Accademia Naven
Appunti sulla pedagogia di Maria Montessori
Parlando di volontà - (Autoeducazione VII)

Il presente contributo è una riflessione sul capitolo dedicato alla volontà che Maria Montessori ha scritto nell’Autoeducazione. La grande pedagogista coniuga il tema della volontà del bambino con quello del movimento, del lavoro e della libertà anche in relazione al ruolo della maestra.

 

Quello della volontà è un argomento scottante sul quale l’uomo fin dall’antichità si è interrogato e ancora si interroga. È uno dei grandi temi dell’umanità su cui si è innestato, fra gli altri il principio di libertà e la nozione di progresso. Presuppone l’autocoscienza e il principio di libera scelta. Appare sorprendente che Maria Montessori affronti un argomento così complesso - e per di più in riferimento all’infanzia e non all’età adulta – e ne faccia una lettura pedagogica. Che cosa si intende per volontà quando si fa riferimento ai bambini? Ecco direttamente le sue parole. Inizia la sua riflessione – saggiamente – con degli esempi di situazioni nelle quali i bambini vengono a trovarsi affermando che hanno a che fare con la volontà … “Quando il bambino sceglie fra una notevole quantità di oggetti quello che preferisce, […]; quando aspetta che uno degli oggetti del materiale che vorrebbe usare sia lasciato dal bambino che lo tiene […]; quando persiste a lungo con intensa attenzione nel medesimo esercizio correggendo l’errore […]; quando nell’esercizio del silenzio trattiene tutti i suoi impulsi […] egli compie altrettanti atti di volontà” (i corsivi sono nostri).
Per Maria Montessori la volontà è un esercizio permanente, richiede da un lato di superare le tendenze e le abitudini e dall’altro di concentrare l’attenzione. Soprattutto è un processo interiore che riguarda il singolo bambino nel rapporto con sé stesso (e questo è perfettamente coerente con il titolo dell’opera sulla quale stiamo riflettendo: appunto l’autoeducazione). È evidente, perciò, che la volontà non può essere impartita dall’esterno, non può cioè essere imposta e non può dipendere da comandi esteriori. La si può però insegnare, nel senso che l’adulto (la maestra, il genitore) può aiutare il bambino, in un percorso che procede per tentativi progressivi, a trovare quella fiducia in sé stesso che gli permette di fare delle scelte, di avere sufficiente controllo di sé da essere capace di attendere, di avere una motivazione forte quanto basta per concentrarsi in modo persistente su un lavoro che lo interessa, di acquisire sufficiente autocontrollo per trattenere i suoi impulsi e così via.
La volontà è un edificio che si forma lentamente, che richiede si innalzi mattone su mattone con il tempo necessario e con continuità, costanza e perseveranza.
Come si manifesta la capacità di volere nel bambino? Quando si può parlare nei comportamenti del bambino di un atto di “volizione”, differente da altri impulsi e da forme automatiche di azione? Qual è la “spinta” che fa sì che un certo comportamento sia dovuto ad un’intenzionalità specifica e che quindi sia da intendersi come un atto di volontà? Maria Montessori ci indica alcuni criteri di osservazione ai quali fare riferimento. 

 

Il movimento

L’uomo agisce muovendosi: è nel movimento che possiamo individuare singoli atti di volontà. Molte azioni come il camminare, correre, alzarsi e sedersi, prendere e lasciare andare sono atti automatici che ognuno di noi compie senza necessariamente pensarci e senza deciderlo esplicitamente. Ci sono però movimenti che hanno una direzione precisa: sono azioni che hanno avuto una direzione specifica perché la mente li ha voluti preordinare, sono azioni finalizzate ad uno scopo e perciò si può dire che sono volute. Nella giornata del bambino sono tantissimi gli atti che è possibile osservare come appartenenti ad un’azione volontaria ed è evidente che si configurano come una “direzione superiore” dei movimenti, cioè voluti perché orientati ad un fine che si rivelano guidati da una volontà.
L’azione volontaria si vede ancora meglio quando il bambino non fa qualcosa, come quando si trattiene da una reazione istintiva, quando controlla un impulso di rabbia o quando decide di non assumere un comportamento riprovevole o trattiene una reazione disordinata. È allo stesso modo azione volontaria quando invece di agire spontaneamente e sulla base di un impulso istintivo, controlla con cura l’azione per dirigerla in modo dovuto, facendo attenzione a compiere con esattezza una determinata azione. In tutti questi casi il movimento non è spontaneo ma appare guidato da un’intenzione: è il bambino che dirige i suoi movimenti in cerca di un equilibrio scegliendo come agire e decidendo sugli impulsi istintivi che vorrebbero condurlo in una direzione differente. È dunque attraverso l’azione che ogni bambino inizia quel lungo processo che lo conduce al controllo di sé. 

