I bambini esplorano incessantemente gli oggetti in cui si imbattono: li guardano, li toccano li manipolano e in questo modo sviluppano la loro mente. Nella pedagogia montessoriana il rapporto dei bambini con l’oggetto riveste una funzione importante in relazione al lavoro concentrato, all’impiego dei materiali di sviluppo e, non ultimo, le evocazioni che sollecitano sul piano dello sviluppo del pensiero narrativo (o “narrazione”).
Gli studiosi sono concordi nel riconoscere che lo sviluppo della mente del bambino avviene anche grazie all’interazione con gli oggetti e con l’ambiente. Nei primi due anni di vita i bambini e le bambine mostrano una grande tenacia ad organizzare in modo sempre più complesso il materiale che sta loro davanti e che è a loro disposizione. Quando hanno ‘un’idea’ in testa provano e riprovano, cominciano da capo, non desistono. Senza dubbio, anche Maria Montessori ha affrontato, per altro non con poca originalità, questo aspetto. Di più: possiamo affermare che la relazione dei bambini con le cose e con gli oggetti costituiscono il cuore del suo Metodo.
Le azioni di toccare, grattare, appoggiare, lanciare, sollevare, girare, battere costituiscono la premessa delle future azioni concatenate, della localizzazione degli oggetti e dell’analisi delle loro qualità. Come si sa, Maria Montessori aveva recuperato – in parte ripensandoli - i materiali di sviluppo messi a punto dal medico francese Edouard Séguin e li aveva proposti in prima battuta a bambini affetti da gravi compromissioni e in seguito dai bambini normali.
L’uso dei materiali avvia il bambino all’attivazione di due funzioni della mente: quello della concentrazione e quello dell’isolamento.
Il merito di Maria Montessori è stato quello di focalizzare che cosa fanno i bambini quando “lavorano” con alcuni materiali e oggetti “speciali”, che sono cioè stati preparati ad hoc. Gli oggetti presenti nell’ambiente e a disposizione del bambino hanno la funzione di invitarlo ad agire, a raggiungere degli scopi pratici: rappresentano perciò uno straordinario strumento di sviluppo. Quando Maria Montessori parla di “ambiente preparato” attribuisce un’importanza fondamentale agli oggetti messi a disposizione del bambino. Ciò che la grande pedagogista marchigiana vede nel rapporto del bambino normale con gli oggetti è la concentrazione come essenziale e fondamentale processo interiore del bambino. Un termine che la Montessori usa volentieri per indicare la concentrazione è quello della “meditazione” che consiste, come precisa nell’Autoeducazione, nella capacità del bambino di soffermarsi a lungo su una singola cosa, traendone una graduale maturazione interiore. Come avviene per i monaci, continua, concentrarsi significa meditare in silenzio e a lungo, senza distrazioni esteriori, senza lasciarsi sfuggire nessuna impressione. E, sempre come avviene nel caso dei monaci, l’esplorazione è accompagnata dall’umiltà, dalla semplicità, dalla dedizione intensa al lavoro. La concentrazione coincide con l’attenzione a dettagli che altrimenti potrebbero facilmente sfuggire, all’esattezza dei movimenti fini e delle azioni, all’accurato controllo motorio nel caso dell’esecuzione dell’esercizio.
Il termine vuole indicare l’azione del bambino di separare gli elementi pertinenti in base a un criterio: il bambino, in altre parole, riconosce un attributo (una caratteristica) che gli permette di discriminare un oggetto da un altro, distinguendo ad esempio gli oggetti rossi da quelli che non lo sono, dei grandi dai piccoli, dai pesanti dai leggeri e così via. La scelta o l’individuazione di un criterio è importante perché serve per fare chiarezza dal caos percettivo che il bambino riceve dai sensi. L’isolamento è cioè un funzionamento (un modo di procedere) della mente e si configura come una facilitazione per comprendere il mondo. D’altra parte, l’isolamento rappresenta anche un processo tipico della ricerca scientifica: spesso le grandi scoperte sono il frutto della lettura di fenomeni che avevamo sotto il naso e che, una volta note, ci appaiono ovvie, semplici. Il problema è di riuscire a percepire con esattezza per collegare con coerenza logica ciò che si è percepito e trarne delle possibili conseguenze. È il cuore dell’apprendimento.
