Accademia Naven
Il nido d'infanzia nel sistema educativo
Bambini seduti
Se i bambini stanno troppo seduti durante la giornata al nido

Come facciamo ad accorgerci se i bambini stanno troppo seduti? come facciamo ad accorgerci che - caso mai - siano noi stessi a tenerli troppo seduti? Una manifestazione di disagio dei bambini si trasforma in un’occasione di una riflessione sul tema dell’osservazione sul benessere dei bambini e sul miglioramento delle routine.


È facile "vedere", ma è difficile "guardare"

Vedere significa rendersi conto di ciò che più o meno inconsapevolmente ci passa davanti agli occhi. Accade più volte nel corso della giornata che il nostro sguardo vaghi per la stanza al solo scopo di rassicurarci; l’occhio percorre gli spazi in modo automatico come fa il radar. Serve per rassicurarci che tutto è a posto, che tutto è tranquillo che non ci sono novità che ci possano allertare o preoccupare. Quasi che l’assenza di qualsiasi cambiamento, la quiete e il mare calmo costituisca la quintessenza del benessere del bambino al nido. La convinzione nascosta è che se nulla cambia significa che tutto è a posto e quindi non ci si deve preoccuparci di nulla.
Guardare è invece un’azione intenzionale, suppone che sia preventivamente presente una domanda. E le domande non arrivano da sole: solo raramente emergono spontanee e solo qualche volta sono il segno non sempre immediatamente percepibile di un problema o di un’emergenza. Ci poniamo delle domande quando diveniamo consapevoli di un problema da risolvere, di una decisione da prendere, di un cambiamento da apportare. Per questo porci delle domande è difficile perché presuppone che dobbiamo cambiare un nostro comportamento, un nostro atteggiamento o anche l’organizzazione che con grande cura e fatica abbiamo messo in piedi. Presuppongono un giudizio e una messa in discussione di un assetto, un’abitudine, una routine data per scontata, di una situazione che, poiché ci va bene così com’è, non siamo spontaneamente disponibili a mettere in discussione. 


Vedere e guardare

È quello che ci è accaduto qualche settimana fa. Un’educatrice, in occasione di uno dei nostri incontri è andata senza preamboli direttamente al punto:
-       Io e la mia collega di stanza pensiamo che i bambini stiano troppo seduti durante la giornata. Basta poco a creare il putiferio. Si sono alzate le barricate. L’irritazione, a stento trattenuta ha coinvolto l’intero gruppo. E la coordinatrice e il pedagogista che fanno? Che cosa può vedere il pedagogista che passa ogni tanto a dare un’occhiata? 
-       Vediamo i bambini del nido ogni giorno per l’intera durata dell’anno – è stata più o meno la risposta -. Conosciamo i bambini uno per uno, ognuno con le proprie caratteristiche e con le proprie specificità. Sappiamo tutto di ognuno di loro e sappiamo molte cose anche delle loro famiglie. I tempi dei bambini sono quelli giusti. I bambini stanno bene così.
Il sasso nello stagno era comunque gettato. La discussione prendeva inizio. Per affermazione o per negazione l’argomento è entrato comunque nel gruppo all’attenzione del gruppo. Ognuno ha espresso la sua opinione su come vedeva la questione, se era vero o se non lo era, se la cosa rappresentava un problema oppure no, che cosa significava stare seduti, e poi, via via, che idea avevamo della libertà del bambino e fino a che punto un’educatrice deve concederla in rapporto alle età del bambino ed alla situazione del momento. Le acque si sono calmate e gli animi acquietati all’emergere di una parola. Nel fluire della discussione era uscita più volte la parola “concedere”. Dunque, siamo noi che “concediamo” al bambino di muoversi? La libertà del bambino si configura come una nostra concessione? Abbiamo dovuto interrogarci sulla nostra idea di libertà del bambino e non è stato facile venirne a capo, finché – dopo una fase non breve di discussione e confronto – è emersa una sorta di definizione sulla quale ci siamo trovate tutte d’accordo. Il fatto è che se da una parte la libertà del bambino non solo è legittima ma fa parte anche del nostro credo pedagogico, dall’altro è indubbio che i bambini hanno bisogno di protezione e devono ricadere in ogni momento sotto la nostra vista. La loro libertà ricade pienamente sotto la nostra responsabilità.
Abbiamo convenuto che era vero e cioè che, come bene ha osservato Emmi Pikler nella sua lunga esperienza al centro Lóczy, il bambino deve essere lasciato pianamente libero nello spazio che abbiamo predisposto per lui per lasciarlo “in sicurezza”: all’interno di esso è libero di fare ciò che vuole ed il nostro intervento non deve mai essere intrusivo, mentre al di fuori di tale spazio ogni cosa che succede deve avvenire sotto il nostro controllo diretto. In questo modo, la libertà ha dei confini precisi ed è la stessa cosa per i controlli che ricadono sotto la nostra responsabilità.
Questo ci ha permesso anche di dire che i confini, oltre allo spazio, riguardano anche il tempo: ci sono momenti della giornata in cui le azioni dei bambini sono governate da noi ed altri momenti in cui sono libere. 

