L’osservazione del bebè da parte della madre o sostituto: effetti sui comportamenti e sull’immagine che si fanno del bambino.
Vorrei presentare alcune riflessioni sull’effetto dell’osservazione del bebè reale[1] durante le attività autonome e le sue interazioni con l’adulto che si occupa di lui.
Ho potuto constatare per l’esperienza che se l’adulto che si prende cura del bambino, sia la madre o una persona sostituta, gode di una motivazione e di un aiuto efficace che gli permette di stare sempre più attento al bebè, al suo comportamento, ai segnali che emette e alle sue risposte, arriva ad avere una conoscenza ricca del bambino. Questo può modificare profondamente l’immagine interna che si era formato in precedenza, l’immagine del bebè ricostruito, e questo lo aiuta a vedere in esso un compagno dotato di iniziativa e effettivamente capace di acquisire competenze e di tenere in considerazione le conseguenze delle proprie azioni.
Emmi Pikler (1902-1984) è stata una pediatra e le sue concezioni psicopedagogiche rappresentano il cuore della mia esposizione. Faceva parte di quella generazione di persone creative dell’epoca alla quale apparteneva, fra cui ricordiamo, Margaret Mahler e Donald Winnicott. I loro lavori hanno molto in comune. Anche Winnicott era pediatra. Come Malher, Pikler cominciò la sua carriera a Vienna. Inoltre, in modo simile agli psicoanalisti degli anni trenta e fin da principio, diede una grande importanza all’osservazione diretta, alla percezione del comportamento dei bebè e dei bambini piccoli. Ricavò idee pionieristiche dalle proprie osservazioni dei bebè. Nello stesso tempo aiutò i genitori ad accompagnare con interesse lo sviluppo dei propri figli, ad osservarli per comprenderli e poterli curare meglio, rispondendo alle loro necessità reali.
Il mio obiettivo è di presentare il contributo che Emmi Pikler realizzò sulla conoscenza del bebè e del bambino piccolo mediante l’osservazione.
È attraverso la ricostruzione del bebè che Freud scoprì ed evidenziò l’importanza di questo periodo della vita nello sviluppo successivo dell’individuo. L’osservazione del bebè reale rappresentò una rivoluzione copernicana nel movimento psicoanalitico. Imre Hermann, Margaret Mahler e altri basarono le loro teorie proprio sull’osservazione diretta del bebè. Esther Bick fu la creatrice di un movimento ideologico ampiamente diffuso il cui risultato di includere il vissuto proprio dell’osservatore nell’osservazione dei bebè nella formazione psicoanalitica. Serge Lebovici, fondatore della terapia madre-bebè, stabilì che la rappresentazione immaginata che la madre si fa del proprio figlio, immagine nella quale sono riscontrabili, senza ombra di dubbio, effetti psichici transgenerazionali, esercita un’influenza considerevole nel comportamento della madre. Questa rappresentazione3 immaginata è molte volte all’origine dei disturbi relazionali fra madre e bebè. Durante le sedute terapeutiche uno dei punti di partenza era che i disturbi che emergono nell’interazione madre-bebè potrebbero essere risolti mediante un lavoro terapeutico, grazie alla modificazione del bambino immaginato che la madre aveva del bebè. La sua metodologia di lavoro si focalizzava, da una parte, di mettere in luce e interpretare il bambino immaginato che la madre aveva del figlio e, dall’altro, ad accompagnarla a riconoscere il bambino reale, tanto nel modo di parlargli, di rivolgersi a lui, come nella maniera di stare con lui, offrendo con questo alla madre un modello relazionale alternativo.
Emmi Pikler cominciò ad esercitare la professione di pediatra in Ungheria negli anni trenta del ventesimo secolo, mentre teneva nello stesso tempo relazioni con la Scuola Psicoanalitica di Budapest. Partecipò, fra gli altri, al seminario realizzato da Lilian Rotter per educatrici. L’interesse degli psicoanalisti ungheresi dell’epoca per l’osservazione diretta del bebè (I. Hermann, 1925; I. Hermann y A. Hermann, 1927) probabilmente la riconfermò nella sua convinzione sull’importanza di questo tipo di osservazione. Le influenze reciproche sono evidenti. Così nel libro “Educare per diventare umano”, la psicologa Alice Hermann cita in varie occasioni i lavori di Emmi Pikler (A. Hermann, 1946).
