Accademia Naven
Il nido d'infanzia nel sistema educativo
(5.3.) - Le relazioni multiple

L'attaccamento ha una funzione fondamentale nello sviluppo umano e i bambini sono capaci di costruire relazioni molteplici e di legarsi per le pratiche di cura a figure di riferimento diverse oltre ai genitori che permettono loro di vivere una vita buona (ossia in uno stato di agio e di benessere) ed esperienze dense e forti. 

La capacità “adattiva” dei bambini

Non v’è dubbio che le scelte attuate intorno agli anni Settata ed Ottanta del secolo scorso sono state importanti ed hanno permesso al nido d’infanzia di passare rapidamente da una concezione per lo più assistenziale ad un’altra più attenta agli studi della psicologia dello sviluppo e maggiormente fondata sul piano pedagogico.
Osservando a distanza di tempo, le scelte di quegli anni riflettono una nuova sensibilità nei confronti dell’infanzia, caratterizzata da un nuovo sentimento sociale, ma anche dalla nuclearizzazione della famiglia, dall’organizzazione del lavoro, dai progressi della medicina e della ricerca psicologica e, non ultimo, dal riconoscimento delle competenze infantili. La conseguenza diretta è stata di una nuova preoccupazione materna e da una nuova attenzione agli stimoli emotivi e sociali nei confronti del bebè. L’infanzia assume un valore ed un significato nuovi.
È inevitabile perciò che in tale contesto si facesse riferimento alle teorie ed agli studi del momento. Spiz (1973), come più sopra abbiamo detto, è stato forse il primo ad aver osservato come i bambini separati dalla madre con cui avevano avuto una relazione positiva dopo i sei mesi di vita mostrassero comportamenti depressivi.  Deriva essenzialmente da qui la deduzione che l’interruzione della relazione doveva essere intesa come qualcosa di drammatico per i bambini.  Sulla stessa scia si è mosso anche Bowlby e altri: si trattava di una constatazione importante, perché emergeva in modo chiaro la consapevolezza del collegamento fra le deprivazioni nell’infanzia e il benessere nell’età adulta.
Senza negare tali rilevanti scoperte, vale tuttavia la pena di non dimenticare che quelli di Spiz, Bowlby e Ainsworth non erano gli unici studi sull’argomento. Coesisteva una letteratura che affrontava il problema anche da altri punti vista che all’epoca hanno goduto di una minore considerazione. Non sono mancati studiosi che hanno espresso punti di vista diversi. Bowlby fonda la sua teoria su bambini differenti rispetto a quelli di oggi: il suo campione di analisi riguardava un gruppo pur ampio di bambini gravemente deprivati dell’immediato dopoguerra. Mary Ainsworth aveva effettuato le sue osservazioni in un ambiente culturalmente molto diverso (l’Uganda), inoltre alcuni si sono chiesti se era sufficiente un’osservazione di venti minuti per collocare un bambino in una delle categorie predisposte allo scopo.
Nello stesso periodo, ad esempio, Bruno Bettelheim studiava i disturbi psichici infantili con particolare riferimento alla riduzione dell’ansia ed alla necessità di creare un ambiente di vita rassicurante, in grado di alleviare il più possibile la sensazione di isolamento (Bettelheim, 1967). In seguito, in uno studio sulla vita in un kibbutz israeliano, si interrogherà sull’accudimento del bambino in un contesto comunitario, sottratto all’esclusivo rapporto genitore-figlio e si esprimerà in termini positivi su tale esperienza caratterizzata da una genitorialità plurale (Bettelheim, 1977). In tale esperienza, i legami deboli con la figura di riferimento (deboli in quanto un numero limitato di adulti si occupavano, durante la giornata, di un numero elevato di bambini) venivano almeno in parte suppliti da un legame forte fra pari, il tutto senza conseguenze negative apparenti.
