Accademia Naven
Ombre corte
Il bambino domestico e il bambino apprendista

Ripensando al "curricolo" di Rosa Agazzi.

All’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, superati gli ottant’anni, Rosa Agazzi scrisse una lunga e amareggiata lettera personale alla sorella Carolina che iniziava con queste parole: “La parola metodo mi fa paura”. Eppure, avrebbe potuto dichinarsi soddisfatta perché la sua proposta pedagogica in poco tempo si era diffusa a macchia d’olio e a velocità vertiginosa poiché era stato riconosciuto come modello nazionale e si era diffuso rapidamente in tutto il paese. Rosa Agazzi aveva le sue buone ragioni: che cosa si era veramente diffuso del suo metodo? Come venivano applicati gli insegnamenti contenuti nella famosa “Guida per le educatrici d’infanzia” Il rischio era evidentemente quello della cristallizzazione, vale a dire dell’applicazione non sempre critica dei suoi insegnamenti, senza il filtro della riflessione personale, senza un’attenzione accurata alla contestualizzazione delle scelte educative, senza la giusta attenzione ai principi a cui la sua proposta si ispirava.
Rosa Agazzi era diventata educatrice, quasi sessant’anni prima di quella lettera, in un contesto – quello italiano – caratterizzato dalla frammentazione: l’unità politica ed amministrativa dell’Italia era avvenuta da qualche decennio e Rosa si trovava di fronte ad una molteplicità di culture e di tradizioni che con molta difficoltà convergevano verso una concezione unitaria del paese. Il progetto educativo del giardino d’infanzia di Mompiano prende forma da queste premesse: un’attenzione nuova all’infanzia, specialmente a quella rurale e montana (vale a dire quella maggiormente abbandonata) come premessa di una formazione culturale e tecnica del futuro cittadino, chiamato ad aderire a una patria nuova, e a nuovi ideali di unità e di identità nazionale.
Il merito di Rosa Agazzi è stato quello di dare dignità alla scuola dell’infanzia. Intorno alla fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento il legislatore si era occupato della scuola primaria, mentre l’età precedente (il periodo della vita che va da tre a cinque anni) era interamente lasciata alla disponibilità volontaristica delle persone generose, della Chiesa e di alcuni (pochi) comuni che organizzavano scuole dell’infanzia pubbliche.
Rosa Agazzi si baserà essenzialmente sulla sua conoscenza pratica e diretta degli asili e dei giardini d’infanzia e trarrà spunto dalle insufficienze della pratica educativa quotidiana del suo tempo. Conseguentemente, un giardino d’infanzia efficiente in grado di fare “il bene del bambino italiano” richiedeva:

  • osservazione diretta e attenta degli asili, della loro organizzazione, delle pratiche quotidiane che venivano realizzate al suo interno;
  • un’adeguata preparazione delle educatrici, soprattutto in ambito pratico: dovevano fare del bambino il proprio oggetto privilegiato di studio; dovevano conoscerne le caratteristiche e le attitudini, così come dovevano conoscerne la storia personale, la provenienza famigliare e il mondo culturale di appartenenza;
  • adottare la vita quotidiana come grande strumento di educazione e di formazione: è dalla vita di tutti i giorni, dai piccoli episodi della vita quotidiana, è da ciò che accade ogni giorno ed ogni ora che i bambini desumono le regole della vita, che acquisiscono via via le norme che caratterizzano la vita personale e sociale, è dall’esperienza di ogni giorno che i bambini traggono insegnamenti per la vita futura. 