Raccogliere le informazioni

Ho chiesto loro di esprimere semplicemente come a loro avviso stavano effettivamente le cose in relazione ai diversi gruppi di bambini. È qui che è scattata la molla e le educatrici hanno iniziato a porsi le loro domande:
-       È vero che i bambini stanno troppo seduti durante la giornata?
-       Quali differenze dobbiamo prendere in considerazione fra i più piccoli e i più grandi?
-       C’è una misura giusta, un tempo giusto?
-       Quali sono i momenti della giornata in cui i bambini stanno più seduti? Il pranzo? Lo spuntino del mattino? Il momento delle attività tranquille alla sera in attesa dell’arrivo dei genitori?
-       Come si può fare per “misurare il tempo” in cui i diversi gruppi stanno seduti nel corso della giornata?
Di comune accordo tutti hanno avvertito la necessità di mettere ordine a queste domande senz’altro interessanti, ma uscite un po’ alla rinfusa ed alle quali non era perciò possibile rispondere in modo accurato. Vi era la necessità di affrontare il problema adottando un approccio maggiormente “scientifico” che permettesse di arrivare a risposte sufficientemente certe.
Le domande sono diventate perciò le seguenti:
-       Al mattino all’entrata ci capita di tenere seduti i bambini che arrivano per primi in attesa dell’arrivo degli altri?
-       Lo spuntino del mattino, che di solito inizia intorno alle nove, quanto dura? Possiamo chiamarlo “spuntino”, inteso come consumazione veloce o è qualcosa di più?
-       Le attività della mattina in quale misura vengono proposte “intorno ad un tavolo”, vale a dire quanto mediamente chiediamo ai bambini di effettuare un lavoro seduti?
-       Il pranzo quanto tempo mediamente dura?
-       Le attività pomeridiane come sono organizzate fra libero movimento e lavoro tranquillo che prevede che i bambini siano seduti al tavolo?
-       Quanto tempo dura la merenda finale?
-       Come organizziamo il momento del commiato?  Dove sono mediamente i bambini in attesa dell’arrivo dei genitori?
Ci è sembrato un buon modo di cominciare, purché ognuno avesse continuato a comportarsi come era normalmente abituata a fare, senza cambiare i tempi rispetto alle nostre tradizionali abitudini perché condizionati dalla necessità di raccogliere i dati. Come organizzare il lavoro? Chi doveva fare che cosa? A qualcuno è venuto in mente di consultare un libro che abbiamo avuto a lungo fra le mani per un certo periodo e che offre esempi di lavoro che si avvicinano molto al nostro obiettivo (Fontaine, 2017).  Il risultato è stato di mettere a punto la seguente scheda da compilare due volte in due giorni della settimana. Nel corso della discussione non è mancata qualche riserva alla proposta, in quanto ognuna avrebbe potuto condizionare i dati modificando i tempi rispetto alle abitudini tradizionalmente messe in atto. Ma il gruppo di lavoro ha convenuto che i dati raccolti sarebbero stati unicamente a nostra disposizione e che perciò l’eventuale inganno avrebbe riguardato esclusivamente noi stesse.

Tabella 1. La giornata del bambino al nido: quanto tempo i bambini stanno seduti durante la giornata?
Data della compilazione _______ Educatrice incaricata per la compilazione _____________ 

Momento della giornata dalle alle
Entrata al mattino    
Colazione o spuntino del mattino    
Le attività della mattinata    
Il pranzo    
Periodo del riposino pomeridiano    
Attività pomeridiane fino al commiato    

Il gruppo di lavoro era anche consapevole che la compilazione della scheda se da un lato non era certo che potesse dare informazioni che già non fossero note, avrebbe dall’altro quanto meno rappresentato un riscontro di ciò di cui eravamo convinte. Tutt’al più avrebbe trovato una conferma di ciò di cui già le educatrici eravamo convinte. Abbiamo perciò atteso che i dati venissero raccolti.
Dopo un paio di settimane i risultati erano pronti e li abbiamo sintetizzati nello schema qui sotto riportato.

Tabella 2. Bambini seduti nei diversi momenti della giornata espressa in minuti

  Piccoli Medi-grandi
Entrata del mattino 0,00 0,30
Colazione o spuntino del mattino 0,40 0,34
Durante le attività della mattinata 0,50 0,30
Durata del pranzo 0,50 0,45
Durata della merenda pomeridiana 0,38 0,32
Durante le attività che precedono il commiato 0,00 0,38
TOTALI 178 (= 2,58 ore) 209 (= 3,29 ore)

Dunque, una verità c’era: i bambini stanno seduti più di quanto come pensavano. I dati raccolti hanno messo il gruppo di lavoro nelle condizioni di dover ripensare l’organizzazione. Andava anche considerato che la durata maggiore di permanenza seduti dei bambini più grandi si spiegava con il fatto che i più piccoli, con una motricità globale ancora non ben sviluppata potevano essere più facilmente posti sul tappeto a terra senza che ci dovessimo aspettare spostamenti significativi. 

