Accademia Naven
Appunti sulla pedagogia di Maria Montessori
Bambini intelligenti (Autoeducazione VIII)

Nell'ottavo capitolo dell'Autoeducazione, Maria Montessori spiega che è necessario avere cura e coltivare la mente del bambino - che inizialmente si sviluppa attraverso il movimento e alla scoperta del limite, affinché egli possa arrivare sviluppare appieno le proprie potenzialità anche attraverso il pensiero riflessivo.

 

Vorrei iniziare questa riflessione sul tema dell’intelligenza del bambino secondo Maria Montessori partendo dall’affermazione contenuta nel capitolo dedicato all'intelligenza del bambino contenuto ne L'Autoeducazione che così conclude: Non la preoccupazione di “far imparare le cose” al bambino, ma di mantenere sempre viva quella luce in lui che si chiama intelligenza, ecco ciò che deve dirigere le nostre cure (1).
In questa frase troviamo in sintesi il testamento di Maria Montessori sull’intelligenza del bambino e delle necessità di averne cura e coltivarla. In essa troviamo i nuclei essenziali e fondamentali non solo del suo pensiero per quanto riguarda l’apprendimento infantile ma dell’intera impalcatura pedagogica che caratterizza il suo famoso “Metodo sperimentale”: (a) la didattica trasmissiva non deve essere la preoccupazione del maestro, deve anzi essere bandita dalla scuola e (b) la preoccupazione del maestro (e della didattica) deve essere piuttosto quella di “coltivare la mente” del bambino, facendosene carico e avendone cura. Si tratta di un nucleo concettuale di fondo che definisce l’intelligenza evolutiva del bambino. Era già apparso in tutta la sua chiarezza anni prima (nel 1909), quando aveva pubblicato uno dei suoi libri più famosi dopo l’apertura della prima Casa dei Bambini (2), e che sarà ripreso in modo costante anche in seguito.
È inoltre da notare che l’attenzione del capitolo non è rivolto al bambino della primaria come ci si dovrebbe aspettare dal progetto del libro che ha lo scopo di estendere il Metodo, già noto per l’età che va da 2 a 6 anni, anche all’età della primaria. È piuttosto una riflessione sul bambino - per fini dichiaratamente connessi con l’educazione - in quanto tale; peraltro, non tanto sul bambino a scuola, quanto al bambino globalmente nella sua vita.
In che cosa consiste dunque l’intelligenza del bambino? Maria Montessori offre una risposta complessa attraverso un percorso che attraversa una molteplicità di snodi differenti. Vediamoli. 

 

