Custodire e accudire.
Il significato della figura di riferimento
Quando un bambino entra per la prima volta al nido incontra un adulto che lo “prende in carico” ed è il primo referente per il bambino e la sua famiglia. Si preoccupa di stabilire un raccordo con le modalità di accudimento della famiglia e di mediarle con il nuovo ambiente in cui il bambino sarà inserito. Si tratta di un passaggio cruciale complesso: da un lato è necessario che costruisca rapidamente un legame con il bambino e la sua famiglia, dall’altro che tale legame si faccia nel tempo sempre meno esclusivo per permettere al bambino di aprirsi ad altre relazioni. L’educatrice di riferimento ha il compito di fornire garanzie di benessere del bambino attraverso un legame affettivo ed emotivo nei suoi confronti in grado di costruire un rapporto di fiducia, ma nello stesso tempo deve essere sempre meno indispensabile e sempre meno insostituibile. Deve predisporre gli spazi e gli arredi in modo che siano accoglienti e gradevoli, rassicuranti e nello stesso tempo stimolanti. E la stessa cosa vale per gli oggetti via via messi a disposizione.
L’eredità della ricerca sperimentale
Le ragioni culturali che hanno portato alla figura di riferimento vengono da lontano.
Il primo sarà René Spitz (Spitz, 1973), attraverso le sue osservazioni, ad individuare i problemi connessi con la carenza affettiva: i bebè separati dalle madri durante il secondo semestre di vita che prima della separazione avevano avuto una relazione positiva, mostreranno segni di depressione, dimostrando così per via sperimentale e quasi un secolo e mezzo dopo, ciò che Rousseau aveva solamente intuito e sostenuto come principio di civiltà. A partire dalla fine della prima metà del secolo scorso l’infanzia sarà studiata in modo sistematico e con metodologia scientifica e, agli inizi della seconda metà verrà alla luce quella che sarà poi riconosciuta come ‘teoria dell’attaccamento’.
Le osservazioni di Spitz sono sorprendenti perché gettano una luce inaspettata in un territorio – quello dell’infanzia – che appare sconosciuto e inesplorato: la mancanza di un rapporto di cura (e più ancora la sua interruzione dopo un periodo di rapporto positivo fra madre e bambino) crea gravi problemi per il futuro sviluppo del bambino difficilmente superabili. Il primo periodo della vita rappresenta dunque una fase delicata che può avere ripercussioni per il futuro e le cui conseguenze non scompaiono con il raggiungimento dell’età adulta; il benessere del bambino coincide con il benessere (futuro) dell’uomo.
La natura, del resto, avrebbe tenuto conto di questi rischi, fornendo al bebè la capacità precoce di effettuare richiami; le proteste del neonato, il suo pianto e le sue grida, rappresentano uno strumento potente per attivare negli adulti la funzione del rapporto di cura: la natura ha fornito al nuovo nato la capacità di persuadere gli adulti a prenderci cura di lui. La scoperta (scientifica) del legame potente che esiste fra il bambino e la madre – scoperta che modificherà profondamente sia le prassi che la concezione stessa dell’infanzia – è avvenuta poco meno di un secolo fa.
Gli studi sui legami fra madre e bambino proseguiranno per iniziativa di un altro studioso che poterà a compimento la teoria dell’attaccamento: John Bowlby (Bowlby, 1968, 1972, 1975, 1983). Lo studioso inglese (siamo intorno agli anni Cinquanta del Novecento), muovendosi all’interno del potente solco psicoanalitico, dedicherà la propria vita allo studio delle conseguenze della perdita dei genitori e dei traumi derivanti dalla separazione fra madre e bambino. Non solo il bambino ha bisogno di sicurezze che il genitore deve offrire e che costituiscono la garanzia di uno sviluppo sano; vale anche l’inverso, anche il bambino è fonte di sicurezza per il genitore. Bambini e adulti si influenzano a vicenda. Nei primi due mesi di vita i comportamenti-segnale dei bambini sono indifferenziati rispetto alle persone che stanno loro intorno. In seguito, però, è osservabile l’inizio dell’attaccamento che si sta formando; i comportamenti del bambino cominciano a differenziarsi al fine di ottenere la prossimità fisica con il genitore (volgere lo sguardo, emettere richiami, manifestare preoccupazione ed ansia, ecc.: tali comportamenti possono inoltre variare di qualità, di durata nel tempo, di intensità). Dopo i sette mesi inizia la vera e propria costruzione di un rapporto di attaccamento che si rivela completo e selettivo con la madre (o con una figura sostituta). Il bambino sembra incapace di vivere senza un rapporto costante e continuo con la madre, fino al momento in cui questa fase sarà superata (l’età può variare da soggetto a soggetto) per costruire un rapporto; il bambino in altre parole diventa capace di riconoscere pienamente l’adulto come altro da sé ed insieme come interlocutore con il quale effettuare degli scambi e che è possibile sia influenzare in vista di propri scopi (ottenere determinati vantaggi relazionali), sia lasciarsi influenzare da tale figura (lo scopo è sempre il conseguimento di vantaggi come la conservazione dell’interesse nei propri confronti e la prosecuzione del rapporto di cura).