Le osservazioni dei bebè e delle interazioni fra madre e figlio realizzate da Emmi Pikler portarono alla scoperta in molti aspetti possono considerarsi rivoluzionari ancora oggi.
Emmi Pikler osservava scene di vita quotidiana fra la madre e il bebè. Seppe vedere quando la madre girava sulla pancia il bebè quando non sapeva girarsi da solo, quando metteva il bambino seduto o in piedi, quando ancora non era capace di sedersi o di alzarsi da solo: questi gesti dimostravano gentilezza, amore della madre, espressioni di felicità di stare con il figlio e, a volte, manifestazione di piacere del bambino di farsi manipolare. In queste scene apparentemente tanto affettuose vedeva anche il lato di impazienza della madre, la sua tendenza a mettere fretta al bambino. In questi casi i genitori attendono dal bambino performances alle quali non è ancora preparato, gli fanno fare cose che an cora non sa fare. Non conoscono le capacità del bambino per sperimentare, per accedere alle differenti tappe dello sviluppo motorio di propria iniziativa e secondo il proprio stile motorio.
Emmi Pikler scoprì che tutto questo poteva essere svolto in un altro modo, e questo la portò a concettualizzare, a mettere in pratica ed anche a studiare un approccio radicalmente nuovo e ancor oggi poco abituale della pratica educativa con i bambini più piccoli. In questo modo scoprì già negli anni trenta il bambino competente e condivise le sue scoperte con i genitori con i cui figli esercitava la professione di pediatra.
In quegli anni non utilizzava il termine competenza ma ciò che osservava, quello che scriveva, ha contribuito in modo puntuale affinché si accettasse la nozione di competenza del bebè. Ricorse a questo termine nel 1978. Fu allora quando lo definì e scoprì le condizioni fondamentali perché questa competenza poteva svilupparsi pienamente nel bambino molto piccolo (E. Pikler, 1978).
Seguiva con attenzione lo sviluppo globale del bambino nelle famiglie che seguiva come pediatra. Non si occupava solamente dei problemi di salute dei bebè o della loro prevenzione immediata. Nel corso delle visite regolari alle famiglie, osservando i bambini e le interazioni fra i genitori e i figli, aiutò i genitori a conoscere, a imparare a conoscere e a vivere con i propri bambini in armonia. Lavorò anche a far loro scoprire il bambino reale. Il sostegno rivolto ai genitori teso ad accompagnare a seguire con attenzione il ventaglio delle capacità innate e generalmente insospettate e sconosciute del bebè, li aiutò anche a vedere in lui una persona e a comportarsi di conseguenza.
Il libro richiama l’attenzione dei genitori sull’importanza dell’osservazione: “… innanzi tutto bisogna osservare il bambino. Sembra una cosa molto semplice, ma di fatto è un compito difficile (…) ma gli occhi non sono sufficienti per vedere. Bisogna saper osservare; sentire e pensare in luogo del bambino, entrare nel suo mondo, indentificarsi con lui.”
Il sostegno di Emmi Pikler ebbe un effetto considerevole tanto nei comportamenti dei genitori come nello sviluppo dei loro bambini. L’importanza di tale sostegno non si manifesta solo nei numerosi consigli di ordine pratico che lei offriva loro, ma nella capacità di Emmi Pikler di risvegliare nei genitori un sentimento di fiducia sulle capacità del bebè. Ancora oggi continuo a notare un cambiamento importante nel comportamento delle giovani madri nei confronti del loro bebè sotto l’effetto di una specie di rivelazione sulla capacità di quest’ultimo di agire in maniera autonoma. La madre cambia quando percepisce per la prima volta la meravigliosa manifestazione dell’interesse del bebè per la propria mano o per un giocattolo che ha afferrato, la magia della prima volta che riesce a mettersi di lato o di pancia di propria iniziativa. E così, giorno dopo giorno, il bambino sorprende i suoi genitori con momenti meravigliosi.
Emmi Pikler aiuto i genitori a conoscere il loro figlio reale, a stare con il bambino con piacere, a rispondergli, a evitare che il bambino immaginato nasconda, faccia svanire quello reale. Sotto l’effetto dei suoi suggerimenti, il bambino reale si lascia vedere: la madre considera ogni volta di più il suo bebè come una persona attiva, autonoma e capace di cooperare, compreso quando si sta prendendo cura di lui, lo veste, lo copre o gli dà da mangiare. Questa evoluzione si manifesta nella delicatezza dei suoi gesti e della sua voce, nell’attenzione reciproca, nella qualità dell’interazione, nella capacità della madre di adattarsi all’umore del bebè.