Intelligenza e movimento

Il movimento del bambino, che spesso è interpretato dall’adulto come uno “scarico di energie”, in quando guida per il bambino all’esplorazione del mondo ha una funzione fondamentale nello sviluppo della mente. L’impiego dei muscoli è fondamentale perché attraverso di essi il bambino compie le azioni di ogni giorno che costituiscono la vita pratica. L’agire quotidiano non è altro che quel complesso lavoro psichico che il bambino realizza attraverso il vaglio delle informazioni ricevute dagli organi di senso combinata con la selezione dei movimenti in funzione di uno scopo. La centralità del movimento per lo sviluppo della mente sarà confermata e ribadita anche negli scritti successivi come, ad esempio, quando afferma che “Il movimento è fattore essenziale per la costruzione dell’intelligenza, che si alimenta e vive di acquisizioni ottenute nell’ambiente esteriore. Anche le idee astratte risultano da una maturazione dei contatti con la realtà, e la realtà si coglie per mezzo del movimento” (3).
Che l’attività muscolare (il movimento) sia il fattore fondamentale dello sviluppo della vita psichica risulta evidente dal fatto osservabile che i bambini provano sempre un grande piacere quando si rendono conto di essere capaci di compiere una certa azione ed è anche per questo che vi si esercitano a lungo.
Il movimento è per così dire il motore dell’intelligenza secondo una duplice direzione.
La prima ha a che fare con la progressiva padronanza degli stimoli che gli provengono dai sensi, di cui coglie le differenze e le specificità attraverso la ripetizione. I sensi attraggono l’attenzione spontanea del bambino e contengono una graduazione degli stimoli che egli può esplorare, analizzare e gerarchizzare in modo sempre meno approssimativo e più puntuale.
La seconda riguarda il perfezionamento dei movimenti fini. Vale la pena di ricordare che ogni bambino vive un “periodo sensibile” in relazione al perfezionamento dei movimenti, vale a dire nel quale il coordinamento motorio rappresenta un momento cruciale particolarmente produttivo. Sono le sensazioni che preparano il bambino all’ambiente: sono insieme la porta d’accesso del bambino al mondo che gli sta intorno e la cassetta degli attrezzi che il bambino ha a disposizione per interpretarlo. Passato quel periodo lo sviluppo dei movimenti non avrà quella produttività, velocità e scioltezza dell’età della vita giusta per il loro sviluppo. Si tratta di un momento della vita “speciale” nel quale il bambino “analizza” i movimenti globali e fini e conseguentemente si “specializza” nella loro acquisizione e nella loro esecuzione precisa e funzionale. Il bambino è infatti in grado di “economizzare” i movimenti: diviene via via sempre più capace di selezionare quelli efficaci e di svolgerli con armonia, eliminando ogni movimento goffo o inappropriato. 

 

Intelligenza e velocità

Si dice comunemente che alcuni bambini sono “più svegli” di altri, in cui l’aspetto apprezzato dagli adulti è la prontezza. Gli adulti, in altri termini, considerano la prontezza come un segno di intelligenza e il tempo come una variabile fondamentale dello sviluppo della mente. Valuta sostanzialmente la velocità con la quale la mente si mette in moto. Se la risposta è veloce, significa che anche la mente è veloce. Tuttavia, non si tratta che della velocità di reazione, anche se si tratta di un segnale indubbiamente importante: è la velocità con cui il bambino è in grado di isolare uno stimolo particolare da una molteplicità di stimoli già assorbiti dall’ambiente che lo circonda. Quella della velocità è dunque solamente la manifestazione esterna di un processo interiore più complesso.
Non sempre la risposta più veloce è pertinente o la migliore. Il lavoro del bambino è quello dell’isolamento dello stimolo e la scelta di una risposta basata sulla selezione da una molteplicità di associazioni di idee. Le sensazioni si accumulano le une sulle altre e hanno bisogno di essere ordinate e predisposte armonicamente. Tutto ciò è paragonabile ad una “ginnastica” mentale che consiste nella raccolta di sensazioni che vengono messe in raccordo fra loro a fini selettivi per ricavarne risposte adeguate e pertinenti. La “velocità” dipende perciò dai meccanismi intellettuali attivati dall’auto esercizio, sono il segno di un proficuo lavoro a lungo esercitato e perfezionato a monte. In realtà, dunque, la velocità esteriore dipende da un graduale, accurato e progressivo processo interiore.
Con il linguaggio di oggi diremmo che a noi adulti postmoderni (ma anche l’epoca della Montessori non era da meno) piacciono i bambini rispondenti, i bambini “computazionali”, digitali e veloci come i computer. In realtà, tuttavia, l’uomo è un essere, per rimanere nel paragone analogico e non digitale: ha bisogno di procedere lentamente, di soffermarsi, di rielaborare in modo meditativo. La velocità è insomma semplicemente un segnale esterno che ci piace ma che non per questo è significativo. 