Il punto di partenza di Bowlby quando sviluppa la teoria dell’attaccamento vede le sue radici nella psicoanalisi; senza dubbio però un forte fascino sarà esercitato dalla contemporanea scoperta dell’imprinting da parte del contemporaneo (e stimato amico) Konrad Lorenz a proposito dei suoi studi sugli animali. Entrambi, tuttavia, non avrebbero potuto sviluppare le loro rispettive teorie senza l’influenza della teoria dell’evoluzione delle specie di Darwin. Vale la pena di annotare per inciso (si tratta solo di una coincidenza?) che anche Bowlby aveva subito la perdita della madre, come era accaduto a Rousseau; e la stessa perdita è stata subita – con conseguenze note – dallo stesso Darwin. È forse anche per questo che Bowlby svilupperà una predilezione particolare per il padre dell’evoluzionismo: l’ultimo libro scritto da Bowlby, ormai ultraottantenne, riguarda proprio la biografia di Darwin, con particolare riferimento agli accadimenti ed alle relazioni affettive avvenute nella sua prima infanzia. La strada aperta da Bowlby si rivelerà feconda ed altri studiosi proseguiranno approfondiranno le sue sorprendenti scoperte: ci limitiamo qui a ricordare, fra i molti altri, il prezioso contributo di Mary Ainsworth con la strange situation.
Sugli stimoli di Bowlby e Ainsworth sono stati effettuati ulteriori studi e sono state sviluppate nuove ricerche che hanno a loro volto condotto a diverse classificazioni sui comportamenti dei bambini quando vengono separati anche temporaneamente (come è ad esempio il caso del nido d’infanzia) dai loro genitori. Ciò che in generale emerge dal complesso di tali ricerche possono essere sinteticamente descritti in questo modo: i comportamenti dei bambini, nel caso di attaccamenti insicuri, possono arrivare a negare le stesse emozioni, ad escludersi affettivamente a scopo difensivo, a mantenere costantemente una vigilanza emotiva ansiosa che può trasformarsi alla lunga in un vero e proprio disturbo comportamentale. Da qui la necessità di prestare la massima attenzione, anche nel caso dell’erogazione di servizi per l’infanzia (come è il caso anche dell’asilo nido), alla erogazione di figure di attaccamento stabili in grado di costruire un rapporto stabile e costante con il bambino.
Le “buone pratiche”
I resoconti di tali scoperte hanno portato non poco subbuglio, almeno da noi intorno agli anni Ottanta del secolo scorso, quando i primi nidi d’infanzia hanno iniziato a diffondersi in alcune aree del paese. Le ricerche sull’attaccamento sono state prese molto sul serio ed è stato fatto un lungo e paziente lavoro sull’accoglienza e sul primo inserimento del bambino nel nido d’infanzia che ha coinvolto un’intera generazione di educatori, pedagogisti e psicologi dell’infanzia; l’attenzione alle teorie dell’attaccamento e il timore di ricadute negative nei confronti dei bambini derivanti da un rapporto sbagliato, dall’inadeguatezza della costruzione di un riferimento stabile anche nel caso di bambini poco rispondenti (si tratta di bambini percepiti come ‘difficili’ perché faticano a costruire una relazione di reciprocità, arrivando anche a creare frustrazione e senso di impotenza nell’adulto) ha avuto ripercussioni anche nelle famiglie attraverso i molti colloqui e le occasioni di confronto e di scambio con i genitori e soprattutto con le madri. È nato anche, per così dire, un mestiere nuovo caratterizzato dalla pratica di un adeguato rapporto di cura e nello stesso tempo un esperto (e quindi un diffusore) del rapporto di cura: la conseguenza è che l’educatore può considerarsi a pieno titolo un professionista dello sviluppo del bambino sano.
La figura di riferimento nasce dal superamento della concezione secondo cui “tutti i bambini sono di tutte (le educatrici)” per arrivare ad una organizzazione che prevede l’affidamento ad ogni educatrice un gruppo stabile di bambini.
Le pratiche di accoglienza e di ambientamento al nido sono andate via via definendosi alla luce di questi principi. Le esperienze offerte al bambino devono muoversi all’insegna della continuità, della stabilità e della prevedibilità. La relazione con una figura di riferimento stabile rassicura il bambino e la sua famiglia, offre garanzie di sicurezza e di tranquillità emotiva. L’educatrice di riferimento è l’interlocutrice privilegiata che accompagnerà (salvo imprevisti e cause di forma maggiore) il proprio gruppo di bambini per l’intera durata della loro permanenza al nido. L’educatrice di riferimento è inoltre l’interlocutrice privilegiata nel caso di problemi specifici e per quanto riguarda il rapporto con le famiglie. Il bambino raggiungendo al mattino il nido incontra l’educatrice che riconosce ed è più facilmente disponibile ad affidarsi a lei.
