Accademia Naven
Il nido d'infanzia nel sistema educativo
(3.1.) - Se gli spazi parlano

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Che impressione si fa un genitore che entra per la prima volta al nido per una visita finalizzata a decidere se intende iscriverlo proprio in quel nido?
I fattori in gioco sono molti e possiamo qui limitarci a fare delle ipotesi. Il criterio fondamentale sarà quello di domandarsi come starebbe il proprio bambino o bambina al suo interno, e l’attenzione si concentra sulla domanda se si tratta di un luogo adatto, se i materiali a disposizione paiono interessanti, se sono troppo angusti o troppo ampi, se la disposizione degli arredi appare appropriata, se gli oggetti a disposizione sono adeguati, in una parola se è accogliente e gradevole affinché il bambino che in seguito frequenterà il nido viva gli spazi con piacere e si senta a proprio agio. Quello della visita preventiva degli spazi del nido è un momento fondamentale perché la decisione dei genitori in merito alla frequenza del figlio dipende da molti fattori, ma non bisogna dimenticare che l’impressione che ne riceve dall’osservazione degli spazi (pur trattandosi della “prima impressione” che, quindi, può cambiare) sta generalmente all’inizio della lista.
Del resto, la stessa cosa capita anche all’educatrice nuova assunta che entra la prima volta nel servizio: ognuno di noi quando ci troviamo in uno spazio nuovo siamo per un momento smarriti, situazione di incertezza che cerchiamo subito di superare guardandoci rapidamente intorno alla ricerca di punti di riferimento e costruirci una mappa mentale che ci orienta. Non si tratta di una semplice rappresentazione grafica come accade con la carta geografica ma qualcosa di molto di più: in un attimo raccogliamo un bagaglio informativo fatto delle cose che vediamo e delle relazioni fra loro, ma anche delle atmosfere e delle impressioni emotive che impattano con le nostre abitudini e le nostre attese che mettiamo a confronto con la nostra esperienza, con ciò che viviamo e con ciò che noi siamo, vale a dire con i nostri gusti, con ciò a cui siamo abituati e che rappresentano la nostra zona di confort, con ciò che ci piace e ciò che ci piace di meno, ed anche con le nostre preoccupazioni e i nostri timori.

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Per queste ragioni si dice che occorre fare distinzione e usare parole differenti. Con il termine “spazio” si fa riferito preferibilmente alla dimensione fisica: si tratta dei locali per le attività, caratterizzati dagli oggetti e dai materiali didattici, dagli arredi, da tutto ciò che è, per così dire, misurabile: le distanze, le dimensioni, l’altezza, la profondità, la quantità di luce, la temperatura e così via. Con il termine “contesto” si fa invece riferimento invece all’insieme delle relazioni che si stabiliscono in esso (gli affetti, le connessioni interindividuali fra i bambini, fra i bambini e gli adulti, fra il nido e l’ambiente esterno). In senso lato, possiamo intendere il contesto come un tutto inscindibile di oggetti, odori, suoni, colori e persone che lo abitano e si relazionano con esso in uno sfondo che tutto contiene. Ciò che vediamo dipende anche da ciò che pensiamo, dalle nostre esperienze, dai nostri vissuti, dalle nostre preferenze e dai nostri desideri. È in questo senso che possiamo dire che l’ambiente «parla», ci trasmette sensazioni, ci dà informazioni, ci evoca ricordi, ci offre sicurezza e ci tranquillizza. Gli ambienti ci parlano sempre, dicono sempre qualcosa e non solo agli adulti, anche ai bambini.
Si tratta di una distinzione utile, perché spazio geometrico e spazio percepito non sono la stessa cosa. Conta la luce, i colori, gli oggetti di cui è arredato; fa la differenza se è gradevole o se non lo è; la gradevolezza è un criterio carico di elementi soggettivi e personali tale da non essere uguale per tutte le persone. Quando entriamo in un ambiente per la prima volta, la prima cosa che facciamo è di gettare uno sguardo veloce per un primo orientamento, seguito poi da altri alla ricerca di conferme. Spesso ci basta un colpo d’occhio per capire dove ci troviamo e con che cosa abbiamo a che fare: non importa sondare tutto o scandagliare ogni cosa, ci basta qualche dettaglio fugace per orientarci sul resto. La vetrina ci informa sulla merce del negozio senza avere bisogno di entrare; un’insegna vista da lontano è sufficiente per informarci dove comperare il pane. Questo non accade però in un ambiente completamente nuovo. La persona che non ha mai viaggiato e che si trova improvvisamente in un aeroporto internazionale in un paese del quale non conosce la lingua è spaesata e ha bisogno di un certo tempo per orientarsi. Qualcosa di simile avviene a chi frequenta luoghi non abituali: può capitare di perdere il sentiero in montagna, di sbagliare direzione, oppure trovarsi in una città di cui non conosce i punti di riferimento e perdere l’orientamento non sapendo più dove si trova. Il disorientamento porta con sé un senso di insicurezza e di perdita perché abbiamo bisogno costantemente di sapere dove ci troviamo. L’adulto però sa tornare sui propri passi, sa tornare indietro, sa ricollocarsi riallacciando i punti di riferimento. Il bambino no.