 

Intelligenza e limite

Dietro queste parole, Maria Montessori nasconde una critica, nemmeno troppo velata, su un certo modo di fare scuola che premia la velocità invece della riflessività. La pronta risposta può essere il frutto di una sintesi intuitiva geniale, ma spesso consiste in una semplice riduzione, una restituzione parziale che lascia per strada dei passaggi. La velocità è solo relativamente un segno di intelligenza perché le azioni della mente sono complesse e presuppongono un lavoro che esclude le approssimazioni della fretta.
L’intelligenza di cui parla Maria Montessori non ha a che fare con le domande che presuppongono una risposta pronta. Il fatto è che le domande se le deve fare il bambino stesso e non la maestra. Quest’ultima affianca il bambino per sostenerlo, non per interrogarlo perché è consapevole che l’intelligenza è un processo di costruzione interiore che prende i propri materiali dall’ambiente circostante di vita e di esperienza. La velocità non è da ricercare nella velocità delle risposte ma dal tempo in cui la mente del bambino si mette in moto. La mente veloce è quella che si accende subito quando l’ambiente offre la scintilla giusta, quando una certa esperienza o una determinata sollecitazione incendia la mente del bambino e ne avvia il processo di trasformazione. La velocità della mente che sa trasformarsi è importante in un mondo in un sempre più rapido cambiamento. Perché tuttavia la mente del bambino che si accende non si riduca a un semplice fuoco di paglia, occorre che sia provvista del necessario carburante, che sappia conservare a lungo le braci che la tengano accesa. Più che la paglia è la cenere che sa conservare il calore. In altre parole, è la capacità della mente del bambino di isolare lo stimolo per poterlo analizzare e valutare con calma.
Quando il bambino si concentra in un fatto come quando ad esempio si sofferma lungamente ad analizzare un materiale di sviluppo, lo rivolta per così dire come un calzino, lo esplora da ogni lato per poi individuarne la funzione, per effettuare una selezione fra i molteplici segnali che riceve dalle proprie percezioni sensoriali. Il lavoro della mente è quella di sistemare i troppi stimoli ricevuti passando dal caos all’ordine. Comprendere significa distinguere e distinguere significa circoscrivere, delimitare, demarcare. Sta qui fra l’altro la radicale normalità con la quale Maria Montessori utilizza la parola “libertà”. La mente del bambino è libera non quando si arrampica senza rete di protezione, quando esplora territori che non portano in nessun posto, quando divaga in modo caotico e inconcludente, ma quando sa raccogliere il filo rosso della coerenza interiore e la congruenza dei singoli passaggi. La mente è libera quando non è condizionata dall’esterno ma quando sa trovare da sé i confini all’interno dei quali le cose trovano il loro spazio e il loro senso.
La libertà di scegliere è la circostanza di decidere il “limite” ossia di delimitarne le possibilità estraendone le caratteristiche prevalenti e poi associandone i caratteri che appaiono essenziali. Il bambino non apprende attraverso l’accumulo di nozioni ma attraverso il processo di delimitazione selettiva. Stabilisce i confini all’interno dei quali svolgere il suo lavoro.
La velocità di cui prima si parlava è il fuoco acceso dallo stimolo. In certa misura è ciò che Freud chiama “pulsione”: la pulsione è una spinta che proviene dall’esterno come forza perturbatrice che ha il potere di scuotere l’inerzia dell’organismo vivente. Il bambino, a differenza dell’adulto, è esposto alle sollecitazioni dell’ambiente con straordinaria elasticità che lo spingono al cambiamento e allo sviluppo ma nello stesso tempo, come avviene per ogni organismo vivente, è anche dotato di spinte conservatrici, ossia di adattare a sé tali sollecitazioni in forma attiva. Fa perciò qualcosa di simile alla spugna (vivente) che assorbe l’acqua: ne assorbe una grande quantità ma poi la espelle trattenendo in modo selettivo le sostanze nutritive che le servono. Le sollecitazioni dell’ambiente esterno possono essere “forze perturbatrici” quando sono un intralcio o un ostacolo (potremmo anche dire “tossiche”) quando sono inadatte e destinate a turbare l’equilibrio dell’organismo vivente; diventano nutrimento quando sono in sintonia con l’organismo che le può assorbire e trasformare interiormente facendole proprie. La mente del bambino si auto costruisce nel senso che usa il materiale che proviene dall’esterno (lo “assorbe”) per farlo proprio, cioè per la propria vita.
La natura della mente umana è caratterizzata dall’avere dei limiti nel senso che non può contenere tutto ma ha bisogno di raccogliere selezionando: l’attenzione del bambino si fissa su alcuni determinati oggetti e non su tutti gli oggetti che sono presenti, così come si concentra su alcuni processi della mente e non sulla moltitudine degli atti interiori possibili.
È la concentrazione circoscritta che porta il bambino a un risultato soddisfacente: è una conquista che gli porta gioia. Per questo, come afferma la Montessori, il suo metodo serve essenzialmente per il piacere dei bambini: è il piacere della vita psichica, il godimento della mente che segue alla selezione degli stimoli dell’ambiente, alla concentrazione profonda e alla trasformazione interiore. 

