella direzione voluta.
Montessori ci svela qui ancora una volta il significato di bambino libero, che tanto ha fatto discutere. È ben consapevole che “lasciare il bambino libero” non è null’altro che una necessità dovuto alla “natura” delle manifestazioni psichiche. Lasciare il bambino libero non è perciò né un’innovazione né un espediente didattica bensì semplicemente una necessità da cui bisogna partire. La natura del bambino consiste infatti in un’attenzione che incessantemente cerca, passando ininterrottamente da una cosa all’altra un po’ come le api passano assiduamente da un fiore all’altro senza un ordine apparente se non quella fuggevole permanenza in un singolo fiore prima di passare all’altro in un flusso permanente e continuo. La libertà del bambino è dunque un processo naturale che deve fare il suo corso poiché, sono le parole della stessa Montessori, si tratta della “… libertà di vivere, questo è che forma la base di ogni metodo di osservazione sugli esseri viventi”.
Ma poi, come d’improvviso compare uno straordinario miracolo: inaspettatamente quel bambino che in precedenza correva dappertutto e toccava ogni cosa senza soffermarsi su nulla sembra bloccarsi. Si sofferma lungamente a controllare la venatura di una foglia, una formica che fa il suo giro, un oggetto per vedere come funziona, così come un pezzo da incastrare nel suo alloggiamento o una serie di cubi di dimensioni differenti da disporre in ordine progressivo dal più grande al più piccolo.
La molla che fa scattare tutto questo è evidentemente il piacere: il piacere dovuto alla scoperta di una caratteristica che ne fa scoprire il meccanismo e il funzionamento. Dunque, quel vagare incessante del bambino non è casuale ma ha un obiettivo preciso che è quello di provare piacere nel notare e nello scoprire una qualche caratteristica della realtà e, di conseguenza, nell’esplorarlo a lungo per scoprirne i segreti nascosti.
Ed è qui che si innesta quel fenomeno che chiamiamo attenzione e che è generata dalla curiosità e dall’attesa. E che cos’è la curiosità se non il desiderio di sapere qualcosa che, a sua volta, genera un istinto inquisitivo e una tensione emotiva all’esplorazione? L’attenzione è perciò la posizione attiva di chi si pone in situazione di attesa perché si aspetta che qualcosa possa accadere. È dunque il piacere dell’attesa (il piacere di attendersi qualcosa) che dirige l’azione del bambino e la sua mente. È un’attitudine speciale verso le cose esterne, è un irresistibile moto interiore che non va repressa ma potenziata.
Quando un bambino improvvisamente si arresta per concentrarsi su qualcosa significa che ha trovato (o immagina di avere trovato) ciò che cercava. Da un alto, perciò, bisogna riconoscere che il suo vagare incessante e il continuo passare da una cosa all’altra è segno che nell’ambiente non era presente ciò che cerca e lo colpisce, oppure è presente ma non se ne è ancora accorto, e ciò spiega che cosa intende Montessori quando parla di “ambiente preparato”. Dall’altro significa che le cose presenti nell’ambiente devono possedere un ché di attraente, vale a dire delle caratteristiche sensoriali che “che permettano al bambino di intercettarle. È perciò la caratteristica dello stimolo che scatena la fase iniziale dell’attenzione: poi il bambino, perché attratto, attua ciò che Montessori definisce un “… adattamento interiore, psichico”. Probabilmente gli stimoli erano presenti anche in precedenza, ma è solamente ora che avviene il miracolo: “la forza esterna sensoriale (…) bussa e quella interiore (…) dice: apri”.
Esiste in altri termini un punto di cristallizzazione che si presenta quando il bambino è pronto e aderisce liberamente a volentieri all’esperienza che trova nell’ambiente pronta per essere esperita sulla quale polarizza l’attenzione. Montessori racconta uno dei primi casi in cui le era capitato di osservare questo fenomeno: aveva osservato una bambina che aveva ripetuto quarantaquattro volte lo stesso esercizio senza lasciarsi distrarre dalle cose che facevano gli altri bambini. Queste osservazioni la porteranno a dire che tali libere esperienze hanno lo scopo della formazione interiore che il bambino costruisce in assoluta autonomia ed in rapporto con sé stesso. 

 

Conseguenze

Senza dubbio l’attenzione costituisce un punto centrale della pedagogia montessoriana ed è su di essa che si basa l’applicazione del Metodo con particolare riferimento all’impiego dei materiali di sviluppo. Va peraltro notato che le riflessioni montessoriane sull’attenzione sono riprese dalla ricerca psicologica del tempo, con particolare riferimento agli studi di James, a cui Montessori fa esplicito riferimento nel testo.
Più che il significato in sé dell’attenzione le novità educative significative che Montessori introduce riguardano, come abbiamo visto, la preparazione del terreno necessaria per la sua comparsa e la sua conservazione.
È evidente, in primo luogo, il significato della libertà del bambino che ha qui l’evidente funzione di creare le condizioni della curiosità e del desiderio in grado di accendere in lui il sentimento di attesa.
È anche evidente l’importanza dell’ambiente preparato, ossia delle condizioni del contesto volte a facilitare tale processo. L’ambiente (o contesto) è quell’insieme di cose e di eventi che sono correlate fra loro e questo ed è in questo senso che la libertà in un ambiente preparato ha il significato pedagogico di creare le condizioni e lasciare il tempo al bambino di creare una connessione con i materiali di sviluppo e più in generale con gli oggetti della didattica.
Fortemente presente è anche la funzione stessa dell’attenzione: una volta ricevuto lo stimolo sensoriale e una volta attivato il piacere dell’attesa, perché il bambino si concentra ripetendo le stesse azioni per un numero elevato di volte? Quando un bambino cerca di capire come funziona una cosa, cerca di risolvere un problema (di sciogliere un enigma). La scoperta di Montessori, che sta alla base del suo metodo, è il fatto che per effettuare tale scoperta il bambino compie ripetutamente le stesse azioni per un numero indefinito di volte. Il fatto importante è che mentre cerca di comprendere come funziona un determinato meccanismo, ossia come risolvere un determinato problema, apprende anche nello stesso tempo a risolvere via via quel determinato tipo di problemi. In altri termini, nel risolvere un problema per lui singolare sviluppa un certo “intuito” per il contesto di risolvere i problemi di quel tipo. Questo avviene soprattutto nell’apprendimento del linguaggio: Montessori è consapevole che il bambino impara a parlare perché si trova in un contesto di “parlanti” ed è proprio tale contesto che gli permette via via di attribuire significati alle parole, divenendo così capace di risolvere sempre di più e sempre meglio i problemi linguistici apprendendo la lingua attraverso la sua manipolazione. In altri termini, la funzione dei materiali di sviluppo (con la connessa libertà del bambino, l’ambiente preparato e la maestra “discreta”) è essenzialmente quella di creare le condizioni di un’immersione (o concentrazione) in relazione al problema da risolvere.