In questi punti si racchiude la concezione educativa di Rosa Agazzi. Il giardino d’infanzia ha una funzione (diremmo noi oggi: una mission) essenzialmente sociale, di formazione alla cittadinanza. La quotidianità assurge a importante strumento per la formazione del bambino ai più alti valori sociali, morali e civili.
Non solo. Il giardino d’infanzia diviene anche un supporto indiretto per orientare ed aiutare la famiglia che, se vuole, può trarre spunto dalle buone pratiche della vita quotidiana per comportamenti e abitudini che possono essere estese anche nella vita del bambino a casa. La vita quotidiana diventa in questo senso uno strumento potente di educazione. Raccogliere le foglie in giardino in autunno, apparecchiare e sparecchiare la tavola, riporre in modo ordinato i propri vestiti, mantenere pulita la stanza, dare quotidianamente da mangiare agli animali presenti nel cortile, preparare il terreno per la semina in autunno e coltivare l’orto in primavera: erano queste le attività pratiche che Rosa Agazzi proponeva nel suo giardino d’infanzia. Ed erano tutte pratiche che le madri e i padri svolgevano a casa nell’ambiente rurale di Mompiano e che il giardino d’infanzia recuperava nella quotidianità educativa caricandole di significati nuovi attraverso la creazione di una scuola viva, attiva, in cui i bambini erano protagonisti e in cui avevano la possibilità di esprimere le loro potenzialità. La vita quotidiana si configurava in questo senso come un grande processo, nello stesso tempo di auto e co-educazione.
Il compito dell’educatrice è, conseguentemente, quello di “dare forma educativa” alle propensioni fisiche e spirituali dei bambini, affinché arrivino ad acquisire le abitudini che gli servono per il futuro, principalmente attraverso le azioni. È per questo che la giornata educativa del bambino è organizzata sotto forma di una sequenza ordinata di impegni, di doveri e di compiti. Il bambino non deve solo imparare e acquisire delle abilità, ma attraverso di esse, sviluppare la capacità di lavorare, che consiste nel saper organizzare la propria opera, prevederne e pianificarne i necessari passaggi, ed essere capace di portarla a termine. Non si tratta perciò di un fare fine a se stesso, ma di un fare all’interno di un sistema culturale e sociale.
È possibile affermare che Rosa Agazzi nel suo progetto ha privilegiato la formazione di un bambino domestico nel senso che ha promosso una scuola dell’infanzia incentrata per lo più sugli aspetti quotidiani, partendo dall’idea della casa e della famiglia e mettendo al centro gli aspetti di cura del bambino e della convivenza civile all’interno del gruppo. La giornata del bambino è scandita a sua volta dall’ordine, dalle sequenze organizzate delle azioni, dall’attenzione alle relazioni fra pari e fra bambini e adulti. non è un caso che di lì a poco il nome verrà cambiato e il “vecchio giardino” d’infanzia prenderà il nome di “scuola materna”.
Questo non esclude tuttavia che manchino nel suo progetto incursioni finalizzate alla formazione di un bambino anche apprendista, nel senso che Rosa Agazzi non considera il periodo della vita che va da tre a cinque anni come un periodo di attesa della futura scuola primaria. Riconosce anzi un ruolo rilevante alle conoscenze e ai saperi, mira ad una puntuale attenzione alla programmazione ed all’organizzazione delle attività, privilegia l’ambiente circostante come grande “libro di lettura” da cui attingere conoscenze attraverso l’esperienza, promuove lo sviluppo del linguaggio e l’acquisizione dei concetti.
È evidente che le due prospettive (bambino domestico e bambino apprendista) non si escludono a vicenda. L’equilibrio fra le due posizioni appare quasi come un anticipatore di posizioni future (tipiche della seconda metà del Novecento) che ponevano l’accento sul bambino apprendista, puntando prevalentemente sui risultati e su conoscenze puramente formali e non ancorati all’esperienza. L’attenzione alla quotidianità, e quindi all’esperienza di vita del bambino permette un’educazione che tiene conto dei vissuti individuali e del contesto culturale di appartenenza come base sicura per consentire al bambino di affrontare da solo in modo fiducioso i problemi che gli si presentano dinnanzi, come condizione indispensabile per una crescita sana. Le cose che si fanno nel giardino d’infanzia costituiscono un esempio stimolo di ciò che si può fare anche a casa e nello stesso tempo le famiglie possono comprendere come un bambino debba essere accudito, ascoltato, aiutato e sostenuto nel suo processo di crescita.
Non va dimenticato che, per Rosa Agazzi, ogni bambino non è portatore solamente di una cultura che proviene dalla sua famiglia e dal suo ambiente sociale di appartenenza, ma è anche portatore, dentro di sé, di un “germe vitale” che gli permette una crescita personale e autonoma. Il progetto della Agazzi è finalizzato perciò alla conquista di una serie di autonomie personali di carattere pratico e legate alla vita quotidiana che rappresentano la base per la conquista di altre autonomie future. 

È in questa prospettiva che Rosa Agazzi pone l’accento, sul piano personale, su conquiste quali:

  • l’igiene personale perché essere ben ordinati e puliti costituisce un punto di partenza importante per la futura vita sociale;
  • l’igiene fisica, intesa come salute del corpo che si esprime nella vita all’aria aperta, alla valorizzazione dei movimenti globali e fini e in generale al benessere psicofisico;
  • l’ordine inteso sia come capacità di avere cura dei materiali e degli oggetti a disposizione (e questo assume anche il significato di rispetto dell’altro all’interno della vita di comunità rappresentata dall’aula scolastica), ma anche come capacità di organizzazione interiore. 

Sul piano delle conquiste sociali, il giardino d’infanzia è inteso come una comunità in cui è privilegiata la reciproca convivenza e il reciproco rispetto. In questo senso, le acquisizioni più importanti sono:

  • il rispetto degli altri e l’acquisizione di un senso di giustizia attraverso l’attenzione a forme di uguaglianza ed evitando ogni elemento discriminante;
  • il reciproco ascolto: ognuno ha qualcosa di importante da comunicare e ognuno merita di essere ascoltato con attenzione senza escludere nessuno;
  • forme diverse di mutuo aiuto, in cui il più grande ‘adotta’ il più piccolo e lo aiuta ad affrontare i piccoli problemi della vita quotidiana, oppure in cui vige la reciproca collaborazione e il reciproco pieno rispetto;
  • la costruzione di un comune senso di appartenenza attraverso la costruzione di un senso di comunità all’interno del giardino d’infanzia. 