C’è poi anche chi ha messo in campo l’ipotesi degli attaccamenti multipli (Puerrehumbert, 2009): secondo questa posizione il bambino molto piccolo sarebbe in grado di legarsi ad una polivalenza di figure (come ad esempio il padre e i nonni) e non solo ad una (la madre). Secondo questa idea, il bambino non sarebbe monotropico, come sembra pensare invece Bowlby, vale a dire non instaurerebbe un legame affettivo con una sola figura di attaccamento, ma sarebbe in grado di instaurare attaccamenti multipli, senza per questo rinunciare ad una figura privilegiata. Il fatto che un bambino possa entrare in angoscia di fronte ad una situazione nuova ed a lui sconosciuta, oppure di fronte a una figura estranea non significa, infatti, che non possa intrecciare una pluralità di legami affettivi di una certa stabilità.
Per comprendere meglio questo fatto possiamo far riferimento, per analogia a ciò che avviene in natura. In alcuni casi, i piccoli non hanno nessuna possibilità di vivere in assenza della madre. In molti casi tuttavia l’allogenitorialità si rivela una uno strumento efficace per la sopravvivenza. Konrad Lorenz ci ha spiegato che l’imprinting non avviene per forza nei confronti della madre biologica, ma verso la prima figura con cui il pulcino o il cucciolo hanno a che fare. In altre comunità etologiche la madre può essere sostituita nel rapporto di cura (temporaneamente o, in caso di necessità, in modo anche permanente) dal gruppo delle femmine del branco. Qualcosa di simile avviene anche in ambito umano.
Vale la pena di considerare che occorre prudenza nel considerare l’imprinting come un modello utilizzabile tout court anche in ambito umano; siamo più propensi a ritenere che possa essere inteso come una “metafora” di un processo che è in realtà assai più complesso rispetto a quanto avviene in natura presso alcune specie di uccelli o di mammiferi. Inoltre, se guardiamo i bambini, alcuni sembrano essere più monotropici di altri, nel senso che orientano il loro attaccamento ad una figura privilegiata che vorrebbero unica. Altri invece, sembrano più disponibili ad una molteplicità di attaccamenti, senza poi che, diventati adulti, si possa affermare che gli uni siano più problematici degli altri. Si assiste, in altri termini, a una varietà di comportamenti a fronte di situazioni di partenza per lo più simili.
In secondo luogo, hanno un loro peso indiscusso anche le culture. Possiamo forse pensare che non sia un caso che gli studi sull’attaccamento siano nati quando le famiglie (almeno in Europa) si avviavano ad essere mononucleari. E’ sufficiente guardarci indietro di due o tre generazioni per riconoscere che la famiglia normalmente più diffusa era quella allargata, composta di molti figli e altri parenti, in cui accadeva frequentemente che i bambini più piccoli venissero allevati per lo più dalle sorelle più grandi, o dalle zie più giovani, o anche dalle nonne. Vale inoltre la pena di non dimenticare che al di fuori del mondo occidentale vi sono concezioni diverse della famiglia e, di conseguenza, anche l’attaccamento (e le soluzioni da mettere in campo) hanno un significato diverso. 
Resta inteso che, almeno nella nostra realtà, il numero degli adulti che si occupa del bambino piccolo è limitato e costituisce per lui un bene prezioso da non sottovalutare: questo però non significa che si tratti di una figura unica, né significa che una pluralità (pur ristretta) di figure di riferimento diminuisca o riduca la funzione di “base sicura”. Una condizione importante è che le diverse figure siano in grado di avere forti omogeneità di stile, dovrebbero cioè basarsi su uno stesso modello di cura e questa considerazione apre evidentemente un altro capitolo, che è quello della condivisione nel rapporto di cura. 