 

Il lavoro

Lo strumento migliore per aiutare il bambino ad esercitare la volontà è il lavoro. L’uomo si costruisce lavorando, dice la Montessori; e il lavoro per il bambino in una situazione di normalità costituisce nello stesso tempo un bisogno irrinunciabile e un’esperienza che lo realizza. Quando è tranquillo e libero fa mille cose, si concentra, si apre a continue e nuove sfide, vuole incessantemente affrontare mille problemi e lo fa con tenace determinazione. Tutto questo per i bambini significa lavoro. Ed è nel lavoro che si esercita la volontà, in cui controlla i propri impulsi in funzione di un fine, oppure supera le sue anche più ostinate inibizioni nella prospettiva di un esito che si aspetta dalle proprie azioni.
Attraverso il lavoro, scelto perché esercitato in una situazione di libertà, il bambino immagazzina i suoi sforzi dando loro una direzione imparando a controllare, a valutare più opzioni, a scegliere e, in una parola, a decidere.
Il lavoro del bambino ha perciò una doppia funzione: conservativa e attiva.
Conservativa, nel senso di serbare e custodire, di prendersi cura degli oggetti perché sa attribuirne loro un valore: i lavori devono essere raccolti e conservati con attenzione, le cose dopo l’uso devono essere riposte al loro posto, la stanza deve essere tenuta pulita e in ordine, così come il proprio abbigliamento deve essere ordinato e pulito.
Attiva, perché si tratta di un processo interiore generato da “un’energia spirituale” incessante il cui scopo è di “produrre l’uomo”. Il bambino attraverso il lavoro compie continuamente azioni coordinate e finalizzate e fa continue esperienze che affina con l’esercizio (che si auto-impone) e lo fa coordinando i propri movimenti, registrando le proprie emozioni e controllando i propri impulsi. E tali esperienze plasmano la sua intelligenza, attivano la sua attenzione ed alimentano altre attività ed esperienze in un processo continuo. In questo modo il bambino obbedisce ad un proprio programma interiore. 

 

La libertà

Senza libertà non è possibile esercitare la volontà. Si tratta però di una libertà che non deve essere esercitata nel vuoto: non significa che il bambino può fare tutto quello che vuole secondo gli impulsi disordinati e caotici del momento. La libertà non deve essere intesa come uno sfogo senza scopo, perché l’ambiente del bambino è irto di ostacoli che ne impediscono il normale sviluppo. Non vi è perciò libertà senza accompagnamento e senza guida. Nello stesso tempo presuppone un lungo lavoro interiore del bambino su sé stesso. Il bambino conquisterà la libertà attraverso il controllo delle azioni disordinate e caotiche attraverso la progressiva conquista dell’ordine che va dalla capacità di muoversi con grazia e precisione, alla conquista disinvolta dei movimenti, alla capacità di muoversi senza urtare gli oggetti e così via. Il bambino libero non è perciò il bambino “che fa quello che vuole” ma che compie uno sforzo continuo per controllarsi e migliorarsi.
È per questo che non bisogna confondere la libertà con l’abbandono: è possibile parlare di libertà del bambino se contemporaneamente non vengono definiti i limiti (si tratta di limiti formativi e non di controllo) entro i quali la può esercitare. Certamente il bambino deve essere lasciato libero dalle intempestive ed inopportune influenze dell’adulto se il suo obiettivo ultimo è quello di permettergli la conquista progressiva del proprio autocontrollo. . Questo perché il bambino può esercitare la libera scelta solo in presenza di un ambiente che contenga i mezzi per l’autoeducazione, vale a dire dei mezzi che gli sono necessari per il suo sviluppo interiore. Ed è anche per questo che libertà significa anche lasciare il tempo al bambino, poiché può realmente e proficuamente esercitare la libertà di scelta quando può prendersi tutto il tempo necessario, quando cioè l’attenzione e la concentrazione rappresentano uno stimolo della formazione interiore.
È per questi motivi che Maria Montessori ha incentrato il suo modello educativo, soprattutto per quanto concerne l’impiego dei materiali di sviluppo, sulla libera scelta: è importante che il bambino scelga liberamente il materiale, vale a dire se ne interessi quando la sua vita psichica è ricettiva in relazione alle azioni da compiere ed alle capacità da sviluppare attraverso le esplorazioni del materiale e le conseguenti azioni che il suo utilizzo richiede; dal canto suo, la maestra è attenta e vigile, pronta a mettergli a disposizione il materiale di cui il bambino manifesta interesse. Per poterlo fare la maestra deve conoscere bene non solo i bisogni del momento del bambino, ma anche il piano interiore che lo fa agire e che lo porta a scegliere quel materiale di sviluppo specifico.