Il merito di Maria Montessori nella elaborazione del Metodo risiede in gran parte sul suo realismo scientifico. Può apparire sorprendente l’affermazione che il successo del Metodo è dipeso in certa misura dal fatto che la Montessori avesse una formazione iniziale medica e non pedagogica. La sua relativa estraneità della pedagogia di allora le ha permesso quell’approccio e quell’attenzione al metodo scientifico e sperimentale sostanzialmente assente nella pedagogia del suo tempo e che consiste nell’aderenza alla realtà accertata attraverso le evidenze empiriche ed affermando il valore oggettivo della conoscenza nella misura in cui cerca – pur con aspetti problematici – di trovare corrispondenze fra pensiero e realtà.
Vale la pena di notare che, dopo la fase realistico-sensoriale, il bambino – per usare un’immagine della stessa Montessori – una seconda nascita che denomina embrione spirituale e che è caratterizzata dalla maturazione della mente attraverso il superamento della fase più propriamente sensitiva. Il bambino comprenderà presto che non ci sono solo le cose concrete, ma ci sono anche quelle pensate: sono più difficili da afferrare, ma nel tempo finiscono per divenire anche più cogenti e potenti di quelle concrete. Si tratta, in certa misura, di ciò che Piaget ha chiamato rappresentazioni.
Maria Montessori ha sempre cercato, anche se voleva moderarne l’impatto, di non allontanarsi troppo dalla sua concezione scientifico realistica: lo ha fatto – mirabilmente – quando ha corredato di perle di fusi e di catene i principi aritmetici, lo ha fatto quando, attraverso gli alfabetari, ha dato un’impronta sensoriale ad una delle espressioni umane più astratte quale è la scrittura.
In seguito, Jerome Bruner chiamerà questa modalità “mente computazionale”. Senza dubbio in funzionamento della mente del bambino è quello di raccogliere informazioni di dati già stabiliti prestando attenzione a conoscenze particolari e specifiche (il principio dell’”isolamento” ha infatti proprio questa funzione. L’interesse è centrato sulle caratteristiche delle cose e sulla loro organizzazione in rapporto alle altre cose o al contesto nel quale sono inserite. Il prezioso lavoro pedagogico di Maria Montessori è stato quello (anche e soprattutto attraverso l’impiego dei materiali di sviluppo) di fare chiarezza sulle cose e sui rapporti fra le cose eliminando il caos e dissolvendo le ambiguità. Tutto questo, come dice Bruner, porta chiarezza, ma ha il limite della semplificazione.
La seconda nascita della mente, che Maria Montessori chiama “embrione spirituale”: lo sviluppo non segue solo regole secondo un impianto puramente meccanicistico (tipico della fase a predominanza “sensoriale” del bambino), ma la mente si trasforma in una sorta di autopoiesi. È su questa possibilità di variare che si basa lo sviluppo umano: il bambino è attivo nel suo sviluppo attraverso proprie sensibilità che lo orientano e attraverso la sua capacità di assorbire l’ambiente. Per questo tali sensibilità sono così importanti: perché si comportano come energie che spingono a determinate azioni che, nel loro insieme, hanno la funzione della costruzione della mente come unità psichica.
In seguito, gli studiosi chiameranno questo processo della mente come nascita del simbolo. Bruner direbbe che dalla originaria mente computazionale sboccia quella narrativa. Quando la realtà viene rappresentata attraverso un sistema simbolico, la mente inizia a essere in grado di “fare significato” (nel senso che anche lo crea).
Il bambino passa così dal sapere certo a quello possibile e a quello probabile; dalle conoscenze “in sé” passa a quelle contestualizzate, dai saperi assertivi passa gradatamente a quelli problematici. Per usare il linguaggio di Bateson, se inizialmente il bambino facendo quella determinata cosa imparava come si doveva fare, ora, attraverso l’esperienza di fare una cosa, impara a fare quel tipo di cose in generale. L’esperienza dapprima ci fa esperti in una cosa, poi ci rende esperti di quella cosa in generale: imparando a leggere le note si impara a trasferirle sulla tastiera del pianoforte in modo ordinato, ma la musica di Bach o di Chopin non consiste in una sequenza ordinata di suoni. Se inizialmente si eseguivano le note di Bach o di Chopin, in seguito – se si approfondirà molto e si avranno sufficienti capacità - si suonerà Bach o Chopin.
È quello che Bruner chiama “pensiero narrativo”: attraverso la narrazione l'uomo conferisce senso e significato al proprio esperire e delinea coordinate interpretative e prefigurative di eventi, azioni, situazioni e su queste basi costruisce forme di conoscenza che lo orientano nel suo agire.