Il bambino di Rosa Agazzi è essenzialmente un bambino operoso, che interviene sulla realtà e sul proprio ambiente e che cresce attraverso il lavoro. Siamo ben lontani dalla concezione del tempo in cui gli asili erano intesi essenzialmente come luoghi di custodia e di assistenza caritatevole in cui i bambini dovevano essere ricettori passivi dell’azione degli adulti che tutto decidevano, tutto predisponevano, tutto facevano.
In quest’ottica un’attenzione importante veniva attribuita alla formazione ed al ruolo dell’insegnante. Da un lato la maestra deve essere dotata di capacità umane profonde che, attraverso la propria sensibilità, il proprio spirito di osservazione, la propria capacità comunicativa, accogliente e tranquillizzante, restituivano al bambino sicurezza e lo mettono in condizione di essere partecipe e attivo. Dall’altro le era richiesto di essere dotata di una professionalità adeguata indispensabile per l’attivazione di un buon processo educativo. Nel complesso perciò la maestra:

  • deve essere dotata di ampia e amorevole disponibilità nei confronti dei bambini;
  • deve possedere capacità pratiche per la preparazione del lavoro e per la predisposizione dei materiali didattici per affiancare i bambini nella vita di tutti i giorni e nelle attività di volta in volta previste;
  • deve essere dotata di una cultura adeguata;
  • deve essere ‘educatrice per tutta la vita’, deve cioè fare dell’educazione una ragione personale di vita. 

Abbiamo detto più sopra che Rosa Agazzi prefigura insieme un bambino domestico e un bambino apprendista. Del primo ambito abbiamo già parlato. Ora ci domandiamo quali le aree dominanti che ha sviluppato e proposto in relazione alle esperienze di apprendimento.
A questo proposito è innanzi tutto precisare che l’Agazzi non elabora un curricolo così come lo intendiamo oggi: suggerisce una molteplicità di esperienze che hanno a che fare con la vita del bambino del suo tempo e che non sono immediatamente traducibili in approcci disciplinari. Ugualmente possiamo rintracciare alcune aree dominanti e ci limiteremo qui, dal nostro punto di vista, ad indicare quegli elementi e quelle direzioni di lavoro che possono essere possibili indicatori per noi e possono avere possibili ricadute nelle proposte e nelle pratiche educative della scuola dell’infanzia di oggi.
Un primo ambito fa riferimento allo sviluppo delle capacità percettive, come la scoperta dei colori, il riconoscimento dei contrasti visivi, la discriminazione dei suoni (ad esempio il riconoscimento delle altezze) e così via. A ciò si aggiungono abilità logico formali come il confronto fra dimensioni diverse di oggetti, riconoscimento di uguaglianze e differenze, azioni di seriazioni, scoperta di simmetrie. Tutte queste proposte non sono collocate in un ambito specifico, ma devono avere il carattere dell’occasionalità: la maestra deve prendere spunto dalla vita quotidiana e dall’esperienza di tutti i giorni per cogliere spunti, richiamare l’attenzione dei bambini su aspetti specifici di ciò che stanno facendo o vivendo, oppure sotto forma di esercizio inventato per l’occasione sul momento.
Un secondo ambito riguarda la lingua. La lingua si apprende ascoltando e parlando. Il giardino d’infanzia è il luogo nel quale “si impara la grammatica senza grammatica”, in cui si apprendono le regole delle parole attraverso un uso sempre corretto della lingua da parte della maestra. Particolare rilievo assumono i racconti e le favole, così come la proposta di poesie e filastrocche in determinate occasioni dell’anno.
Un particolare rilievo nella pedagogia di Rosa Agazzi assume il canto educativo, inteso come educazione all’orecchio (l’ascolto e la discriminazione dei suoni e la discriminazione dei ritmi) e l’impiego della voce (con il conseguente controllo della respirazione.
Molto spazio infine è dedicato al lavoro manuale. Il bambino di Rosa Agazzi è un bambino che soprattutto apprende facendo. La vita pratica, con i suoi problemi che sempre si presentano, è la grande palestra di esercizio del bambino che gli permette di costruire il suo rapporto positivo con il mondo. Particolare importanza assume il lavoro manuale e l’organizzazione delle azioni per svolgere svariati compiti come, ad esempio, curare i vasi dei fiori in aula, l’orto e il giardino all’esterno, la cura degli animali presenti nel cortile, oltre a realizzare piccoli lavori da realizzare in relazione a particolari scadenze annuali. Le azioni dei bambini non sono dunque mai fini a sé stesse, ma hanno sempre uno scopo e questo è il modo, secondo la pedagogia di Rosa Agazzi, di avere sempre il massimo rispetto del bambino. 

Privacy e cookies

© Accademia Naven 2026
info@accademianaven.org
Accademia Naven srl, Piazza Venezia n. 6
38122 Trento. P. Iva 02708610221