Pratiche di cura non genitoriale

Il nido d’infanzia si è avvantaggiato fin dalle origini con l’eredità di Bowlby ed i successivi studi sull’attaccamento. Anche oggi non sembrano esserci teorie differenti dotate di altrettanta sistematicità, chiarezza e rigore (Pierrehumbert, 2009, p. 125). Semmai, alle ricerche si sono aggiunti i saperi dell’esperienza di anni di pratica di nido d’infanzia in molte realtà anche assai diverse fra loro.  L’elemento significativo è infatti proprio questo: le ricerche sull’attaccamento si sono basati sullo studio della relazione madre-bambino, mentre il rapporto di cura al nido si basa sulla relazione educatrice-bambino.  Si tratta però della stessa cosa?
Ciò che sappiamo è che in generale le cure delle educatrici al nido hanno per lo più lo stesso effetto di quello della madre, hanno in genere le stesse caratteristiche rassicuranti. Dipende ovviamente dalla qualità delle cure praticate e dall’empatia che riesce ad instaurarsi all’interno della nuova coppia (bambino ed educatrice). È un problema, in altri termini, in cui ha rilievo soprattutto la qualità del rapporto, vale a dire la qualità dello stile emotivo di cui tale rapporto si nutre. 
Non per questo intendiamo dire che nido sia una casa sostitutiva; è un luogo (una comunità nella quale prevalgono le relazioni fra pari) nel quale è possibile vivere esperienze diverse, molto differenti da quelle che si vivono in famiglia. Una conseguenza ovvia è anche che l’educatrice non è una madre sostituta. Questo non significa negare un fatto importante: la funzione dell’educatrice come figura di riferimento costituisce un ruolo caratterizzato dalla prossimità emotiva rispettivamente con il nido e la sua famiglia (Elfer P., Gosdshmied E. Sellek D., 2010). Svolge dunque una funzione di garanzia, considerata importante, soprattutto nei primi tempi.
Si può affermare che la figura di riferimento si basa sulla capacità della persona adulta di offrire cure specifiche e non generiche, caratterizzata dall’attenzione alle caratteristiche specifiche, alle abitudini ed alla sensibilità di ogni singolo bambino. I bambini riconoscono le differenze nel modo di essere accuditi, taccati, manipolati, spostati, accarezzati, ecc. È un rapporto di cura che per l’adulto non ha solo una valenza fisica, diviene, di necessità, un abbraccio mentale.
Si tratta di un ruolo molto vicino a quello materno ed inevitabilmente destinato ad essere molto coinvolgente (Elfer P., Gosdshmied E. Sellek D., 2010). La figura di riferimento non può avere un ruolo troppo distaccato (potrebbe ad esempio ricevere un giudizio negativo dalla famiglia, o almeno destare qualche preoccupazione), ma nemmeno troppo vicino o implicato (potrebbe mettere la famiglia per ragioni opposte).
È un ruolo che non si può improvvisare e non può basarsi sul buon senso, ma richiede molto equilibrio e controllo di sé. Altrimenti si può correre il rischio che i bambini diventino troppo intimi dell’educatrice e questo comporta un disagio se quest’ultima deve staccarsi da qualcuno di loro, ma soprattutto diventa un problema per i bambini in caso di una sua assenza. L’adulto non è mai, infatti, totalmente e permanentemente a disposizione del bambino, nemmeno quando si tratta della madre. E, nel caso della figura di riferimento, può insorgere la tentazione, pur involontaria, di sentirsi insostituibile, oppure il bambino stesso potrebbe arrivare a sentirla tale. È importante invece che la figura di riferimento primaria sia sostituibile in caso di necessità. Senza contare che un attaccamento prolungato ed esclusivo può apparire per qualche famiglia, come dicevamo, come una minaccia (Elfer P., Gosdshmied E. Sellek D., 2010).
Si tratta evidentemente di un elemento cardine che determina la qualità educativa del servizio: è un punto nevralgico dell’organizzazione del servizio con cui è necessario prestare la massima attenzione. Ed è qui che si possono incontrare delle differenze anche significative fra un modello e l’altro. Se da un lato è assodato che la figura di riferimento è irrinunciabile, è dall’altro evidente che esistono molti modi (e non per forza tutti buoni) di giocare tale ruolo.
In contesti differenti sono state adottate modalità organizzative diverse ed è osservabile un panorama assai variegato.
Se prendiamo in considerazione un caso estremo (che abbiamo già citato, si veda la figura n. 2 e il grafico n.2) è evidente che si tratta di un modello che tende a sottovalutare o a ridurre al minimo il ruolo della figura di riferimento. Non è necessario spendere molte parole: appare evidente che non si tratta di un buon servizio. Questo tipo di organizzazione tende più che altro a rispondere ai bisogni degli adulti: le figure che ruotano intorno ai bambini sono troppe e non possono garantirgli quella stabilità e sicurezza affettiva di cui avrebbe bisogno.
È sicuramente preferibile il caso opposto, rappresentato da una figura di riferimento stabile e permanente, come si vede ad esempio nella figura 1 e nel grafico n.1. In questo caso è evidente la stabilità della figura di riferimento che ha la possibilità di prestare attenzione ad un certo numero di bambini, sempre gli stessi. I legami potranno via via consolidarsi e rendersi sempre più saldi.