 

Intelligenza e "meditazione"

La parola “meditazione” a prima vista può apparire fuori posto rispetto allo sviluppo dell’intelligenza del bambino. Rimanda piuttosto al lavoro degli asceti e ai religiosi che si sono dedicati a una profonda e forte vita interiore. Per essi la meditazione deve essere una pratica metodica e costante. Maria Montessori utilizza questo termine a proposito dell’intelligenza dei bambini perché “Chi medita, spoglia la propria mente, fino al possibile, di ogni altra immagine, e cerca di concentrarla sull’oggetto della meditazione, in modo che vi restino polarizzate tutte le interne attività: o, come dicono i monaci, tutte le potenze dell’anima”(4).
A ben vedere, le parole che Maria Montessori utilizza a proposito dello sviluppo della mente del bambino richiamano la pratica della meditazione. Per meditare occorre isolamento e silenzio come condizione indispensabile di concentrazione. È la stessa cosa che fa la cellula germinativa che cresce nel buio e nel silenzio del suo involucro.  
Nel silenzio della meditazione c’è l’idea di attesa e di cura interiore intesa come forza germinativa che ha il fine di produrre un uomo migliore.
Ciò che avviene al religioso e al monaco avviene anche allo scienziato e al genio. Volta scopre l’elettricità dall’osservazione fortuita della reazione di una rana morta, Galileo determina la legge dell’oscillazione periodica del pendolo osservando il lavoro di un sagrestano intendo a pulire un grande lampadario, Newton riflette con stupore al fenomeno di una mela che si è staccata dall’albero e gli è caduta in testa. Le grandi scoperte della scienza dipendono molte volte da piccoli fatti e da accadimenti casuali ai quali viene dato loro un senso perché lo scienziato ha saputo isolare un elemento di un’esperienza in sé fortuita. Gli scienziati hanno fatto le loro scoperte che hanno contribuito al miglioramento dell’umanità non certamente perché hanno dato la prima risposta che è venuta loro in mente, ma perché si sono dati tempo, si sono posti in una situazione di attesa cercando, in nome della necessaria esattezza, il valore nascosto di un piccolo fatto selezionandolo dalla ridda caotica degli infiniti altri fatti che continuamente e caoticamente cadono sotto i nostri sensi.
Ci sembra anche che, attraverso questo richiamo alla meditazione come pratica costante dello scienziato come genio che si prende cura del proprio uomo interiore, la Montessori del 1916 dia una spallata ormai definitiva al positivismo. 

(1) Montessori M., (1962) L’autoeducazione nelle scuole elementari, Garzanti: Milano (la prima pubblicazione è del 1916).
(2) Montessori M. (1950). La scoperta del bambino. Milano: Garzanti (La prima pubblicazione – pur con un titolo differente - è infatti del 1909).
(3) Montessori M. (1999) Il segreto dell’infanzia. Milano: Garzanti. Pp. 128-9. (La prima pubblicazione è del 1936).
(4) Montessori M., L’autoeducazione, cit. p. 192.

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