Nell’immaginario dei genitori il bebè nasce molto prima della sua nascita. Nel periodo della gravidanza e anche prima il bebè immaginario occupa un posto privilegiato bel cuore della madre e del padre. Questa posizione osservativa dei genitori, questa attenzione, questa osservazione del proprio figlio, li aiuta per una conoscenza più profonda, una maggiore comprensione e una maggiore accettazione del figlio reale, una presa di coscienza delle sue capacità e li aiuta nei suoi sforzi per stabilire una relazione autenticamente cooperativa.
Con una figura di riferimento il cui lavoro è quello di sostituire[2] la madre la cosa è diversa. Per la figura di riferimento l’osservazione non è solo uno strumento per una migliore conoscenza e comprensione del bambino, ma anche un modo di risvegliare e tenere vivo il suo interesse nei suoi confronti. Nell’immaginario professionale l’immagine del bambino è più astratta, più tenue, più impersonale di quella della madre che lo osserva con stupore e che si identifica con lui in modo naturale.
Quando Emmi Pikler fondò nel 1946 l’Istituto Pikler, non le mancò una buona dose di coraggio e determinazione e una profonda convinzione della pertinenza delle sue scoperte per permettersi di rompere con l’organizzazione fino ad allora vigente nelle istituzioni incaricate di prendersi cura dei bebè, a metà fra ospedale e orfanatrofio. Il fatto di aver ottenuto di prevenire, di evitare gli effetti nocivi dell’ospedalizzazione, come certificano le ricerche realizzate in seguito (Falk, Pikler, 1973), fu dovuto, fra gli altri fattori al fondamentale ruolo dell’osservazione permanente di ogni bebè e di ogni bambino nel corso della formazione e del lavoro quotidiano delle persone incaricate del prendersi cura dei bambini. La pratica osservativa dell’educatrice si traduce in curiosità cosciente da parte del bambino, in luogo della spontaneità istintiva. L’osservazione l’aiuta a imparare a conoscere il bebè fino alla più sottile delle sue manifestazioni, ad arrivare a decodificare, a comprendere le sue reazioni e i suoi gesti e a trasformarla in qualcosa di adatto per sintonizzarsi con il bambino del quale si occupa. Le mani dell’educatrice che si prende cura del bambino sono impregnate di attenzione; quando lo tocca glielo comunica. Con uno sguardo attento percepisce anche quello di cui il bambino ha necessità. Sviluppa una sensibilità suscettibile di captare il minor segnale mediante il quale il bambino fa capire di stare bene o, se non è così, si sforza di porvi rimedio.
I suoi gesti, la sua maniera di alzarlo, di prenderlo in braccio o sostenerlo si adeguano al bambino in modo tale che egli possa rannicchiarsi nelle sue braccia soddisfatto. Il contatto fisico deve essere delicato per risultare gradevole al bambino.
Il ritmo dei gesti e delle azioni dell’educatrice si adatta ai segnali del bebè. I gesti lenti e calmi offrono al bebè l’opportunità da una parte di sintonizzare il suo umore a ciò che fa l’adulto che si occupa di lui e, dall’altra, di essere attivamente partecipe per tutta la durata, con lo sguardo e i gesti. Soto l’effetto di questo comportamento il bebè sta bene con l’educatrice che, a sua volta, lo conosce bene; si sforza allora non solo di partecipare alle diverse fasi delle routine ma anche di essere attivo nella relazione che si stabilisce fra loro. Il suo sguardo attento aspetta e cerca quello dell’educatrice; ogni volta e sempre conquista l’adulto che se ne prende cura con attenzione e tatto nei suoi desideri e con evidente piacere nei momenti di condivisione. Per l’educatrice questo rapporto di cura comunicativamente ricco e intessuto di interazioni piene di piacere, questi momenti passati con il bebè attivo, cooperativo, che esprime il suo piacere e la sua attrazione nei suoi confronti, saranno via via sempre più ludici. Fino alla fine del primo anno di vita e per iniziativa del bambino stesso sono fonte di un crescente piacere spontaneo. Tale piacere dell’adulto dà luogo a pieno sviluppo del carattere del bebè, alle sue necessità, ai suoi desideri e aspettative.