È tuttavia necessaria una certa flessibilità nel tempo. Nella fase dell’ambientamento la figura di riferimento svolge un ruolo indubbiamente importante, ma in seguito le situazioni possono cambiare, è possibile fare scelte organizzative più flessibili. La stessa figura di riferimento che accompagna gli stessi bambini per tutto il tempo di permanenza al nido d’infanzia può presentare anche dei risolti ambigui.  Si tratta di un’interpretazione schematica del ruolo della figura di riferimento, come se i bambini non crescessero e come se nel nido non vi fossero dei cambiamenti evolutivi.
Nei casi estremi in cui si prevede un’interpretazione rigida della figura di riferimento (si può pensare ad una situazione in cui “ogni educatrice ha i suoi bambini” e crea con loro un’intimità specifica), può correre il rischio di impoverire l’esperienza di crescita dei bambini, soprattutto nel caso vi fosse scarso confronto e scarsa condivisione.  La stessa cosa può valere per il gruppo dei pari, se anche per i bambini fosse previsto poco scambio, scarsa interazione con gli altri gruppi e così via.
Per questi motivi è importante la realizzazione progressiva di un’intensa rete portatrice di significati affettivi, emotivi e culturali che diventa via via più ricca e complessa. La figura di riferimento può senz’altro rimanere come una persona ‘speciale’ con la quale il bambino ha avuto un rapporto intenso e che progressivamente ha saputo staccarsi e consentirgli di esplorare il mondo (sia sul piano relazionale ed affettivo, sia su quello sensoriale e cognitivo) che gli sta intorno. Si tratta però di un rapporto che è destinato ad evolversi nel tempo, poiché i bambini, crescendo, mutano i loro bisogni, richiedono un rapporto sempre affettivamente importante, ma che tuttavia progressivamente si modifica. Non va dimenticato che lo scopo ultimo dell’attaccamento è l’emancipazione del bambino, un’emancipazione che passa attraverso la conquista di autonomie progressive che variano col crescere dell’età e che sono diverse da bambino a bambino. Deriva essenzialmente da qui che il ruolo della figura di riferimento non sia inteso in modo fisso: anch’esso deve modificarsi con i cambiamenti dei bambini. È una protezione, un legame e un sostegno, ma occorre poi arrivare (con i tempi dovuti e senza forzature, seguendo lo sviluppo spontaneo del bambino) ad un rapporto sempre più leggero e ad una presenza dell’adulto sempre più discreta. In altri termini, il ruolo della figura di riferimento deve essere giocato all’interno di una processualità, deve costituire un accompagnamento che nel tempo si evolve, si modifica, cambia di segno. 
La possibilità per i bambini di arrivare (ovviamente quando l’ambientamento è pienamente concluso e quando un’unica figura non si rivela più necessaria) da una figura di riferimento unica ad una molteplicità di figure di riferimento è importante. Il nido d’infanzia non è solo una comunità di bambini, è anche una comunità di adulti che svolgono un lavoro in ambito educativo. Le relazioni multiple non sono del resto una novità per i bambini, che possono instaurare attaccamenti multipli (anche se ognuno con valenze diverse). Ad esempio, l’attaccamento alla madre non esclude un contemporaneo attaccamento al padre o ad un’altra figura parentale, anche se permangono nel bambino delle preferenze. Intendiamo in altre parole dire che, dopo la prima fase dell’ambientamento, la copresenza di figure costituisce quasi sempre un arricchimento. Le alternanze relazionali permettono al bambino di cogliere opportunità diverse e di ricevere offerte diverse, consentendogli una ricchezza complessivamente maggiore.
Non va inoltre dimenticato il ruolo dell’ambiente. La fase dell’ambientamento non riguarda solamente l’istaurarsi di una relazione fra un bambino e un adulto, molto dipende anche dal contesto nel quale tale relazione inizia e matura.
Lo sviluppo avviene attraverso la costante interazione con l’ambiente che circonda il bambino: esso costituisce la piattaforma di base su cui fondarsi ed è destinato perciò ad avere un’influenza profonda. La conseguenza più evidente è che il genitore, l’educatore e l’adulto in generale devono agire soprattutto sull’ambiente di vita del bambino se lo vogliono aiutare a far sì che egli promuova in modo adeguato il proprio sviluppo.
Innanzitutto, l’ambiente deve essere prevedibile e ‘leggibile’ per il bambino. Il riconoscimento e la ricorsività rappresentano un’autentica garanzia di familiarizzazione e quindi di appropriazione tranquilla e sicura. Il bambino riconosce nell’ambiente molti invisibili fili conduttori; è inoltre in grado di attaccarsi anche agli oggetti e agli ambienti e non solo alle persone. Ha bisogno ad esempio di trovare ogni cosa al suo posto perché l’ordine (la prevedibilità) è indice di stabilità e conferma. Dice in proposito la Montessori: “ … finito un esercizio, (i bambini) rimettono le cose al posto, lavoro che senza dubbio è fra quelli più graditi e spontanei. L’ordine delle cose vuol dire conoscere il collocamento degli oggetti nell’ambiente, ricordare il luogo ove ognuno si trova, …” (M. Montessori, p. 73).
Non va poi dimenticato che il bambino ama l’ambiente e si sforza di assimilarlo. Normalmente ogni bambino incontra più persone che lo accudiscono, che cercano di rispondere alle sue necessità, che parlano intorno a lui e così via le quali si aggiungono alla figura di riferimento principale e a volte la sostituiscono. In questo senso, è possibile utilizzare l’idea di ambiente (anche) come immersione nel contesto culturale di appartenenza come elemento importante per lo sviluppo. 

