Accademia Naven
Appunti sulla pedagogia di Maria Montessori
La maestra e la cura

Nella pedagogia montessoriana la maestra si fa carico e si prende cura di ogni bambino sia sul piano del corpo che su quelli della mente allo scopo di avviarlo alla conquista di un’autonomia sempre più piena.

 

Non ci deve preoccupare il sistema educativo, ma il bambino

Maria Montessori, a questo proposito, ci mette in guardia offrendoci un suggerimento interessante e attualissimo: “Non è l’educazione o il metodo o il sistema educativo che deve preoccuparci, ma è il bambino" (1).
Questa affermazione sembra ovvia, ma non è così: vale la pena di non darla per scontata. E senz'altro vero che tutto ciò che facciamo, lo facciamo per il bambino, lo facciamo perché ci sentiamo pienamente dediti a lui. Questo non significa però che noi non siamo, mentre siamo pienamente convinti di questo, sopraffatti da mille cose, caricati di tanti problemi, presi da preoccupazioni diverse che ci distolgono, almeno in parte, dalla figura centrale che è il bambino.
Il bambino, in altre parole, può correre il rischio di rimanere nascosto dietro i problemi dell'organizzazione, dietro il bisogno di fare bene le cose.
Molto probabilmente possiamo anche arrivare a dire che questo non è vero, che noi siamo dediti ai bambini, che ci occupiamo pienamente e incessantemente di loro. Anche qui Maria Montessori ci avverte - ben consapevole che si tratta di un'affermazione poco bene accetta - che, anche se inconsciamente, possiamo essere un "ostacolo" per il bambino.

 

Prendersi cura significa offrire le cure necessarie

L'affermazione è senza dubbio forte: in che senso un educatore o un insegnante può correre il rischio di divenire addirittura un "ostacolo" per il bambino?
Riportiamo le parole della Montessori: "La cosa più difficile ad accettare è che talvolta sono proprio le eccessive cure che impediscono al bambino l'esercizio delle proprie attività, e quindi l'espansione della personalità propria. Chi va ad approfondire tale questione, comprende subito dove risiede il problema. Il bambino deve essere aiutato ad agire, ad esprimersi, ma non deve mai l'adulto agire in vece sua, senza assoluta necessità. Ogni volta che un adulto dà un aiuto non necessario, ostacola la sua espansione [...]".
È abbastanza sorprendente che Maria Montessori abbia sollevato questo problema poco meno di un secolo fa: una distanza enorme fra le condizioni dell'infanzia di ieri rispetto a quelle di oggi. È ancora attuale questa posizione? È un errore? O siamo noi in controtendenza? Senza dubbio, negli ultimi decenni il rapporto di cura si è enormemente sviluppato e affinato rispetto alla cultura dell'infanzia dei primi decenni del Novecento. Siamo autorizzati a pensare che non ci sia confronto fra le cure messe in atto oggi nei confronti dei bambini rispetto all'epoca in cui si prendevano le prime decisioni politiche in merito, soprattutto attraverso l'istituzione su tutto il territorio nazionale dell'ONMI (2).
Siamo convinti che Maria Montessori abbia ragione e che il suo invito sia pienamente valido ancora oggi. Con le nostre migliori intenzioni, vestiamo e svestiamo i bambini, al nido di sovente li mettiamo nel lettino con le sbarre, li mettiamo noi sulla sedia, li imbocchiamo anche quando potrebbero fare da soli, li mettiamo sul passeggino anche quando sanno già camminare. Al momento che riteniamo giusto, frequentemente li mettiamo seduti a un tavolino e vogliamo che imparino le cose che noi gli insegniamo e quando gliele insegniamo.
I nidi e le scuole dell'infanzia montessoriane prestano un'attenzione particolare al ruolo dell'educatrice o dell'insegnante. Dice un poco più avanti nello stesso articolo la Montessori: "L'orgoglio della nuova maestra diventa perciò quello di avere aiutato un bambino a fare senza di lei, di avere preparato le vie al suo andare spontaneo, abbattendo i principali ostacoli che potevano impedirlo [...]".
Avviene, in altre parole, che l'educatrice (o l'insegnante) diminuisce mentre il bambino cresce. È evidente che il rapporto di cura (a partire dall'ambientamento al nido) ha lo scopo di emancipare il bambino, serve a dargli il sostegno giusto nel momento del bisogno, ma subito dopo a lasciarlo andare da solo.
Spesso ci dichiariamo orgogliosi dei nostri servizi per l'infanzia: alcune esperienze del nostro Paese sono diventate famose oltre confine. Vale la pena però non dimenticare che un buon nido o una buona scuola dell'infanzia (così come un buon padre o una buona madre) sa progressivamente prendere le distanze, sa dare l'aiuto giusto ma sa anche essere discreto lasciando spazio al bambino.
Un buon servizio non è quello in cui tutto è programmato e in cui si fa tutto per il bambino. Non dobbiamo dimenticare che gli innumerevoli nostri interventi alla lunga possono costituire un "ostacolo" per il bambino che non lo aiuta nel suo sviluppo. Occorre che chi si occupa di educazione acquisisca la capacità di essere discreto/a, rinunciando un po' al "fare" fermandosi di più a "osservare".
In questo modo facciamo capire al bambino che lui non può fare nulla senza il nostro aiuto, che ha costantemente bisogno di noi e che da solo è destinato ad andare poco lontano.

 

(1)   Questa e le altre citazioni riportate nel presente contributo sono tratte da M. Montessori, L'educazione e il bambino, in "L'Idea Montessori", giu./ lug. 1927, n. 2-3, p. 11 (Il contributo è contenuto in un unico foglio grande). Lo scritto è stato riportato integralmente in G. Cives (a cura di), "Vita dell'Infanzia" (rivista mensile dell'Opera Nazionale Montessori), 7, Anno XLV, settembre 1996, pp. 3-5.
(2)   O.N.M.I. è acronimo di "Opera Nazionale Maternità e Infanzia". È stata istituita nel 1925 (due anni prima della pubblicazione dell'articolo della Montessori) e sciolta nel 1975.

 

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