Oltre i numeri 

I dati raccolti non hanno aiutato a prendere decisioni condivise. È stato analizzato ogni momento della giornata e alcune e una parte delle educatrici è rimasta nella convinzione che tutto il tempo in cui i bambini erano seduti era un tempo necessario e perciò le cose dovevano rimanere così com’erano. In seguito, le due educatrici di un gruppo di bambini, in accordo con le altre colleghe del nido, hanno ripreso in video alcuni momenti della vita quotidiana al nido nei momenti in cui i bambini stanno seduti. La discussione che è seguita alla proiezione del filmato è stata accesa. Il sospetto che i lunghi spuntini del mattino, i lenti pranzi, le prolungate merende pomeridiane possano essere dovute più ad un bisogno pur inconsapevole degli adulti che a un’esigenza dei bambini si è fatto lentamente strada nella mente di ognuno.
Dunque, potrebbe trattarsi di un sistema di scelte che, più che ai bisogni dei bambini, sembra nascere dalla necessità che l’adulto ha di tenere sotto controllo la situazione. È una condizione necessaria, è una necessità dettata dalla vita comune. Quando abbiamo i bambini sono tutti seduti intorno al tavolo l’educatrice ha il pieno controllo la situazione, e questo è rassicurante. Sono tutti riuniti intorno a lei e ognuno aspetta il proprio turno per ricevere la fetta di mela o le due dita di thè nel bicchiere; se ne desidera ancora aspetta che l’educatrice faccia il secondo giro e così via. È il momento della tranquillità piena in cui, non vi è nulla che debba rincorrere.
È difficile mettere in discussione certe convinzioni radicate, non piace che aleggi - se non proprio il sospetto, anche solo l’impressione – che vi sia un capovolgimento della situazione, che cioè gli adulti attribuiscano ai bambini una necessità che invece in realtà è loro. È importante però che il gruppo di lavoro sappia raggiungere  una lucidità consapevole. Questo equivale ad ammettere che non sempre la realtà è come appare a noi, che vi può essere qualcosa che non abbiamo visto o che non siamo stati capaci di vedere. È una verità che quando l’educatrice ha i bambini intorno sta meglio, è meno preoccupata, sente di avere meglio sotto controllo le situazioni, le sembra di conoscere meglio i bambini.
Eppure, dall’osservazione delle video registrazioni era possibile notare, se si voleva, più di qualche indizio: bambini che tentavano di alzarsi ed educatrici che li hanno amorevolmente invitati a stare seduti, bambini che si mettono in ginocchio sulla sedia e che l’adulto invita, sempre amorevolmente, a mettersi composto. E soprattutto bambini che attendono pazientemente che di avere il via libera, bambini che attendono  e un po’ si annoiano, che giocano con il bicchiere, che versano un po’ di thè, che chiedono una fetta di mela e poi non la vogliono. E soprattutto bambini che aspettano ed accolgono con visibile piacere l’annuncio che è il momento di alzarsi.
Occorre ripensare il tempo, rinunciare ai nostri tempi ed intercettare meglio il loro, senza dimenticare che è diverso per ognuno. Dietro a questi comportamenti di noi adulti permane un problema di fondo che è quello di una certa omologazione. Ogni bambino è diverso dall’altro, ognuno ha il proprio ritmo, il proprio stile e le proprie inclinazioni. A rigore di logica non deve essere considerata per forza una necessità educativa che tutti facciano la stessa cosa nello stesso momento. Nella vita di comunità le pratiche comuni sono fondamentali. Resta il problema di decidere il confine fra vita di comunità e omologazione.
Il rischio è di sostituire inconsapevolmente i ritmi dei bambini ai nostri ritmi, ai loro tempi i nostri tempi. Le routine sono importanti ed è importante che le cose vengano fatte senza fretta. Ma la nostra lentezza non sempre e non necessariamente corrisponde ai necessari e legittimi tempi del bambino. Da un lato pensiamo all’autonomia del bambino lasciandogli il tempo di afferrare il bicchiere del thè o di maneggiare la tazza in cui è contenuta la frutta del mattino e nel frattempo lo teniamo inchiodato lungamente al tavolo sul quale impara ad utilizzare in modo autonomo gli strumenti legati all’assunzione del cibo. Inoltre, per compiere tale operazione di conquista dell’autonomia aspettiamo con pazienza che il bambino impari ad utilizzarli secondo i suoi tempi, mentre gli altri - che già sanno utilizzare tali strumenti oppure che al momento il problema non si pone perché è ancora troppo presto - debbono aspettare inattivi.  In nome dell’autonomia dei bambini corriamo il rischio, come dicevamo, inconsapevole, di sostituirci ai bambini, nel senso di sostituire al loro tempo il nostro. 

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