BIBLIOGRAFIA

Bateson G., (1976) Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano
Bettelheim B., (1967), L’amore non basta, Edizioni Ferro, Milano. (1977), I figli del sogno, Mondadori, Milano
Borghi B. Q. (2007) Nido d’infanzia, Buone pratiche e problemi degli educatori, Erickson, Trento
Bowlby J., (1968), Cure materne e igiene mentale del fanciullo, Giunti-Barbera, Firenze; ·      (1972) Attaccamento e perdita. Vol. 1: L'attaccamento alla madre, Bollati Boringhieri, Torino; (1975) Attaccamento e perdita. Vol. 2: La separazione dalla madre, Bollati Boringhieri, Torino; (1983) Attaccamento e perdita. Vol. 3: La perdita della madre, Bollati Boringhieri, Torino.
Elfer P., Goldshmied E. Sellek D., (2010), a cura di Barbara Ongari, Persone chiave al nido. Costruire rapporti di qualità, Junior, Bergamo.
Mantovani S., Restuccia Saitta L., Bove C., (2003), Attaccamento e inserimento. Stili e storie delle relazioni al nido, Franco Angeli, Milano.

Montessori M. (1950), Il segreto dell’infanzia, Milano, Garzanti, 1992
Pierrehumbert B., (2009), (2009), a cura di Paola Molina, Il primo legame. La teoria dell’attaccamento, Junior, Bergamo. 
Ongari B., Tomasi F, (a cura di) (2012) Nido d’infanzia 5. Prospettive di ricerca e spunti di riflessione, Erickson, Trento.

Rousseau J. J., (1963) Il contratto sociale, Armando Editore, Roma.
Spitz R.A. (1973) Il primo anno di vita, Armando, Roma.

Privacy e cookies

© Accademia Naven 2026
info@accademianaven.org
Accademia Naven srl, Piazza Venezia n. 6
38122 Trento. P. Iva 02708610221