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I vantaggi della figura di riferimento sono evidenti:
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Sulla base di questi principi, sono venute affermandosi nel tempo pratiche e modelli organizzativi che variano da luogo a luogo e che si sono evoluti in modo differente, dimostrando una coerenza più o meno stretta con gli orientamenti sopra indicati.
In alcuni casi si è proceduto applicando in modo rigoroso alcune pratiche derivanti dall’idea di figura di riferimento, in altri casi l’approccio è stato maggiormente flessibile. È possibile rintracciare, infatti, esperienze nelle quali il gruppo di bambini affidati ad un’educatrice rimane fisso per tutta la durata del bambino al nido senza variazioni sostanziali fatte salve eventuali cause di forza maggiore (come, ad esempio, il caso di malattia o di rinuncia al lavoro). Vi sono altre situazioni nelle quali la figura di riferimento svolge un ruolo cruciale nei primi tempi di ambientamento del bambino al nido per attenuarsi successivamente fino a preferire all’organizzazione dei bambini per gruppi di riferimento quella della formazione di gruppi sezione (il cui numero complessivo di bambini varia secondo le necessità e circostanze).
Va per altro detto che la situazione che si è venuta a creare, che ha portato alcune realtà a interpretare – diremmo oggi – in modo restrittivo il problema del legame del bambino con una figura di riferimento, è stata frequentemente dettata da necessità che derivavano dal contesto. È evidente che in un periodo nel quale emergevano diffidenze (di natura per lo più ideologica) diffuse nei confronti del nuovo servizio che lentamente si stava espandendo, l’attenzione alla prima accoglienza e l’applicazione rigorosa di regole predisposte ad hoc costituivano una garanzia per la bontà del nido.
Stili differenti
Ovviamente sono molti i modi per affrontare lo stesso problema. Figura di riferimento stabile non significa per questo unica e insostituibile: non lo è nemmeno la madre che, benché vicina al bambino, non lo è per tutte le 24 ore della giornata ed a volte può essere sostituita dal padre o da un’altra figura familiare senza arrecare disagi irreparabili per il bambino. Inoltre, va da sé che la frequenza del nido d’infanzia costituisce di fatto una separazione dalla madre, ma non per questo l’esperienza di inserimenti al nido deve essere considerata traumatica o negativa, anche se, senza dubbio, occorre adottare i necessari accorgimenti ed assumere opportune cautele.
Ci sono molti modi buoni di svolgere il ruolo della figura di riferimento. È però anche un ruolo senza dubbio difficile, perché occorre molto impegno e molta attenzione. È innanzi tutto una funzione delicata che implica un coinvolgimento emotivo anche per l’adulto; è carico di valenze affettive e richiede buon controllo di sé.
È evidente che, soprattutto nei primi tempi quando ha luogo il primo ambientamento dei bambini, dovrà essere particolarmente presente e attenta. Non solo: occorrerà lasciare il tempo ai bambini, tutto il tempo necessario per il loro graduale ambientamento ed integrazione nel gruppo dei pari. In seguito, tuttavia, quando i bambini sono ormai ben ambientati, un’organizzazione che puntasse in modo rigido sulla quasi esclusiva figura di riferimento sarebbe un errore. Quando non vi sono più ansie e segni di attaccamento insicuro da parte dei bambini, non vi è più la necessità della stessa intensità del rapporto con la figura di riferimento come accadeva prima. Qualcuno potrebbe pensare (portiamo sempre alle estreme conseguenze il discorso) che il miglior modo di interpretare il ruolo della figura di riferimento possa essere quello di riconoscere ai bambini permanentemente la stessa figura in modo stabile e permanente. Se così fosse, i rischi di rigidità apparirebbero evidenti. In realtà si potrebbe configurare una situazione in cui, sempre portando il discorso alle sue estreme conseguenze, ogni educatrice accudirebbe i propri bambini, si occuperebbe esclusivamente di loro, le relazioni e gli scambi con gli altri gruppi sarebbero inevitabilmente sporadici ed occasionali e così via. Intendiamo, in altri termini precisare, che la figura di riferimento non deve essere a scapito della comunità, non si deve perdere di vista che il nido come luogo di relazioni molteplici, come ambito di esperienze il più possibile ricche e varie.
In medium stant res: interpretare il ruolo della figura di riferimento in termini formali può essere, insomma, un errore, può costituire una rigidità, una sicurezza che, se nei primi tempi, si rivela utile, alla lunga diventa un vincolo, una rigidità.
Nel tempo, tuttavia, a mano a mano che il bambino si sente più sicuro, si apre anche ad altre figure significative.