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Il bambino piccolo non ha gli strumenti per orientarsi negli spazi perché la sua mente non è ancora sufficientemente organizzata per poterlo fare. Conosce solamente gli spazi di casa e il nido è un luogo completamente nuovo. Quando entra per la prima volta al nido lo fa alla presenza della madre (o comunque di un genitore) e questo gli basta perché l’adulto è una garanzia e una protezione. Di fronte agli spazi nuovi e ai luoghi sconosciuti con il genitore il bambino si sente in sicurezza, sa che l’adulto a cui è legato è una garanzia rispetto a qualsiasi rischio perché sa che provvederà a qualsiasi emergenza o bisogno. Solo lentamente e con gradualità il bambino che si sente emotivamente sicuro inizia via via a orientarsi nei luoghi, a riconoscere gli oggetti che sono dentro la stanza, a ricordarne la collocazione e a renderseli via via famigliari. Impara a ricordare che cosa c’è dentro un cassetto o dall’altra parte della porta. Va anche ricordato che le informazioni non sono solo quelle visive e negli spazi non ci sono solo le cose: i rumori e le voci sono differenti, così come sono differenti gli odori e le cose da toccare. Ciò che noi facciamo in un attimo quando ci basta un veloce colpo d’occhio per sapere dove siamo, richiede un tempo lungo al bambino che ha bisogno di costruire lentamente e passo passo gli spazi che abita. Per questo è necessario procedere con gradualità.
La prima volta che il bambino entra al nido vi permane in presenza del genitore come suo punto affettivo di riferimento che lo rassicura. Il genitore costituisce il ponte di continuità con il nuovo luogo con il quale deve famigliarizzare. E su questo fronte le differenze sono molte e ogni bambino è un caso a sé. C’è il bambino esploratore che si butta coraggiosamente, c’è chi vuole costantemente la presenza del genitore; c’è chi si manifesta spaesato e piange e chi altrettanto spaesato ammutolisce in silenzio. Il fatto è che se ognuno è diverso e se le manifestazioni sono diverse l’uno dall’altro, ad ogni bambino – pur dentro ai tempi dell’organizzazione - andrebbe commisurato il proprio tempo. Dare tempo al bambino significa lasciargli il tempo di orientarsi fra le cose, di riconoscere certi dettagli, di costruirsi interiormente la preferenza per alcuni oggetti rispetto ad altri, per riconoscere le voci, in una parola per abituarsi, affiatarsi, entrare in confidenza e simpatizzare con i nuovi spazi.
Così, a poco a poco gli spazi del nido diventeranno i suoi spazi e li vivrà come propri. Gli spazi del nido ormai gli parlano e il bambino si sente sereno e tranquillo perché ormai quegli spazi sono diventati suoi.

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