 

Autoeducazione

C’è un’altra parola che non solo argomenta e giustifica ma rilancia e dà un significato nuovo all’attenzione. Ci riferiamo al termine autoeducazione che non compare direttamente nel capitolo oggetto della nostra riflessione ma che dà il titolo al libro come opera compiuta e contributo sistematico di Maria Montessori sia per tracciare la via della scuola elementare a metodo, sia più in generale per definire in modo più compiuto la sua visione sull’educazione.
Autoeducazione significa che il senso profondo dell’educazione è quello dell’educarsi. La strada principe dell’educazione è quella di educare sé stessi. Ed è un processo che inizia subito con l’inizio della vita di ognuno. La metafora del vasaio che plasma la creta per darle la forma voluta non può essere più lontana dalla concezione dell’educazione di Maria Montessori: non esiste nessun vasaio, semmai il bambino è vasaio di sé stesso, si dà forma progressivamente attraverso le sue esplorazioni e il dialogo che instaura con il mondo che lo circonda.
Con questo libro, inoltre, Montessori riconferma la sua domanda cruciale: chi è davvero colui che educa? Si è soffermata sul ruolo del maestro che è soprattutto quello dell’osservatore discreto che si comporta come lo scienziato sperimentale che formula le proprie ipotesi sui fatti di natura cercando di intercettarli ma senza manipolarli. L’educazione è percepita perciò come un processo naturale che non va ostacolato. E questo mette seriamente in dubbio il significato tradizionale della parola educare. Il suo significato etimologico deriva da verbo latino educere che significa “trarre fuori” e presuppone perciò che vi sia qualcuno che compia l’operazione di dare una direzione al giovane allievo per quanto riguarda lo sviluppo delle sue facoltà dirigendole verso un fine determinato.
Quella del maestro (o del genitore) non è e non deve essere una relazione unilaterale di trasmissione di qualcosa ma è incentrata sullo scambio e su un’azione di comprensione reciproca. E la stessa cosa vale per l’ambiente: preparare l’ambiente significa predisporlo in funzione di un’intesa (di cui il bambino non è ancora consapevole) e di uno scambio (che avverrà puntuale al momento giusto.
Quella del maestro è una posizione di attesa e di umiltà che nello stesso tempo predispone e aspetta che qualcosa si accenda nel bambino un interesse e una conseguente condizione di dialogo. Ciò che si instaura fra maestro e bambino è una relazione di reciprocità in cui tutti escono arricchiti. Formarsi (mai come in questo caso il titolo del libro appare appropriato) significa fare tentativi continui di approssimazione e avvicinamento e l’autoformazione sarà un processo ininterrotto che riguarda l’intera vita dell’uomo.
Senza dubbio per l’acquisizione di un’abilità tecnica occorre un certo “addestramento” ed è questo che la scuola per lo più si appresta a fare. L’autoformazione riguarda tutto ciò che è costitutivo per l’uomo e si configura come un processo interiore in un continuo rapporto dialogico con gli altri.
Ciò che Montessori ci dice è che a ciascun uomo compete l’onere di formare sé stesso e la scuola dovrebbe agevolare questo processo. Diventare uomini è difficile, bisogna essere forti. “E la forte volontà, l’intelletto equilibrato lo avrà l’uomo tanto più, per quanto per quanto la sua vita interiore sarà cresciuta normalmente, organizzandosi secondo le provvide leggi della natura, formando una individualità. (Montessori 2000: 147). E, più oltre: “Offrire, perciò, gli oggetti che corrispondono alle sue tendenze formative, è una necessità per ottenere il risultato che l’educazione si prefigge: cioè che le forze latenti nell’uomo si svolgano con il minimo sforzo e il più pienamente possibile” (Montessori, 2000: 148). 

 

  • Bateson G. (1976) Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi.
  • Buber M. (2018) Discorsi sull’educazione. Roma: Armando. (ed. or. 1953)
  • Gadamer H.G. (2018). Educare è educarsi. Genova: Il melangolo.
  • James W. (1950). Principi di psicologia. Milano: Principato. (ed. or. 1890)
  • Montessori M. (2000). L’autoeducazione. Milano: Garzanti. (ed. or. 1916)

In Momo, Trento: Erikson, 2021-03, pp. 49-54.

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