 

La volontà degli altri

Il capitolo dedicato alla volontà contiene, quasi sottotraccia, un’affermazione importante che non deve essere trascurata: “C’è un modo solo per raggiungere il fine: è che il bambino agisca in mezzo ad altri bambini”. Se da un lato la volontà è un processo interiore, dall’altro è destinata ad essere influenzata – nel bene come nel male – dagli altri. Gli altri bambini, in altre parole, contano perché influiscono, condizionano, suggestionano, suggeriscono, fanno da esempio, hanno una funzione indiretta di controllo. In un ambiente preparato e in un contesto ordinato e non confuso, ogni bambino fa nello stesso tempo da stimolo e da equilibratore degli altri bambini. A questa età la volontà è in costruzione ed è costituita da molte azioni che via via vengono raffinate per diventare abitudini acquisite e, in questa direzione, è indiscutibile la forza del gruppo. Se l’intero gruppo dei bambini è concentrato nel lavoro, anche il bambino disordinato e caotico viene via via a trovarsi nella necessità di aggiustarsi al gruppo, coordinarsi in linea con gli altri, a partire dal rispetto del lavoro altrui, così come dall’osservazione delle scelte e delle soluzioni adattate dall’altro. In un ambiente adatto, il bambino forma la sua volontà, vede da sé i confini e i limiti entro i quali deve contenere le proprie azioni, attraverso la costruzione di forme di autocontrollo. 

 

La maestra

Ci sono bambini che amano fare le cose ed altri che preferiscono stare a vedere senza esporsi. I primi corrono il rischio di fare le cose tanto per farle, di muoversi senza un fine e in modo disordinato e caotico; i secondi possono essere bloccati dal dubbio permanente e dall’incertezza. Il ruolo della maestra è perciò fondamentale per la determinazione dei confini delle azioni e delle esperienze. In seguito, progressivamente sarà il bambino stesso che imparerà ad autogovernarsi attraverso la selezione accurata delle azioni pertinenti rispetto a ciò che si prefigge da quelle che non lo sono. L’adulto ha perciò il compito fondamentale di stabilire i confini entro i quali i bambini devono stare, vale a dire le regole, le indicazioni, le procedure, i comportamenti organizzati che si configurano per il bambino come guida sicura. Inizialmente le regole sono esterne ed etero-indotte; saranno poi progressivamente introiettate. Le regole non devono essere semplicemente applicate ma richiedono di essere interpretate, il bambino deve via via assorbirle, farle proprie per poterle adattare a sé.
Una funzione importante della maestra è quello della “discrezione”, della capacità di non essere intrusiva e di lasciare sempre il giusto spazio al bambino nella sua libertà di scelta, di auto esplorazione e di presa di iniziativa. In questo caso tale discrezione non ha il significato di “assenza” o di rinuncia a qualsiasi intervento, bensì all’importanza di intervenire al momento giusto, vale a dire solamente quella parte di aiuto che appare necessaria per permettere al bambino di continuare ad andare avanti da solo e in autonomia.
La maestra sa che la mente in evoluzione ha bisogno di organizzarsi selezionando e distinguendo per fare ordine, distinguendo ciò che è importante o essenziale da ciò che è superfluo o inutile.

 

Il presente contributo è una riflessione sul capitolo dedicato all’immaginazione che Maria Montessori ha scritto nell’Autoeducazione pubblicato per la prima volta nel 1916. Per quanto riguarda le citazioni contenute nel presente scritto si fa riferimento alla ripubblicazione: Maria Montessori (2000). L’autoeducazione. Milano: Garzanti. Il contributo è apparso in Momo 2022/01 Trento: Erickson, pp. 44-49.

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