L’immagine del bebè si sviluppa e si evolve incessantemente nella mente della persona che se ne prende cura. Questa immagine si interiorizza a poco a poco nel corso della relazione che si intreccia fra loro. Da lì in avanti, la persona di riferimento non sarà solamente la persona che periodicamente lo prende in braccio, ma che pensa a lui anche quando non sono insieme.
L’interesse dell’educatrice nei confronti dello sviluppo del bambino nel suo complesso si deve, in parte, alla sua capacità osservativa, alla sua attenzione. Un fattore importante è garantire le condizioni adeguate del contesto perché il bebè non viva come una frustrazione il tempo che passa senza di lei, ma come momenti arricchenti nei quali può svilupparsi autonomamente grazie alle attività nate di propria iniziativa e divertirsi delle proprie scoperte quotidiane.
Il bebè è sensibile allo sguardo della persona che gli sta vicino anche quando essa non interviene direttamente nelle sue attività, come se traesse forza dallo sguardo dell’altro. L’adulto sperimenta questo stesso effetto quando parla a un interlocutore che gli presta attenzione silenziosa. Il bebè attivo può approfittare dello sguardo osservativo e interessato dell’adulto, nello stesso modo, quando sente di essere ascoltato con attenzione.
Il bebè ha bisogno di essere visto, di essere capito. Questo è particolarmente importante per i bambini a rischio. In cambio dell’attenzione che gli rivolgiamo, il bebè offre una serie di risposte non verbali che gli servono per trovare la maniera di relazionarsi con lui.
L’attenzione al bebè offre un aiuto prezioso all’adulto la cui vocazione sia quella di prendersi cura e di far crescere un bambino. Questa attenzione gli permette di prendere coscienza, capire, favorire e sostenere i tentativi e gli sforzi del bebè, sia per prendere contatto con la persona che si occupa di lui, sia per scoprire e conoscere il contesto fisico, superare i limiti delle proprie capacità e controllare i processi che avvengono nel proprio corpo, come ad esempio anche il semplice addormentarsi.
L’adulto che ha il compito di assicurare il benessere del bebè prestandogli attenzione è testimone della capacità del bebè di evolversi e manifestarsi quando lo si osserva. È anche testimone dei progressi quotidiani dei suoi gesti e dei suoi giochi, dell’arricchimento delle sue attività.
Tutto questo genera una grande soddisfazione nell’adulto nella misura in cui il bebè si sviluppa grazie alle sue cure. D’altra parte, queste evidenze contribuiscono a vedere il bebè come una persona attiva, dotato di iniziativa, competente: l’adulto arriva così a considerarlo non solo come un oggetto delle sue cure ma come una persona uguale, arriva a trattarlo come un compagno.
BIBLIOGRAFIA
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HERMANN, Alice: Emberré nevelés (Educare al divenire umano), Budapest, Éd. Székesfőváros Irodalmi és Művészeti Intézet, 1947 p. 203.
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PIKLER, Emmi: Friedliche Babys -zufriedene Mütter, Pädagogische Ratsehläge einer Kinderärztin Aufl. Freiburg, Basel, Wien, Herder Verlag, 1985, p. 222 (Herder-Bücherei).
TARDOS, Anna: L 'observation du bébé dans l’approche d'Emmi Pikler á Lóczy et ailleurs, en: Observer un bébé avec attention?, Éd. Érés, 2001.
[1]Basato su una conferenza che ebbe luogo nel Simposio Infanzia ricostruita, infanzia osservata, in occasione del 100° anniversario di Margherita Malher, 1997, Sopron, Ungheria. Questo articolo è stato pubblicato nel 2006 Lóczy,un nuovo paradigma? da Agnès Szanto-Feder presso la casa editrice Eduinc, Mendoza, Argentina
2] Quando è stato scritto questo contributo, non esisteva ancora [in Ungheria] il nido d’infanzia. Sostituire non significa che la figura di riferimento debba considerarsi madre del bebè, ma che si prenda cura di lui in luogo della madre. In un certo senso, il nido d’infanzia sostituisce temporaneamente la madre, ma in realtà svolge un ruolo complementare. Pubblichiamo
Anna Tardos (figlia di Emmi Pikler) è stata direttrice del Centro Loczy. Il presente contributo per gentile concessione di ReLAdEI. La traduzione dallo spagnolo è di B. Q. Borghi.